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COME LUCYBEL DIVENNE LUCYBEL – parte 1

 

Lucybel aveva un terribile segreto che non aveva mai confidato a nessuno, perché nessuno le avrebbe creduto.

Aveva scoperto di essere un  fumetto.

Copie gratuite, senza indicazione dell’autore, circolavano da anni nei bar, nelle stazioni, nelle pensiline degli autobus, infilate sotto i tergicristalli di alcuni fortunati che erano riusciti a parcheggiare all’IperCoop di sabato pomeriggio.  Luoghi popolari e anonimi, ma che forse, se collocati su una mappa della città, avrebbero disegnato, unendo i puntini, un’enorme “LV”, “Lucybel la Vendicatrice”, la sigla rossa che la nostra eroina portava cucita sul costume:  attillato e nero, senza cappuccio, solo una mascherina alla Robin, perché la lunga criniera da moicano doveva intimidire i malvagi e disegnare onde di fuoco mentre correva veloce.

Il fumetto di “LV” era di ottima fattura grafica, in bianco e nero. E le sue copertine erano entrare nell’immaginario popolare. Come da migliore tradizione fumettistica, la Nostra era stata immortalata in numerose pose plastiche: più di una volta mentre sferrava calci volanti a poliziotti corrotti, la loro faccia piegata di lato e stravolta dall’impatto del super-piede, i denti che schizzavano via come sassolini seguiti da sottili scie di sangue, gli occhi sbarrati dal terrore. Un terrore per la punizione che li attendeva in seguito,  la tremenda Vendetta di Lucybel! Mio dio, chi non si sarebbe cagato sotto?! Altre volte il tratto elegante del disegnatore aveva colto l’istante in cui un coltello alla Diabolik, lo “swisssss” ad accompagnarne la traiettoria, era stato appena scagliato dall’eroina dritto verso la fronte sconvolta di un balordo, che stringeva prigioniera una inerme bambina in lacrime.  Ma su tutte, passò alla storia quella in cui Lucybel, sospesa in salto, le gambe divaricate alla Uomo Ragno, dirigeva tutta l’inarrestabile energia delle braccia, un tubo dell’acqua stretto a due mani, contro il cranio di un ottuso pedofilo, riducendoglielo in una istantanea poltiglia. Lo “Sbraaang!“ del tubo contro il cranio e lo “Splaaaat!” del cervello che esplodeva da tutte le parti  sottolineavano col loro muto linguaggio l’epica icona. “Ficooo!”, “Dagli così!”, “Grande Lucybel! Ammazzali tutti!” erano stati i commenti che i lettori avevano lanciato all’interno dei loro abitacoli, in uscita dal parcheggio IperCoop, incuranti dei clacson isterici che chiedevano il passaggio.

Lucybel la Vendicatrice, già dalla sola copertina, risvegliava istinti ed emozioni ataviche, nascoste in profondità nel sangue dei lettori da millenni di civiltà.

Non era raro vedere la sigla “LV” scarabocchiata a spray sui muri dei palazzi da ragazzini infervorati. Gli stessi che poi urlavano: “Fermati impostore, affronta il tuo destino!”, inseguendosi sulle loro bici,  con mantelli dai colori improbabili che svolazzavano a vortice. Già perchè il mantello giallo della Nostra, la sigla “LV” in nero, dava il coraggio di affrontare battaglie impossibili.

Il volto di Lucybel, nonostante la mascherina, era spesso stravolto dalla furia: le sopracciglia inarcate in modo quasi diabolico, ma soprattutto i denti stretti come una morsa mortale di incontenibile violenza sterminatrice. Dagli occhi neri sbarrati dall’ira ci si convinceva che nessuno, dico nessuno, avrebbe potuto fermarla. Nemmeno i proiettili dei cattivi, che rimbalzavano sempre contro la sua pelle d’acciaio, o che Lucybel scansava furente con l’avambraccio come fossero fastidiosi insetti: “Credi di fermarmi, ignobile macaco?!”. Lucybel aveva un linguaggio insolito, ma che la rendeva, se possibile, ancora più carismatica. Un vernacolo alquanto colorito, estremo, spesso surreale, che l’abile mano del disegnatore misterioso racchiudeva nella classica nuvoletta. E che le maestre preoccupate ritrovavano nei temi dei piccoli alunni.

In poco tempo era diventata un mito metropolitano. Per fare paura ai bambini capricciosi si diceva “Guarda che chiamo Lucybel!”, e il bambino, per quanto ancora ignaro, si taceva subito.

I titoli delle pubblicazioni erano vari, ma simili a quelli truci dei polizieschi italiani degli anni ‘70: dai più classici, come “La Vendetta non attende” o “Sparo nella notte”, ai più aggressivi, involontariamente demenziali come “Ti apro il culo con un crick, bastardo!” o “Preparati, tra poco diventerai uno stupido eunuco!”. I racconti si svolgevano quasi sempre di notte, territorio prediletto dell’eterna lotta Bene-Male: eroi mascherati contro cattivi, sullo sfondo l’immancabile gatto terrorizzato che si rifugiava dentro un bidone dell’immondizia: “Meooorw!”

