Racconti Brevissimi
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Un giorno di primavera, Gianni e Paola, si trovavano soli nella loro casetta di campagna in quanto il papà e la mamma si erano dovuti assentare per alcune commissioni in città. Gianni e Paola erano due bravi bambini: lui aveva quasi otto anni e lei ne aveva appena compiuti sei. Decisero quindi di andare a fare una bella passeggiata nei dintorni e, cammina, cammina, si trovarono ai piedi di una bellissima collina verde. Salirono in cima alla collina e trovarono un bellissimo fiore solo soletto in mezzo al prato. Era un fiore con petali multicolori e grande come un pugno di un adulto. Il gambo era alto quasi come la gamba di Gianni ed era bello grosso. I due bambini si fermarono ad ammirarlo e Gianni disse: "Che bel fiore! Lo voglio portare a casa. Lo voglio tenere sul tavolino della mia cameretta." "Ma se lo strappi da terra morirà!" esclamò Paola. "E' troppo bello! E' troppo bello! Lo voglio in casa nostra." E cosi dicendo Gianni prese lo stelo del fiore e provò a strapparlo. D'improvviso, come per magia, apparve...
IL CERCHIO DELLA DEA : UNA STORIA CELTICA “Sbrighiamoci, voglio uscire prima possibile da qui” La voce di Enya era come un soffio nel silenzio. Ricordava bene il motivo che li aveva condotti nella camera più profonda del tempio della Dea Morrigan, ma nulla le incuteva terrore quanto l'oscurità. Gli occhi verdi della giovane ragazza celtica vagarono impauriti per la stanza. L'unico fioco chiarore in quella camera buia proveniva dall'altare. Ogni ombra le sembrava una minaccia, ogni scricchiolio un pericolo. La ragazza fissava terrorizzata le colonne salire alte fino a perdersi nell'oscurità, come se non vi fosse un tetto. Il vecchio che la seguiva le carezzò i lunghi capelli biondi, guardandola con affetto. “Anche se uscissimo non ti sentiresti più sicura. Devo davvero ricordarti che mancano ancora molte ore al sorgere del sole?” Sembrava quasi divertito dalle sue stesse parole, ma la risata venne spenta da alcuni...
L'ultimo duello
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L'ULTIMO DUELLO NdA : Sin dalla più tenera età le storie di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda hanno esercitato su di me un fascino senza eguali. Forse perché non esisteva una versione “ufficiale” della leggenda arturiana. Forse perché esistevano così tante versioni tutti simili, eppure sempre dissimili in qualche dettaglio. Forse perché nomi come Artù o Ginevra sembrano perdersi nei granelli del tempo, fra storia e leggenda. Questo è un breve racconto scritto senza molto pretese per chi, come me, sogna di rivivere un'epoca ormai scomparsa. Probabilmente ci potrebbero essere delle incoerenze con le versioni più diffuse dell'episodio, ma poco mi importa. Nel cuore della notte chiusi gli occhi e questo è ciò che vidi … Un bagliore argenteo. Poi il fragore di un tuono a rompere il silenzio. Una stanza un tempo nobile e ricca. Una Tavola Rotonda in cui solo i più forti e coraggiosi possono sedere. Un giuramento. Un patto di fratellanza fatto nel nome di antichi ideali. Un sogno ormai spezzato. Un macchia indelebile nella storia di Camelot. Una macchia indelebile sull'armatura splendente di Re Artù....
STORY OF ANOTHER TIME Era una strana notte, senza stelle. La luna era un pallido disco, di un tenue color argento, che a fatica riusciva ad illuminare il cielo nero. Tutto intorno era silenzio. Dense nubi grigiastre e leggere si addensavano rapidamente, preannunciando una tempesta, intorno al lucente astro notturno, nel tentativo di offuscarlo. Incredibilmente l'aria era limpida e tersa, come dopo un temporale. Nelle case del villaggio, che si estendeva ai piedi della collina lambendo le propaggini della verde brughiera, si intravedevano scoppiettare allegramente i fuochi, riscaldando non solo gli ambienti ma anche gli animi degli abitanti, nei camini. Non tutte erano riscaldate da un'atmosfera allegra e gioiosa in quella notte di metà autunno. In una capanna, costruita al limite ovest in una zona solitaria rispetto al resto del borgo, tutto era scuro e triste. Esattamente come era l'umore di chi vi viveva. L'uomo, seduto al rozzo tavolo di legno, osservava la donna, seduta al fianco del camino spento ed intenta a rammendare una camicina di stoffa grezza e nera. Piccole lacrime scintillanti illuminavano le gote scavate. All'improvviso egli si alzò...
SORELLE - «LA DAMA INFEDELE» Non era ancora sorta l'alba d'inverno, il vento spazzava la cima del monte che sovrastava il Castello delle Sorelle Morte. Un nuovo ospite s'attendeva prima dello spuntare del nuovo sole. Era la regola, imposta quando le cinque avevano preso possesso di quella tetra torre, cominciando ad eseguire condanne capitali per conto del tribunale. Il cielo cominciava a rischiararsi in un grigio argento lugubre e qualcuno, con insistenza, bussò al portone del bastione. Il capitano della guardia si accinse ad aprire la grossa e pesante porta di legno e ferro, facendo entrare i messi. Li seguivano due soldatacci dall'espressione truce, che spingevano una figura avvolta in un mantello nero. Non si intuiva niente d'essa, sembrava un fantasma. Il militare fece strada, senza pronunciar parola, i visitatori poterono osservare la forca sistemata sulla parte sinistra del cortile e alcuni ceppi, che pendevano solitari e tristi dal muro a destra. In un passato glorioso - prima dell'avvento delle cinque dame - quel luogo aveva accolto criminali di ogni risma e vi erano stati ospitati una ventina di boia, assunti per svolgere i compiti che...
