Il martirio di Squinzia - parte 1 Hot
IL MARTIRIO DI SQUINZIA – parte 1
In fuga, a piedi. Passi svelti, ma senza correre per non dare nell’occhio. Giusto il tempo di realizzare di avere svoltato in un vicolo cieco, buio al punto da condurla in pochi metri dentro al cuore della notte. Freddo e umido. Il caldo secco della strada da cui proveniva, ampia e trafficata, era svanito dopo pochi passi, così come le luci acide delle insegne al neon e dei lampioni. Anche i suoni, di ogni genere, dalle voci dei passanti al rombo sordo delle auto, si erano come dissolti.
Giusto il tempo di sentire che una antica paura si stava irradiando lenta ma inesorabile, come lava attraverso le vene. Il respiro farsi minimo, impercettibile. Le pupille spalancarsi fino ad esplodere come due oblò travolti dalla furia di un oceano nero, a cercare disperatamente un barlume di luce.
I vicoli bui e chiusi, come misteriose trivelle, risvegliano fobie sepolte. In Squinzia quella dei ragni. In effetti era giunta sin lì come una mosca che va a sbattere nella tela del suo aguzzino peloso. Inconsapevolmente, seguendo come tutti l’invisibile traccia chimica del proprio destino. “Merda, sono nella merda! Merdissima!”, urlò a denti stretti Squinzia, serrando le gambe tremanti e tenendosi le mani al petto e sul collo, per difendersi da qualche tarantola gigante. Era vestita da suora, ed era piena estate. La spiegazione di quel abbigliamento non stava certo nella sua consacrazione a Dio, o all’opposto in ciò che le restava addosso di un qualche rendez-vous a base di manette, fruste ed emozioni forti. Né poteva essere certo il carnevale, ed erano anni che non andava a feste in maschera di altro genere.
Paradossalmente, quello era il travestimento ideale per chi vuole evitare di farsi notare dalla polizia. Sotto la tonaca nera, che avrebbe dovuto accompagnarla in lodi e preghiere, che avrebbe dovuto coprire i segni di mortificazione della carne pallida e la magrezza dei digiuni, dietro quel velo che avrebbe dovuto coprire un tempio dedicato alle vette dello spirito, una fondina di pistola era legata stretta alla coscia sinistra, e un sacchetto ricolmo di preziosi dai riflessi iridescenti era pigiato tra i seni, come in una calda cassaforte di carne: incubatrice di brame che si sarebbero schiuse più tardi, quando sarebbe stata al sicuro. Poco più a sinistra, il pulsare rapido del cuore esplodeva ciclicamente come un piccolo motore, pronto ad accelerare al massimo in caso di pericolo.
Eppure Squinzia, nella segretezza della sua professione di ladra, affrontava pericoli ben più grandi di uno stupido vicolo nero. Allarmi elettronici, serrature, muri da scavalcare, cani da guardia, armi da fuoco dei proprietari più spaventati, salti a strapiombo da tetto a tetto su un vuoto mortale. La polizia, i carabinieri. La lastra sottile del silenzio, che non doveva mai essere incrinata, sempre in asse perfetto sul suo piano, pena il lamento spaventato che un ladro non deve mai sentire: “Chi è là? C’è nessuno?”. Perché da lì in poi tutta la poesia di destrezza ed equilibrio si sarebbe trasformata in un mare di merda. Senza appigli certi o scialuppe di salvataggio. Da lì in poi solo l’istinto. Non doveva succedere, Squinzia lo sapeva bene.
