Come Lucybel divenne Lucybel - parte 2 Hot
COME LUCYBEL DIVENNE LUCYBEL – parte 2
Passò una buona mezzora a riflettere. Non c’era altra spiegazione logica. Per quanto fosse assurdo la nostra eroina aveva la prova schiacciante di essere un fumetto, mossa dalla stessa trama dei racconti di cui era protagonista. Un piccolo, minuscolo indizio che aveva aperto una voragine nel sistema, una terribile inezia sfuggita all’autore. Il prossimo numero sarebbe uscito con questa sua passeggiata lungo il fiume, ne era sicura, ma non certo con questo errore che svelava tale mostruoso abuso (almeno tale agli occhi di chi lo subisce in prima persona…).
“Figlio di puttana, figlio di una grandissima puttana!” aveva esclamato
Era disperata per quella tragica verità, per quella sua esistenza a metà che ogni personaggio dei fumetti, come lo era lei, crede ovviamente reale. Lucybel si rifugiò nelle considerazioni filosofiche: Paperino era isterico, ma aveva voluto esserlo veramente, autonomamente? E lo stesso Paperone, era quindi veramente avaro o lo disegnavano in quel modo?
E ancora: era dotata lei, la creatura Lucibel, del libero arbitrio, sempre ammesso che esistesse per i personaggi dei fumetti? Disponeva di una sua volontà? E soprattutto: PedroMigule l’amava veramente o era costretto a farlo da una trama?
Quale strazio. Ossessivamente, visualizzava il suo cuore impacchettato con pagine di fumetto, un po’ come le frattaglie che il suo macellaio si sbrigava ad avvolgere con fogli di giornali vecchi… . Prigioniera della sua stessa vita.
Dopo vari ragionamenti angosciosi, Lucybel aveva però deciso di continuare così, di fingere che nulla fosse successo, che quell’interruzione breve e casuale del sogno che era la sua vita, non fosse mai accaduta. Cosa sarebbe accaduto se si fosse svegliata? Temeva di perdere PedroMiguel, ma anche i suoi superpoteri, il coraggio di combattere…l’adrenalina che muoveva i suoi salti leggendari, che fine avrebbe fatto? Non osava pensarci. Finora il suo occulto padrone era stato magnanimo con lei. Lucybel aveva la miglior vita possibile, seppure fittizia. Per di più, ora che il fumetto aveva quasi 30 anni di vita,
Le avventure erano quindi continuate. Malvagi di ogni sorta, ladri, pervertiti, truffatori, papponi, avvocati, tutti erano finiti in ginocchio, tremanti, dinnanzi al giudizio di Lucybel la Vendicatrice. Che inevitabilmente li aveva mandati all’Altro Mondo (o meglio all’effimero inferno dei fumetti, ora lo sapeva…). Con estrema violenza. Uno splatter su china, il sangue nero che volava da tutte le parti, assieme alle membra mozzate o ridotte a purea irriconoscibile.
Show must go on: ogni episodio finiva, ancora una volta, con Lucybel che marchiava con uno stiletto la sigla “LV” sulle chiappe senza vita dei giustiziati…
Non era male, in fondo. “Ammettilo, Lucybel” si ripeteva per giustificarsi.
In particolare, ricordava con piacere l’episodio n.23, “Giustizia è fatta”, in cui aveva inseguito un truffatore di povere vecchine in fuga. Similmente al geniale surrealismo tipico di Jacovitti, in una sola mossa aveva immobilizzato e sollevato il manigoldo, lo aveva ripiegato su se stesso fino a infilargli la testa nel culo, trasformandolo così in un grosso ragno cieco a quattro zampe. Proprio come fanno i clown quando modellano i palloncini per far divertire i bambini. Poi lo aveva lasciato andare. “Vai ora, ti perdono…” riportava la nuvoletta della nostra eroina. A chiudere la storia, la scritta “The End” dell’ultima vignetta sormontava il neo insetto, ritratto in fuga disperata e circondato dalle grida di scherno della gente del quartiere, mentre cozzava contro ogni sorta di ostacolo. Giustizia era stata fatta di nuovo. In realtà, Lucybel non lo aveva risparmiato ma, come un gatto in tuta nera e mantello giallo, si era solo divertita ad allungarne di poco la penosa fine: a guardare bene infatti, nello stesso ultimo riquadro a china, il malvivente, assurdamente ricurvo dentro di sé come in un quadro di Bosch, si stava dirigendo ignaro verso le rotaie del treno locale…il fumetto “Ciuuuuff!!” sullo sfondo, a preannunciare l’arrivo del convoglio, garantiva al lettore una fine da macello. Ma doverosa, secondo il sacro senso popolare di giustizia, per il quale il sangue deve essere versato a mondare il torto subito.
