Il martirio di Squinzia - parte 3 Hot
IL MARTIRIO DI SQUINZIA – parte 3
Quando il corpo di Squinzia penetrò nella stanza ad una velocità supersonica, schiantandosi come un meteorite di carne, la vecchina stava pregando disperata. Come ogni notte, in preda all’agitazione, si era alzata a controllare se nel cassettone i preziosi c’erano ancora tutti, sepolti da strati di biancheria protettiva. Aveva razzolato come un topo cieco nello scoprire che erano spariti, il cuore impazzito che stava per mandarla al creatore. Piagnucolando disperata si era quindi spostata in una stanza adiacente, per pregare la sua santa protettrice: Santa Clelia Degli Oggetti Volanti Identificati, una suora martire, appartenuta all’ordine del Sacro Ginocchio Sbucciato di Gesù. La leggenda voleva che a ucciderla fosse stata un orda di saraceni, gettandola da una torre altissima. Nello stesso punto dov’era schiantata era zampillata una fontana di pietre preziose, usate poi dalla gente del luogo per uscire dalla terribile indigenza. Per la sua storia unica, era venerata in particolare anche da paracadutisti, astronauti e stuntman di Cinecittà. Sull’altarino a lei dedicato, ricavato da una vecchia cassapanca, la vecchina aveva quindi acceso diligentemente due candele, e si era messa a pregare in disparte su una sedia. L’immagine della santa, ritratta proprio nel momento dell’impatto col suolo, circondata dal luccichio dei diamanti, era poggiata su un centrino di piazzo bianco, rischiarato dalle fiammelle votive.
Proprio nel momento del segno di croce che ultimava le suppliche, aveva assistito basita al miracolo. Una suora volante, preceduta dal terribile schianto di vetro e metallo del lucernario, era atterrata sull’altare, sfondandolo in due tronconi. Un fracasso assordante.
Alla Bocca, impegnata a ingurgitare una mole infinita di oggetti ed eventi, era evidentemente sfuggita l’inversione di stanze che la mummia aveva effettuato il giorno prima, per combattere i caldo torrido, spostando la zona di preghiera al posto di quella da letto. L’atterraggio, secondo il piano salvifico della Bocca, doveva essere attutito dai vecchi materassi del letto. Un errore fatale.
Avvicinatasi, la vecchina aveva riconosciuto subito in quel groviglio caotico di arti e pezzi di legno, il volto martirizzato della Santa. In preda ad una gioia estatica, si era portata le mani al petto, lo sguardo rivolto al cielo: “Grazie Santa Clelia di essermi giunta in soccorso, io povera peccatrice!”.
Direttamente dalle macerie si udì quindi un lamento roco. “Mmmmpf…i diamanti…ahhh!”. Era Squinzia che, in preda al dolore dell’impatto, reagiva secondo il suo istinto di ladra, preoccupandosi innanzitutto del bottino.
“Si, i diamanti, Santa Clelia, grazie!”, rispose la vecchina.
“Dove sono i diamanti…eh?...Tu chi…” ripeté Squinzia, toccandosi la mascella fracassata.
La vecchina pensò subito che la santa volesse metterla alla prova, sì, voleva misurar la sua fede. Quindi l’interruppe, le lacrime agli occhi: “Ma sono ovunque tu sei, i diamanti, mia Santa Protettrice, ed io ti ringrazio!”
Squinzia non capì nulla di ciò che la mummia le aveva detto, perché un tremendo male allo sterno le toglieva il fiato. “Il petto…AHIA! AHIAIHAHIA!” esclamò in preda agli spasmi del dolore.
La mummia intuì che la Santa aveva conservato il suo dono nel miglior giaciglio che potesse offrire il suo corpo di donna: vicino al Cuore, anch’esso simbolo mistico. Intuendo che la martire non poteva agire, trasfigurata nel corpo dal dolore del martirio, la vecchina osò con un gesto rapido infilare la mano nella scollatura della Nostra. Ne estrasse rapida il sacchetto delle pietre preziose, incredibilmente al suo posto nonostante l’impatto micidiale. “Ti ringrazio Santa Clelia Degli oggetti Volanti Identificati! Come posso ringraziarti? Dimmi!” esclamò di nuovo la vecchina, sbaciucchiando il viso sbrindellato della martire volante. Ma Squinzia era già svenuta.
Quando aprì gli occhi si ritrovò sdraiata mezza sbilenca sul letto della vecchina. Grazie alla forza della fede, era riuscita incredibilemente a trascinarla fin sopra il suo giaciglio. Il tempo di osservare la stanza che si addormentò. Al suo successivo risveglio vide la faccia del piccolo pincher, montato sul letto, avvicinarsi alla sua, e leccarle il naso. Sembrava enorme, i due grossi occhi a palla che la scrutavano ansiosi, la micro coda che agitava veloce. Dopo qualche istante realizzò dov’era. Muovendo il capo dolorante riuscì a guardarsi il resto del corpo. La tunica era diventata un cencio lacerato e sporco, che faceva intravedere la carne livida e lacerata da graffi profondi. Tentò di muoversi ma nulla, sentiva troppo dolore.