SORELLE
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1) La porta cigolando si aprì, lasciando trapelare un lampo di luce, poi il buio riprese il controllo sull'ambiente. La stanza circolare era immersa in una totale oscurità, eccezione fatta per un cono di luce al centro di essa. L'uomo incatenato, la testa riversa sul petto, respirava a fatica mentre quella luminosità purissima lo avvolgeva. La dama, abbigliata di pesante broccato verde, mosse qualche passo avvolta nelle tenebre. Osservava la figura maschile privata di ogni forza e di ogni volontà. Stirò le labbra esangui in un sorriso cattivo e soddisfatto. Intorno agli angoli delle labbra si irraggiò una rete di rughe, la sua giovinezza era passata da un pezzo.Sollevò le mani scheletriche e pallide, muovendole. Il prigioniero si inarcò, come sotto la sferza della frusta. Una, due, cinque, dieci, trenta volte! Finché la schiena fu ridotta a sanguinolenti brandelli di pelle. Con espressione compiaciuta la donna uscì, sommessamente le giunsero i lamenti dell'uomo mentre si allontanava lungo il corridoio. Il prigioniero sentiva il sole bruciargli le ferite e la pelle viva, provò a sollevare il capo ma una fitta lo percorse mozzandogli il fiato. 2) Lasciata la stanza dove il condannato era ospitato, la dama in verde ritornò indietro,...
Taverna la vela
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Era proprio una brutta notte quella che il signor M., agente di commercio, stava passando perso tra le viuzze del porto di T. Acqua evento sferzante non davano tregua. Nonostante tutto doveva assolutamente raggiungere il numero 12 di Via dei Giullari e concludere un affare che che sin dal primo contatto telefonico considerava a rischio. Tuttavia le necessità dell'azienda avevano avuto il sopravvento sul suo istinto e, nonostante le sue resistenze, aveva dovuto cedere alle insistenze del direttore commerciale. Erano da poco passate le dieci, quando il freddo e la stanchezza gli consigliarono un bicchierino.All'angolo male illuminato della via che stava percorrendo, vide una vecchia insegna luminosa che, penzolante, funzionava a intermittenza. "Taverna la vela" lesse con difficoltà. Tra sé pensò che per un bicchierino un bar valeva l'altro e, fatte alcune decine di metri, entrò nel locale, non prima di averne osservate da fuori le condizioni attraverso l'ampia porta vetri sferzata dalla pioggia."Buonasera signore" disse il gestore che, nascosto da un paravento dai vetri colorati, lo udì entrare grazie a una fila verticale di campanellini attaccati a una vecchia striscia di cuoio posta quasi a contatto con la porta. Il signor M., superata quella minuscola anticamera, si trovò...
Un'insolita confessione dirime i dubbi di un giovane frate
IL PIFFERAIO MAGICO Questa è una favola quasi vera, perché perfino in una città asettica e a volte disattenta e crudele come Milano, a volte si può ambientare una fiaba se si ha ancora voglia di emozioni semplici e pulite, se si ha voglia di credere nelle cose ingenue, semplici e belle. Come tutte le fiabe inizia con: “C’era una volta”... C’era una volta un uomo anziano, ma non così anziano come si potrebbe pensare. Era un uomo modesto, un pensionato che viveva con un sussidio da fame dopo una vita di lavoro per arricchire altri, ma era pulito, ordinato, sempre sbarbato e con un sogno ed un’arte nel cuore. Lui suonava l’armonica e sapeva milioni di storie, forse tutte quelle più belle dell’universo. C’era stato un tempo, il tempo e l’età in cui si sa, o si crede, di avere davanti a sé tutto il tempo necessario per fare qualsiasi cosa, nel quale avrebbe voluto pubblicarle, le sue storie, non tanto per sete di guadagno, ma per farle conoscere, perché a volte...
In principio era il nulla. Solo il vuoto, intere distese di niente. In principio, solo due forme fluttuavano lungo lo spazio deserto, solo due essenze riempivano quel disarmante silenzio: Erothas e Tanatya. Essi non sapevano da dove venissero, quale fosse la loro storia. Non erano a conoscenza di quello che li circondava ne della loro ragion d’essere. Non disturbavano la loro quiete con domande che difficilmente avrebbero trovato una risposta, non era per loro importante. Non sapevano cosa li avesse preceduti, o cosa avrebbe seguito; era abbastanza per loro dare amore e riceverne. loro erano il principio, e finchè l’uno avesse avuto l’altro, niente avrebbe potuto disturbarli. L’amore. Questo era portatore di esistenza; questo era cio di cui erano fatti Erothas e Tanatya. Un giorno, mentre Erotas contemplava Tanatya, Tanatya notò in lui una punta di tristezza, un mutamento nella sua consueta placidità. Così gli si avvicinò. -C’è qualcosa che ti preoccupa?- Chiese. -Forse- Rispose Erothas. Poi fece una...
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