Ma, nel numero del giungo di tre anni dopo, gli specchi dell’illusoria vita di Lucybel si incrinarono. Fino a rompersi del tutto.
Nel numero 54, “Piccoli malviventi crescono”, stava inseguendo a tutta velocità due membri di una baby gang locale e li aveva quasi raggiunti. Già pregustava la violenza pura con cui li avrebbe ridotti ad una unica e informe polpetta, quando con la coda dell’occhio intravide uno spettacolo osceno. Un tradimento unico, una tortura estrema perpetrata contro di lei dall’Autore. Il corpo ormai senza vita di PedroMiguel stava precipitando da una vicina terrazza sopraelevata, un coltello nella schiena. Forse una vendetta per una esecuzione di vecchia data, forse una rapina. In un fumetto del genere i pericoli non mancavano, ed erano sempre in agguato. Ma Pedro ne era rimasto sempre fuori, grazie a una sorta di tacita immunità. Un privilegio che era alla base della felicità di cellulosa di Lucybel.
Lucybel quindi si fermò, immobile. Non era furiosa. Era fredda e calma. La sua profonda disperazione, insieme alla voragine nera del dolore, si erano semplicemente tramutate in un istante in una enorme lama mortale, pronta all’unica e vera vendetta che meritasse di essere compiuta. Finalmente l’aveva capito. Non soccorse Pedro, non lo pianse, perché non era necessario. Ora. Trattenne le lacrime. Il piano finale, quello che aveva in serbo da anni nel caso fosse stato necessario attuarlo, non lo prevedeva perché era innanzitutto
Estrasse una grossa matita rossa con inciso un teschio d’oro, da lei stessa creata di nascosto dallo sguardo vigile dall’autore. Grazie ad essa, incredibilmente, disegnò un water nello spazio vuoto della realtà-vignetta, con un tratto infantile ma efficace. E ci gettò dentro l’ultimo numero di “LV”, che ormai da anni, di volta in volta, portava sempre con sé, per ricordarsi costantemente di quanto la sua vita fosse il surrogato di una vita vera; o come testimonianza aggiornata su carta dell’occulto potere dell’Autore sul dipanarsi della sua esistenza. Poi, dopo aver tratteggiato la catenella e il pomello, tirò l’acqua. “Fanculo”, pensò. Il fumetto finì nelle fogne di cellulosa, che si diramavano in profondità come in ogni città inventata. Ora, dopo quel gesto simbolico ma fondamentale, era libera dalla dipendenza verso l’Autore. L’inizio della fine. E grazie ai disegni della sua matita rossa, come aveva scoperto in vari tentativi clandestini, poteva crearsi una realtà propria con cui interagire e dominare gli eventi. La matita non aveva poteri speciali, era una matita normalissima, solo esteticamente un po’ tamarra: semplicemente l’autore non aveva pensato che un personaggio potesse ribellarsi al punto da disegnare sulle sue stesse tavole un destino diverso da quello già deciso da lui.
Che il piano finale avesse inizio. Tornò indietro e corse a tutta velocità verso lo sfondo indefinito della vignetta. Aveva notato che un palazzo apparentemente anonimo ricorreva in tutte le vignette di “LV”, dall’origine a oggi. Sempre lo stesso, era riuscita ad individuarlo con anni di osservazione e l’occhio di eroina quale era. Sospettava fosse la tana dell’Autore. Raggiunse il palazzo in pochi balzi, saltando come un gatto da un tetto ad un altro, nella plasticità perfetta della tuta nera. Non poteva interagire col portone d’ingresso perchè non era previsto dalla trama. Ma con la matita rossa disegnò come meglio poté una sorta di entrata tonda e irregolare. Si mise a gattoni e l’attraversò. Ce l’aveva fatta, era dentro. Imboccò di volata le scale. La mente era vuota di ogni pensiero, era solo una lama con le gambe. Una enorme lama affilata.
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Opinioni inserite: 1
Racconto da merenda
Grazie AB, i tuoi racconti mi divertono sempre un sacco! Hai un modo di scrivere che ti invidio un po', sei fresco, divertente e dissacratorio.
L'unica pecca, a mio avviso, è il "lieto fine"...

