Miss Dark - parte 1 Hot
Miss Dark – parte 1
I piccoli conigli bianchi la fissavano. Erano immobili. Gli enormi occhi neri, spalancati e lucidi, avevano catturato uno spettacolo osceno, e ora ciascuno di loro stringeva al petto le piccole zampe anteriori. Erano disperati e tremavano. Le lunghe orecchie erano ripiegate all’indietro come maniche flosce, mosse da scatti nervosi. Dalla piccola bocca semiaperta, coperta dai grossi denti bianchi, sembrava dovessero uscire parole di consolazione. Ma nulla, solo silenzio. I lunghi baffi sottili erano ripiegati in basso, in attesa che il colpo mortale venisse sferrato.
I piccoli conigli bianchi sono esseri molto sensibili, non dovrebbero assistere a simili spettacoli.
SantoIddio non dovrebbero…
Ma era successo, inevitabilmente. Servivano a questo.
Alessia si era accorta che stava morendo di caldo sulla piccola terrazza invasa dal sole implacabile. Grosse gocce di sudore le cadevano una dopo l’altra sulla settimana enigmistica, come se la sua testa fosse un vecchio rubinetto. Si alzò, borbottò fra se “che cazzo di caldo che fa ”, sciabattando verso la cucina per prendersi una lattina di the freddo. “Non posso rimanere in quell’inferno la fuori…” fu la decisione che giunse a metà del corridoio in penombra.
L’inferno in realtà era bello perché i rigogliosi vasi di surfinee appese sulla strada di sotto incendiavano l’aria coi loro colori viola e bianco. Mettevano di buon umore, assieme alla spaziosità del cielo terso, sul quale più di una volta Alessia aveva disteso lo sguardo. Riparandosi con la mano dal bagliore del sole e stringendo le palpebre, si era soffermata su un gruppo di nuvole lontane, piccole e rigonfie, che sembravano fissate per sempre su quello sfondo muto, come fuori dal tempo. Uno stormo di uccelli, sempre più piccolo nel suo lento procedere, sembrava a un certo punto averle quasi raggiunte, ma era svanito improvvisamente, inghiottito dalla limpida lontananza. Alessia aveva sorriso, spalancando il più possibile gli occhi su quel piccolo numero d’illusionismo.
In cucina il solito puzzo di verdura lessata era amplificato dal caldo, ma rendeva tutto più intimo, assieme alle tapparelle calate e al ronzare del frigo. Ne aprì lo sportello, individuò la lattina arancione, la prese e ne bevve un bel sorso. Il liquido freddo giù per la gola fu un tuffo in un lago. Richiuse lo sportello e nel girarsi, contemporaneamente alla consapevolezza di essere felice, ebbe appena il tempo di sentire sullo zigomo destro un impatto tremendo, come di un piccolo missile, accompagnata dall’immagine sfocata di una sagoma maschile in movimento. Nel brevissimo tragitto che separava la sua faccia dalla parete del frigo, prima che vi si schiantasse contro a tutta velocità come un’auto impazzita, riconobbe il sapore di pelle imbottita di un guantone da boxe. Una sensazione che negli ultimi due anni aveva imparato a desiderare, sostituendo l’iniziale repulsione con una sorta di piacere. Quegli schianti di pelle sulla faccia erano diventati qualcosa da cercare, e il suo allenatore della palestra “Audaci” una sera si era complimentato con lei: “Hai superato la paura, brava”, aveva detto strizzando l’occhio. Ma la parete del frigo non aveva lo stesso fascino oscuro quando lo zigomo sinistro vi si fracassò contro, era fredda e dura, come il marchio Bosch che gli si stampò in parte sulla tempia: “SCH”
Troppo di sorpresa, non aveva avuto modo di parare col braccio destro, la difesa che le veniva meglio. Prima di perdere i sensi, accasciandosi sul pavimento di marmo, sentì che il dolore aveva reso la sua testa ottusa e insensibile come quella di un manichino di legno.
Quando tentò di riaprire gli occhi una luce accecante glieli fece richiudere all’istante. Era il sole. Riprovò più lentamente. Riusciva ad aprire del tutto solo l’occhio destro, l’altro era diventato una sorta di spugna gonfia e dura. Era di nuovo in terrazzo? Sì, riuscì ad inquadrarne il pavimento, la settimana enigmistica calpestata, poi più in alto la porta a vetri, spalancata sulla veranda.
Alla sua sinistra le surfinee erano indifferenti al suo dolore, chiuse nella loro altera bellezza.
Dalla veranda, che Alessia aveva trasformato negli anni in sua tana personale, veniva il frastuono della tv a tutto volume. Era Buona Domenica, inconfondibile. Assurdamente si chiese come qualcuno potesse guardare quella merda. “E’ peggio di un pugno in faccia” pensò fra se, ridendo da sola del senso dell’umorismo che le usciva nei momenti peggiori. Lo stesso degli incontri impossibili, quelli in cui rischiava di finire al tappeto sotto una gragnola di colpi. Riconobbe lo scroscio di un applauso, e subito dopo la voce da gallina della solita ospite che si esibiva in scontate opinioni di carattere sentimentale, troncate dall’incalzare del conduttore. “Io in amore pretendo rispetto, non accetto compromessi, lo sapete”. Di nuovo un altro applauso a immortalare l’impavida scelta.
