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I Racconti Racconti a Puntate Surreale Un gatto tira l'altro - 1
 

Un gatto tira l'altro - 1 Hot

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UN GATTO TIRA L'ALTRO

1

L’unica finestra di quella topaia, più simile ad un solaio ripulito e abbellito alla meglio che a un appartamento, per quanto modesto, restituiva la solita immagine: per il primo terzo i mattoni tristi e anneriti del muro di fronte, così vicini da poterli toccare senza sporgersi troppo; per i restanti due terzi grondaia e tegole che, rifugio di merda di piccione e di qualche rifiuto volante, lanciato da qualche precedente inquilino, finivano col cedere spazio al cielo della città. Una lastra stretta e rettangolare, quasi regolare se non fosse stato per il grosso comignolo a destra, e neutra, su cui potevano scorrere vari soggetti: nuvole di ogni forma, in quella stagione spesso grigie e ammassate in grossi banchi opprimenti; le ultime frenetiche traiettorie delle rondini, simili a sibilanti razzi neri fuori controllo; o piccole sagome quasi indistinte di aeroplani, con la loro eterea, silenziosa scia bianca di addio; molto più raramente l'azzurro, denso e piatto come quello di un pastello, ormai ricordo della stagione precedente. Di notte, al di là del nero impenetrabile, si poteva scorgere il luccichio tremulo di qualche stella o una piccola luna di gesso.

Amalia intratteneva da qualche settimana un'intima relazione con quella lastra. Aveva trovato quella topaia a buon prezzo due mesi prima, e le aveva dato un aspetto abitabile tutta da sola. E, complice l’intimità della solitudine, aveva trovato in quella semplice angusta veduta qualcosa di prezioso. Era una relazione fra due sordomuti, nessuna parola, nessun suono. Una relazione clandestina, se così si può definire, per il solo fatto che nessun altro la conosceva. A chi confidare, d'altra parte, l'intimità degli sguardi lanciati attraverso i vetri sottili della vecchia finestra, brevi della stessa durata di una sensazione, priva di volume e di concetto? Andava al di là del vocabolario comune. Amalia coglieva a modo suo il messaggio che la lastra proiettava, e ne rimandava indietro un altro. Sulla stessa lunghezza d'onda, come un canale radio.

Sensazioni istantanee, piccole scosse dilatate, onde elettromagnetiche lanciate nel vuoto apparente. Un misterioso dialogo.

Il cordone che li univa si poteva quindi definire telepatico, probabilmente come il cordone ombelicale attraverso il quale feto e madre parlano il loro linguaggio silenzioso.

 

Così tutti i giorni, qualche frase breve ma necessaria. Quando tornava, prima di partire. Mentre mangiava poggiando i gomiti sul tavolino bianco e spelacchiato a ridosso della finestra. Una necessità biologica. Modulazione di sentimenti primordiali.

Amalia lavorava in un’altra topaia, a circa dieci minuti a piedi. Era la roulotte che avevano comprato i suoi genitori, la casetta felice e sussultante sulla quale la piccola famigliola aveva passato molte estati, spingendosi più volte oltre confine. Pagata a rate, piccola e bianca, tonda come quella dei cartoni Disney, con pneumatici enormi. Quelli che le erano parsi ai tempi estenuanti inutili esodi dentro un fornetto elettrico, o un “tostapane”, come l’aveva ribattezzato la stessa famigliola sussultante e ridacchiante, ora erano piccole isole di ricordi, un arcipelago minuscolo ma fondamentale, sul quale rifugiarsi per stare bene, seppure sdraiata a marinare nell’acido citrico della malinconia. La vaga immagine di qualche museo, un bel castello visitato, il caos del campeggio, giochi con altri bambini. Ma soprattutto la sua parte preferita, la strada che scorre lenta, il paesaggio che si dipana languido, sotto il ronzio monotono dei buffi pneumatici.

 

I primi clienti di Amalia arrivavano di solito verso le quattro del pomeriggio. A quell’ora, nella quiete pomeridiana, solo studentelli arrapati con qualche soldo in tasca, magari risparmiati fumando di meno qualsiasi cosa. I più fortunati soldi freschi prelevati senza ansia al bancomat del vicino centro commerciale. Li vedeva arrivare con le mani in tasca e la testa bassa, visibilmente tesi, se era la prima volta. Un cenno di saluto se la verginità era un ricordo recente. Sorrisi e saluti sbracciati se erano scaltri abituè, a volte con qualche regalino per imbonirsi un extra gratis. O semplicemente perché alla fine ci si affeziona sempre. Attraversavano man mano la distesa di erbacce alte del campo su cui era affondata la casetta Disney, poggiata su due pile di mattoni. Nell’ultimo tratto, a pochi metri dalla roulotte, dove la vegetazione era più fitta e se possibile ancora più alta, si facevano largo con le mani, come esploratori nella giungla, attenti ai sassi sporgenti e scivolosi come la pelle delle loro mani sudate. La solita scena, tutti i giorni, da ormai vent’anni. Le sbucavano davanti alla roulotte d’un tratto dal fitto della giungla, come scimmiette dagli occhi di vetro. “Cazzo, sono vent’anni oggi. Precisi: 12 novembre 1989…Dio mio..”. Doveva avere ancora un diario su cui aveva annotato tutto. Forse era rimasto a casa di sua madre.

Amalia, seduta sull’ingresso irto dei tre scalini, la sigaretta in bocca e occhi stretti, come un meccanico, oggi era in vena di crogiolarsi in considerazioni, filosofeggiare liberamente, definirselo lei il suo mondo. Fece accomodare il primo cliente, un ragazzetto mingherlino di lettere, con gli occhiali, già pelato alla sua età. Aveva il riportino da prete.

Vai pure dentro che arrivo. C’è della coca nel frigo, se vuoi”.

Non voleva perdere il filo dei pensieri, per lei sempre fragilissimo. Iniziò a cullarsi nel ricordo dei primissimi tempi, quando aveva recuperato la vecchia roulotte dal garage di casa, decisa a farsi un rifugio tutto suo in mezzo al nulla. Un colpo di testa, da pazza, ma in tono con i colori saturi della propria adolescenza. Inizialmente il rifugio era proprio tale, un posto dove poter fumare in pace senza nascondersi dall’apprensione del padre un po’ all’antica; o leggere in pace i suoi libri preferiti, o mettere su qualche vinile e precipitarci dentro, trascinata e sbattuta nei solchi sottili delle varie tracce sonore. Ascoltava di tutto, in modo disordinato. Leggeva di tutto, in modo disordinato. Comprava di tutto, in modo disordinato. Crescendo, si era scoperta una metodica predisposizione al disordine che era diventata ben presto la misura della sua intimità, nonchè una forma spontanea di sovversione all’ordine costituito. Un bel periodo di cercata solitudine, in sola compagnia del suo gatto senza nome, che conferiva alla roulotte un forte odore di piscio, nonostante tutti gli sforzi di evitarlo.

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Un gatto tira l'altro - 1 2010-01-09 22:24:19 ab normal
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ab normal Opinione inserita da ab normal    09 Gennaio, 2010
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Un gatto tira l'altro - 1 2010-01-09 21:12:12 Paolo
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Opinione inserita da Paolo    09 Gennaio, 2010

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