E quella sera non era successo, tutto era andato per il verso giusto: la serratura Mottura non era stata difficile, nessun allarme, il piccolo pincher della padrona, più vecchio e sordo di lei, non lo avrebbe svegliato neanche l’odore di cento cagnette in calore. Gli occhi tondi a palla della piccola bestia erano rimasti chiusi, sul letto a fianco della mummia, a sognare prati verdi e ossa giganti da sgranocchiare. I preziosi erano dentro un cassettone, protetti dalla combinazione di parecchi strati di mutande vecchie e di calzini arrotolati. Un colpo facile, una buona soffiata di una sua informatrice, una parrucchiera dalla gola profonda e la memoria lunga. Era uscita dalla portafinestra del balcone, che aveva cigolato stridula come un stupido uccello esotico :“Cazzo!”. Squinzia si era immobilizzata, come i brutti soprammobili del soggiorno. Cuore in gola. Niente. Solo silenzio. Tutto ok. Poi giù veloce, scivolando lungo la grondaia a fianco del balcone. Una volta atterrata nel piccolo giardino condominiale, la parte più divertente. Ridacchiando si era spogliata dei panni neri da lavoro e aveva indossato lesta quelli da suora. Alla luce fioca del lampione vicino che penetrava tra le foglie, aveva sistemato il bottino e si era assicurata che la pistola fosse ben salda dentro la fondina. Poi aveva scavalcato il muro di cinta ed era saltata giù in una piccola strada ciottolata, deserta. L’aveva percorsa di corsa, raggiungendo il viale principale, ancora animato nonostante l’ora tarda. In effetti il colpo doveva avvenire almeno due ore prima, verso le 11, per giustificare una suora notturna: un moribondo che aveva chiesto conforto, una veglia, una sorella all’ospedale. L’abito nel suo caso faceva il monaco come un il silicone fa un paio di labbra, ma le avrebbe concesso una sorta di tacito rispetto, uno schermo energetico contro gli sguardi indiscreti e la curiosità morbosa della gente. Ma la vecchina, “
Alle 00 e 30 finalmente l’intero appartamento era piombato nel buio. Già nascosta dentro al giardino comune, aveva quindi usato una copia delle chiavi delle scale, che era riuscita a rimediare il giorno prima: nel caso fosse tornato tardi qualcuno, non avrebbe trovato la pesante serratura forzata. Salite rapide le scale, come un surreale felino col velo, si era messa al lavoro sulla serratura di ingresso della Mummia.
Finalmente giunta sul viale principale, che doveva per forza attraversare per raggiungere le sua auto parcheggiata più avanti, in una strada laterale, qualcosa non aveva funzionato. Un gruppo di suore del suo stesso ordine, a giudicare dalla tunica, stava tornando da una veglia nottruno, e se lo trovò davanti, in senso contrario. “Sorella, ma dove stai andando? Sei Sorella Dalia?”, disse la più anziana del gruppo. Al che Squinzia tenne il capo chino e le mani giunte, assurdamente in preghiera, e continuò dritta con passo rapido e le gambe rigide, come una sorta di burattino sordo. “Ma Sorella…!” udì dietro le spalle, richiamo che le fece alzare la stola della tonaca e correre a grandi balzi veloci, questa volta come un piccolo orango in fuga, la veste che ondeggiava come le grandi pinne di una manta. Poco più avanti riprese il controllo, e quella corsa sguaiata si tramutò in passi svelti e brevi. Poi, istintivamente, improvvisamente, aveva girato in quel vicolo buio.
L’esperienza le aveva insegnato, invisibile maestra, a dominare le emozioni, a rimanere in equilibrio stabile sulla corda delle angosce più cupe. Ma le paure, si sa, dentro il gioco di specchi della mente prendono forme oblunghe e mostruose, si ingigantiscono, spalancano fauci orrende dai denti aguzzi, mostrano artigli lunghi e affilati, serrano la gola. Anche se in realtà a specchiarsi è un piccolo topo dagli occhi tondi e le orecchie grandi e rosa, con un sorriso ebete.
Nel buio denso e freddo di quel vicolo, sentì due piccoli aghi penetrargli nel polpaccio, e il leggero peso di una creatura pelosa. Saltò di scatto e con una mano schiacciò l’urlo che stava squarciando quel silenzio di tomba. “Una tarantola, cazzo! Nooo!”. Ma la sua tarantola stava bella immobile a migliaia di kilometri di distanza, sotto la luce della luna, dove un clima appropriato, da migliaia di anni, le aveva permesso di sopravvivere. La tarantola rise di quella sua stupida paura. “Ignorante pivella occidentale…” pensò, muovendo una delle sue zampe per noia. Una lunga attesa, l’attesa del ragno, l’aspettava.
I denti aguzzi che le erano penetrati nella carne erano ben altri. Squinzia, con il coraggio che nasce dalla disperazione, aveva infilato ripugnante la mano all’altezza del morso, e con forti buffetti del dorso, la bocca contorta dallo schifo, aveva tentato di liberasi della orrenda creatura. Ma niente, rimaneva ancorata. “Il veleno, me ne avrà già messo un litro!” pensò Squinzia, che era sconvolta da brividi di repulsione misti a odio. Improvvisamente aveva trovato l’audacia di toccare quella creatura immonda, l’aveva afferrata, tirata verso l’alto fino a staccarla.

