Il martirio di Squinzia - parte 2 Hot
IL MARTIRIO DI SQUINZIA – parte 2
La stringeva in mano, ma non la gettò via. Voleva vedere, tremante, cos’era, stupita della sua stessa audacia! Con l’altra mano raccolse rapida lo zippo dalla tasca interna della tunica, lo accese e sciolse il denso buio con la luce tremolante della fiamma. La portò vicino all’altra mano, che il panico aveva serrato come una pinza insensibile. La fiammella illuminò due grossi occhi a palla, scuri, incastonati in un microscopico corpo ossuto a pelo corto. Lo riconobbe: era il pincher nano della vecchina!. “Fanculo, stupido stronzetto! Mi hai fatto spaventare a morte!”. Doveva essersi in qualche modo infilato nei vestiti, mentre era nella camera della mummia. Evidentemente solo pochi istanti prima, nel vicolo buio, la piccola bestia aveva trovato il coraggio estremo di serrare le piccole fauci. Era il suo dovere di cane. Doveva farlo. “Crepa!” aveva pensato quanto i suoi piccoli canini avevano penetrato il gigantesco nemico. Ora era lì, penzoloni, serrato per la nuca da una suora in preda alla follia cieca della sua stessa adrenalina, una fiamma enorme a illuminarlo.
A Squinzia si serrarono gli occhi in modo diabolico, l’istinto le aveva suggerito una rapida vendetta. Iniziò a roteare la piccola bestia, facendola volteggiare nel buio, per lui una enorme centrifuga tetra. Stava per scaraventarla nel vuoto quando una voce, incredibilmente potente e bassa, parlò.
“Lascialo stare, suora”
Squinzia si raggelò, immobile con un braccio alzato come una assurda capo-comitiva, nel buio tetro, col piccolo pincher stretto a penzoloni per la collottola. Si agitava ancora il piccolo guerriero di pelo, lanciando improperi a Squinzia secondo la sua lingua di mini-cane: “Fottuta suora malvagia, ti strappo le budella!”, accompagnati da isterici morsetti a vuoto. Sembrava un pipistrello senza ali incollato a un bastone.
“Lascia andare la creatura, suora”, disse di nuovo la voce. Squinzia, in quel buio pesto, non aveva idea di chi fosse, sapeva solo che proveniva di fronte a sé, da quello che doveva essere il fondo del vicolo. Forse un poliziotto, un giustiziere, un fantasma, un attivista del Wwf, un maniaco?. Continuò a rimanere immobile, come le dettava l’istinto, senza rendersi conto di avere ancora la povera bestia issata sulla mano, le piccole zampette che si dimenavano vendicative.
“Ho detto lasciala!” tuonò la voce, con una forza tale da sbalzare all’indietro la monaca ladra, travolta dall’onda sonora. Squinzia indietreggiò sulle ginocchia piegate, per poi atterrare con una grande culata sull’asfalto umido. Il piccolo pincher fu graziato dell’apertura istintiva delle mani della sua aguzzina, necessarie per parare la caduta. Aveva riguadagnato la libertà: “Ora la pagherai!” strillò con due guaiti isterici, di nuovo piantato sull’asfalto su tutte e quattro le zampe.
Squinzia rimase intontita per pochi istanti, ma sufficienti alla luna per sbarazzarsi delle nuvole che la coprivano da ore, spazzate via da un vento impetuoso. Riapparve grande e lattea, butterata dai grandi crateri scuri, e così vicina da gettare un poco di luce anche in quel budello infernale.
Rialzatasi sui gomiti, il velo mezzo divelto dal capo, a una Squinzia stravolta si presentò uno spettacolo ancora più irreale. Grazie alla luce opalescente che ora lo rischiarava un poco, il muro di fondo del vicolo aveva preso finalmente forma, e su di esso si scorgeva nitida la figura di una enorme bocca, sorridente. Occupava l’intera larghezza del muro, le labbra carnose, i denti bianchi e perfetti, esaltati dal pallore lunare.
Sembrava un enorme reclame, o una scultura moderna gigante, ma era chiaramente viva. Parlante.
“Sono
Sembrava un magnifico gioco di prestigio, un effetto speciale, un mastodontico quadro di Magritte. Uno squarcio di cielo notturno incastonato in un vecchio muro. Era la duplicazione di uno spazio, o meglio un ulteriore accesso ad esso. Il lampeggiare silenzioso e lento di un aeroplano, perso nell’altitudine degli astri tremolanti, ne fu la prova: si ripropose sia nella volta notturna che all’interno del suo doppio, dentro la bocca spalancata. Contemporaneamente. E lo stesso accadde subito dopo per la scia luminosa di una stella cadente, inaspettata, che vibrò lesta nei due identici palcoscenici.