Lucybel sapeva di essere reale, certo. Ma  di recente aveva scoperto, sconvolta, di essere un fumetto, il frutto della matita di un misterioso Creatore.  Sembrava reale, la sua vita, ma non lo era.  Lucybel sentiva effettivamente la forza del suo pugno scaricarsi come dinamite contro i nemici, istantanea sentenza di morte. Effettivamente parlava, urlava bizzarri improperi. Effettivamente dava da mangiare al suo piccolo cane Sentenza, ed effettivamente si sforzava di far proseguire per il meglio la sua relazione con PedroMiguel, il suo ragazzo italo-peruviano, scuro e statuario. Ma non era la vera realtà, era un limbo, un surrogato di vita. Avventurosa, entusiasmante, pericolosa, ma un surrogato. Come il caffè d’orzo, come la PepsiCola, come le pugnette, come la birra zero alcool. Come l’aria condizionata rispetto all’incantevole brezza marina che ti accarezza il volto nelle sere d’estate...

Se ne era resa conto un giorno quando, rivolgendosi a PedroMiguel per chiedergli se aveva visto il suo coltello seghettato, non aveva ricevuto risposta. “E’ un po’ distratto, il mio bel Pedro…” aveva pensato Lucybel, “come lo sono sempre gli uomini quando una donna rivolge loro parola”. Insistendo una seconda volta, lui le aveva quindi risposto, un po’ scocciato, come sempre fanno gli uomini quando le donne entrano nel loro mondo privato: “Mio amor, è in cucina il tuo coltello. Dove può mai essere, Lucyble mia?”. Poi PedroMiguel aveva continuato a leggere beato il suo romanzo sulla psicologia dei cani (Problema: Sentenza pisciava sempre sul suo pigiama. Era ricerca di attenzione?). Fin qui normale vita di coppia, ma il problema stava nella storpiatura di un nome così fiabesco come il suo: da Lucybel in Lucyble. Con quel “-ble” finale che aveva lo stesso suono del “bleah!”, dell’esclamazione di disgusto…ma lei era da amare con “mucha passion”, non era ripugnante! “Vero Pedro?!” gli aveva più volte chiesto la Nostra, ma Pedro sembrava non capire, e rispondeva sinceramente: “Ma certo Lucyble! Perché me lo chiedi?”. Una storpiatura dislessica che Pedro Miguel aveva usato inspiegabilmente per giorni e giorni, senza rendersene conto.

In seguito Lucybel non ci aveva più pensato, complice l’arrivo imminente della sua stagione preferita, l’estate. E proprio per la calura estiva la nostra eroina una sera era andata a farsi due passi, lungo gli argini del fiume vicino. Lì, passeggiando a fianco di un piccolo canneto, aveva trovato alcune pagine strappate dell’ultimo numero di “LV”: le aveva raccolte, e dal momento che gli eroi non possono conoscere i fumetti che narrano delle loro gesta, era rimasta sbalordita nell’accorgersi che qualcuno la disegnava così bene. Si sa, la notorietà porta ammiratori e tante soddisfazioni! Ma sfogliando bene,  a uno sguardo più attento, quelle vignette ritraevano qualcosa di già accaduto dentro le sue mura domestiche, che nessuno poteva avere visto! E soprattutto, negli stessi (identici!) dialoghi raccolti nelle nuvolette, Pedro continuava a storpiare il suo nome in Lucyble! Come era possibile? Era normale che qualcuno che aveva assistito a qualche sua azione di giustizia ne volesse riproporre un racconto a disegni, ma certi dettagli…come facevano a saperli? Le stesse ambientazioni domestiche,  dettagliate al millimetro, le stesse parole. Lucybel pensò a qualche telecamera nascosta, a qualche cimice, ma l’abitazione era costantemente monitorata da lei in persona, tutti i giorni, visto il mestiere che faceva e le possibili ritorsioni da parte dei malavitosi, a cui assestava batoste su batoste… Spie le escludeva, perché solo lei, Sentenza e PedroMiguel vivevano in quell’appartamento inaccessibile, non avevano neanche la domestica…Spiati da fuori con binocoli o roba  simile era impossibile, troppo fitta e alta la siepe del giardino. “Cosa può ess..”, la frase che Lucybel stava ripetendo riflettendo fra sè fu interrotta da una intuizione tragica. Raggelò, cominciò a tremare, un’angoscia fredda le serrò il respiro, rendendolo affannoso e breve. L’ultima fra le pagine che aveva raccolto conteneva una didascalia in basso in cui l’autore del fumetto si scusava, in quanto per un suo difetto di dislessia aveva sbagliato a scrivere, senza accorgersene,  quasi tutti i dialoghi di quell’ultimo numero: in luogo di Lucybel aveva scritto Lucyble.  Il correttore delle bozze era ammalato, il numero era in ritardo e…era successo! Si scusava ancora con i lettori dell’inconveniente, sarebbe stata la prima ed ultima volta…

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recensioni redazione

 
Come Lucybel divenne Lucybel - parte 1 2011-05-01 15:24:54 ab normal
Voto medio 
 
4.4
Qualità della trama 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Scorrevolezza 
 
4.0
Coinvolgimento 
 
5.0
Originalità 
 
5.0
ab normal Opinione inserita da ab normal    01 Mag, 2011
#1 recensione  -   Guarda tutte le mie opinioni

Brevo!

Good!

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
Una fetta di torta sacker
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