Nei momenti di lucidità successivi, a cui seguiva quasi subito un riposo agitato dal dolore delle piaghe, riusciva a sentire la vecchina parlare in continuazione al telefono.
“..Ah, quindi mi costerebbe così tanto? Ma verrebbe un buon lavoro quindi, vero? Avete esperienza, sì…” urlava la mummia alla cornetta. E via così, una telefonata dopo l’altra, a informarsi su dettagli incomprensibili per Squinzia, a chiedere prezzi su prezzi.
Squinzia si addormentò per sempre nel sonno, quello eterno, qualche ora dopo, ponendo fine alle sue pene. Emorragia interna. Il martirio si era compiuto di nuovo. La vecchina, che la vegliò fino al momento cruciale del trapasso, non pianse tanto né si disperò. Nella sua indistruttibile fede se lo aspettava, sapeva già il finale che si sarebbe presto avverato. E si era preparata per tempo, previdente come sempre.
L’impagliatore suonò al campanello che erano le 20, perché un lavoro del genere, comunque lungo e laborioso, andava fatto lontano da sguardi indiscreti. Quando la vecchina aprì la porta le si presentò un uomo di mezz’età, coi baffi, un tempo piacente pensò, vestito di una tuta da lavoro blu e armato di una pesante borsa per gli attrezzi. Dopo qualche convenevole macabro, che si interruppe quasi subito per l’imbarazzo di entrambi, l’uomo si mise all’opera. “Ha una bacinella?”, fu l’unica domanda che fece l’impagliatore alla vecchina.
Alle 3 del mattino aveva finito. Sul foglio di ricevuta, scritto a matita su carta da notes, si leggeva ciò per cui l’uomo doveva essere pagato, accompagnato dal prezzo corrispondente: drenaggio sangue, asportazione e smaltimento interiora, asportazione cervello dal naso, impagliatura secondo regola d’arte. Poi il totale. Una botta, ma fedele al preventivo. Si accordarono sulle modalità di pagamento, poi, dopo rapidi convenevoli, l’impagliatore uscì, con un pesante sacco dietro le spalle, discendendo lentamente le scale per non fare rumore. Se l’avessero scoperto, quel sacco conteneva anche un revolver e una fondina, mica cazzi…
La vecchina, per niente insonnolita, tornò nella stanza dell’altarino, ripulita nel frattempo dei vari detriti dell’impatto. Due piccioni guardavano dentro incuriositi, attraverso l’ampia apertura di ciò che rimaneva del lucernario, tubando e dondolando ritmicamente il capo. Santa Clelia era lì, vestita di una tunica nuova, seduta sulla sedia dove la vecchina soleva dire le sue preghiere, ma spostata al centro della stanza. Gli occhi erano rivolti al cielo e gli avambracci alzati nel gesto tipico dei santi, un lavorone per l’impagliatore, realizzato con piccoli tiranti, colla e pezzi di legno nascosti sotto le vesti. Un’opera d’arte, un colpo da maestro. “Un esempio di ingegno anche questo, sa? Anche noi siamo degli artisti, si può ben dire…” aveva detto l’impagliatore alla vecchina, mostrandole soddisfatto l’opera finita.
“Com’è bella, che bel lavoro…” pensò. E mandò orgogliosa un bacio volante alla nuova ospite, resa immortale anche nelle povere spoglie terrene. Tutt’intorno alla sedia, dei piattini da caffè scompagnati, su cui tremolavano già nuove candele, mandavano riflessi bianchi e vitrei. Molto suggestivi. Dietro alla sedia, sul muro, campeggiava uno striscione ricavato da un vecchio lenzuolo, col nome della santa in caratteri cubitali, e più sotto “Lasciate un’offerta, la Santa pregherà per voi dall’alto dei cieli. AMEN”. La vecchina era soddisfatta, i caratteri le erano venuti bene col pennarellone nero. Aveva già in mente di stupire tutti con un nuovo striscione enorme tutto ricamato a mano. In caratteri dorati. E poi sarebebro venuti cappelini, magliette, anche spille. Però quelle non le avrebbe sapute fare, le sarebbe convenuto? Bastava un giro di telefonate per saperlo.
Suonò il campanello. Era sicuramente la prima pellegrina in visita, dal piano di sotto. “Entra pure Nives”, disse la vecchina aprendo al porta con aria contrita “è di là…”. Un guizzo le balenò negli occhi quando, poco prima di mettersi in ginocchio a pregare, l’ospite esclamò: “Ma è proprio lei Miranda! Un miracolo! Ci ha fatto l’onore…”. Ma fu quando infilò una banconota da 10 euro nel salvadanaio di latta, improvvisato per le offerte, che Miranda tirò un vero sospiro di sollievo. “Settecentotrenta euro sono un bell’investimento…!”, disse fra sé la mummia, ripensando al conto dell’impagliatore. Doveva informarsi subito del prezzo delle spille.
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recensioni redazione
Deliziosamente surreale
Grandioso! Non ho altro da aggiungere!