Provò a muovere le braccia, ma si accorse che erano diventate tutt’uno con la sedia di ferro da giardino sulla quale l’avevano legata. Lo schienale di metallo bianco le stava segando la pelle dell’avambraccio, all’altezza del gomito piegato. Sentiva il formicolio alle mani, che dovevano aver stretto con la corda sottile da cucina, quella per fare gli arrosti. La sentiva tagliare e bruciare. Muovendo ciondoloni la testa si accorse che la spallina sinistra della canottiera era intrisa di sangue, colato anche lungo il braccio. Doveva essere la tempia, la sentiva pulsare. Non riusciva a formulare nessun pensiero, era esausta. In più il sole implacabile dall’alto la stava cuocendo lentamente.
Quando lui entrò in terrazza dalla penombra della veranda, rotta a tratti dal lampeggio della tv, era nudo e indossava guantoni da box. Il corpo troppo alto, depilato e magrissimo, definito nei muscoli allungati. Il membro a ciondoloni. Piedi all’interno, ginocchia piegate, braccia raccolte e schiena ricurva menava colpi veloci all’aria, come in allenamento, sinistro-destro, un montante e piccoli stronzissimi jab, la sua specialità. I guanti fendevano l’aria con sibili tondi. Il membro ciondolava come un metronomo, tenendo il tempo. Ai piedi aveva gli stivaletti regolamentari, bianchi e rossi.
Lo guardò in faccia. Si era lasciato crescere i capelli castani, che ricadendo sugli occhi chiari ne censuravano come potevano la follia. Due fanali orrendi spalancati, fissi, rigati di rosso.
Era il suo allenatore. Non lo vedeva da tre mesi, era stato sostituito, nessuno sapeva il perché. Il proprietario della palestra si ammutoliva a chi chiedeva notizie, cambiava argomento. “Non sta bene, adesso torna”, diceva e si rinchiudeva nell’ufficio pieno di foto di incontri, a fumare.
Ma Alessia sapeva perché, lo sapeva anche troppo bene. Quando nello spogliatoio se lo era ritrovato alle spalle, quando le sue braccia l’avevano stretta e la sua lingua si era infilata nell’orecchio sinistro, come un verme bagnato, aveva avuto l’istinto di sgusciare dalla presa, rotare il busto e far partire alla cieca una specie di gancio destro. Le era venuto troppo aperto e troppo alto, lei d’altra parte stava ricadendo all’indietro, ma fu un colpo perfetto per un palo di un metro e novanta. Dritto al bersaglio, a mano nuda, sul mento. Glauco era ricaduto di lato, lentamente, come un albero abbattuto. Scivolando in ciabatte sul pavimento bagnato, come un assurdo cartone animato che cerca di rimanere in equilibrio, si era andato a schiantare dentro un cesso, urtando contro la tazza. Alessia, ancora terrorizzata, si era avvicinata al bagno da cui uscivano quelle due gambe lunghe mezze coperte dall’accappatoio. L’urto con la tazza era stato forte. “Che è morto?” si chiese Alessia, le mani che tremavano. Non riusciva a vedergli la testa e le spalle, si era infilato come la fusoliera di un aereo precipitato tra la tazza e il muro. Un lungo sigaro di carne immobile, le braccia lungo i fianchi, in accappatoio beige.
Al pronto soccorso avevano parlato di trauma cranico, ma forse nella testa di Glauco qualcuno degli ingranaggi che generavano i suoi pensieri era già uscita fuori asse da molto tempo. In quello sguardo duro Alessia ci aveva sempre notato una assenza pericolosa, di chi ha passato un limite indefinito. Forse la dura vita degli allenamenti, i sacrifici e la solitudine. Glauco se la cavava bene nei campionati dilettanti, fra i pesi medi era chiamato “Serpe”, per via dell’astuzia e di quel jeb sinistro che rompeva gli schemi degli avversari, facilitato dalla lunghezza del braccio. Poi via col diretto destro, come un morso di vipera.
“Sono in forma sai” disse Glauco, il membro ciondoloni che scandiva il ritmo dei suoi saltelli. Due schivate rapide prima a destra e poi a sinistra, il suo jeb e il diretto al suo avversario immaginario, poi di nuovo a saltellare.
Quindi si spostò dalla porta, sempre coi guantoni in guardia a proteggere il volto. Si mise davanti ad Alessia, si chinò sulla schiena, le urlò “ciao” in faccia con voce stridula da pollo e gli occhi sgranati, e rialzandosi le assestò un forte montante destro.
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recensioni redazione
Non male!
Però..:)
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cinismo al dente!
scelta di linguaggio perfetta,cinismo al dente ,bravo ab normal!