Era uno spettacolo meraviglioso e Squinzia ne rimase incantata. Un calore finora sconosciuto le si propagò dentro a partire dallo sterno, sciogliendo ogni paura. “Grazie” pensò, senza il coraggio di dirlo alla grossa bocca. Gli occhi si erano un poco inumiditi, la gola chiusa dal leggero spasmo della commozione. Era pur sempre femmina, seppure ladra.
Poi il grosso pertugio parlò di nuovo. “Il mio compito, da sempre, è quello di fagocitare pezzo per pezzo il Giorno, e di risputarlo man mano, trasformato in Notte. Grazie a me, boccata dopo boccata, nuove porzioni di notte si alzano così nell’etere rischiarato dal sole, accumulandosi via via. Prima impercettibilmente e poi in modo sempre più evidente, fino a materializzare prima l’imbrunire, poi il tramonto rossastro, infine
Anche se in scala ridotta, ora anche la bocca di Squinzia era spalancata, incredula. Sembrava una favola, ma era vera. Bellissima.
“Ma al di là della fatica dell’eterno masticare, che comunque accetto di buon grado, in ciò che faccio c’è un fardello infinito. Nel fagocitare il Giorno, infatti, ne assorbo man mano anche l’intera realtà, che ripropongo uguale nel suo divenire notturno. Ha un sapore amaro, troppo amaro. Ma non mi è concesso cambiarla…”
La commozione portò Squinzia a esprimere il suo affetto alla Bocca. Si avvicinò senza timore, estrasse un rossetto nuovo dalla tunica e in punta di piedi lo consumò tutto nel passarlo su una porzione del labbro gigante inferiore, con grandi gesti del braccio, come un bizzarro imbianchino. La Bocca sorrise. Poi si spalancò di nuovo, facendo uscire la sua enorme lingua rosa: “Salta su”. Squinzia non si fece pregare, e se ne meravigliò, abituata com’era alla sua prudenza di ladra. La lingua si sollevò e si ritrasse, portandola così all’interno della bocca. Lì si fermò, offrendo a una Squinzia a carponi uno spettacolo ancora più incredibile. Sotto di sé, da una altezza mozzafiato, le si presentò la visione dell’intera città, immensa e silenziosa, con le sue arterie di luce a disegnarne i contorni confusi. Innanzi a sé e in ogni direzione il cielo stellato, infinito, che aveva riacquistato da quel punto d’osservazione la sua magnifica e terribile profondità.
La lingua, dopo pochi minuti, la riportò sull’asfalto umido del vicolo. “Questa dovrebbe essere la prospettiva con cui guardare sempre le cose, suora. Anche le più piccole” disse la Bocca, come un enorme oracolo di carne. “Ora è giunto il momento di tornare da dove sei venuta. Ripara al maltolto” aggiunse il gigantesco interlocutore, svelando così di sapere chi era in realtà la finta suora.
“Ma come, sai cos’ho fatto?” chiese incredula Squinzia.
“Da anni ti conosco, Squinzia, da anni esci dalla mia bocca”, e così dicendo la riavvolse in un sol colpo nella lingua, come un grosso formichiere. La labbra si agitarono un po’, come quelle di chi mastica. Poi d’un tratto da quelle labbra, protese all’infuori, uscì Squinzia ad una velocità pazzesca, sputata verso l’alto come un enorme chicco d’uva scartato. Raggiunse in un istante un’altezza incredibile, sentendo lo stomaco schiacciarsi verso i basso, come al lunapark, la velocità che le toglieva il fiato. Poi la fine della spinta e la ricaduta in basso, dritta verso la città. Di nuovo acquistò velocità, lo stomaco questa volta schiacciato verso l’alto, era immobilizzata dal terrore. Rivide lo stesso magnifico panorama di prima, ma dalla terribile prospettiva in movimento della caduta e dello schianto che ne sarebbe seguito. I rivoli di luce del strade si trasformarono istante per istante, e la città prese di nuovo le sembianze che Squinzia conosceva. I dettagli si fecero sempre più chiari, i palazzi e le vie sempre più grandi e dettagliati. Poi la beffa. Il condominio sul quale stava per avvenire l’impatto lo conosceva bene, anche visto dall’alto: era quello della vecchina derubata.
Il tempo si rendersi conto che avrebbe centrato il lucernario della sua camera da letto, che Squinzia sentì esplodere il mondo intorno, in un fragore di vetri e metallo. Ebbe solo il tempo di chiudere gli occhi e di sentire un dolore immenso alle gambe e a parte della schiena.

