Miss Dark - parte 2 Hot
Miss Dark – parte 2
La sedia si impennò un poco sul davanti, la testa di Alessia fu sbalzata all’indietro come un palloncino, e un piccolo firmamento di stelline roteanti le apparve dentro al cervello.
Fu lì, nel delirio di quel colpo, che si materializzò il primo coniglietto bianco. Le stelline si radunarono in un solo punto, e come piccoli mattoni luminescenti gli diedero forma. Il coniglietto, una specie di Hello Spank ma con le orecchie molto più lunghe e rosa, gli occhi simil disneyani, grossi dentoni e un corpo più snello la salutò imbarazzato con la manina, strizzando gli occhi a “x”. Poi le fece un grosso sorriso, si girò su se stesso e per farla sorridere mosse velocemente la coda a batufolo, infilando la testa fra le gambe. Era buffo e Alessia rise a mo’ di pernacchia con le labbra.
“C’hai poco da ridere, stronza” disse Glauco, di nuovo piegato su lei, a un centimetro dal suo naso. Rimanendo piegato a metà, le gambe divaricate e proteso in avanti col busto, come un orango pelato eccitato dalla lotta, si esibì con due ganci in sequenza lenta, destro-sinistro, il membro a ciondoloni. Il primo le fece molto più male del secondo, perché andò ad impattare sulla ferita della tempia e sull’occhio già gonfio e livido. Il dolore si irradiò come una scossa nera su tutto il corpo, stordendola di nuovo. Poco prima di ogni colpo il coniglietto bianco si preparava all’impatto: si piegava verso il basso, le zampette anteriori a riparare la testa, gli occhi stretti e la bocca storta, orecchie all’indietro. E al momento dello schianto del guantone l’animaletto si ingigantiva tondo come un candido pesce palla, gli occhi diventati enormi si stiravano su quella sfera di pelo, le orecchie ridotte a due piccole punte smussate. Galleggiava pochi istanti roteando nello spazio buio, con le zampette appena accennate. Poi ridendo, i dentoni che si muovevano su e giù, si sgonfiava di colpo emettendo un grosso peto rumoroso: “PROOOOT!”. Era ridicolo e Alessia continuava a pernacchiare, non riusciva a stare seria. Intontita dal male, si accorse solo dopo che ora a lui si erano aggiunti altri due coniglietti, uno per ogni colpo. La salutarono nello stesso modo del primo, ma al posto del numero della coda, con le mani si storsero la bocca in modo inverosimile, tirandola come fosse di gomma tenera, incrociando gli occhi e muovendo la lingua come bizzarri serpentelli.
La posizione innaturale, per stare all’altezza del volto di Alessia, impediva a Glauco di scaricare la sua massima potenza sul suo nuovo pungiball di carne e capelli. Erano colpi che Alessia poteva sopportare, ma ancora per poco, era pur sempre un uomo con grosse leve midiciali. Nello stordimento sentì l’esplosione di due altri colpi, due diretti probabilmente, tutti e due a segno tra zigomo e arcata sopraciliare. In quella posizione Serpe doveva per forza prendere con calma la mira, ne aveva tutto il tempo d’altra parte. Poi un terzo e un quarto, poco dopo, la sequenza di morte jeb-diretto, la sua specialità: sul naso e di nuovo sull’arcata destra. Il sangue iniziò a colarle dal naso, lo sentiva anche giù per la gola, quel suo gusto metallico e amaro.
Ora i conigli erano sette, riusciva a contarli, e rideva come una pazza. Erano l’unica cosa che potesse vedere, gli occhi le si erano gonfiati come due grosse vongole livide, e riusciva ad aprirli solo poco in fessura, ma facevano troppo male. Preferiva stare nel buio in compagnia dei suoi nuovi piccoli amici. Nel frattempo i coniglietti avevano messo su un vero teatrino da saltimbanco: capriole, salti all’indietro, schiaffi del soldato, poderosi calcioni nel culo che facevano rimbalzare il coniglio-buffone per tutto lo sfondo nero, come in un flipper senza sponde. Poi il numero della fionda: avevano preso uno di loro per le orecchie, lo avevano tirato per i piedi all’indietro e poi lasciato di colpo. Il proiettile di pelo era rimbalzato dal basso verso l’alto, sparendo nel buio, per poi ricadere poco dopo, accompagnato da un sibilo. Si era spiaccicato di fronte a lei, come su una lastra di vetro: gli occhioni enormi spalancati, la lingua di fuori, il corpo contorto alla Willy il Coyote e sulla pancia bianca la scritta:“Hai un Aulin?”.
“Piccoli amici, grazie!” pensava Alessia divertita. Ormai non sentiva più i colpi che Glauco continuava a infliggerli, non sentiva più niente. Forse si era fermato, forse lei era già morta prima, al primo coniglietto.
No, non era morta, ora sentiva la tv. Un qualche cantante italiano alla Mino Reitano stava vomitando versi melensi sul pubblico in delirio per lui. Un coniglietto si mise ad imitarlo, mimando un microfono con una mano. Con l’altra spalancata seguiva gli ampi gesti del braccio, contorcendo il viso e spostando la testa, come in preda a romantiche passioni. Gli altri coniglietti si erano seduti su sedie immaginarie, e applaudivano entusiasti. Erano molto meglio loro. Poi un coniglietto del pubblico si alzò, andò deciso dal cantante, lo prese per il collo, lo capovolse e soffiandogli forte dentro al culo, le guanciotte che si riempivano e svuotavano, lo trasformò in un palloncione. Poi estrasse un ago enorme e con un gesto rapido, sorridendo verso il pubblico, lo fece esplodere: “SBLAAM!”. Tutti i coniglietti a ridere, a darsi pacche sulle gambe, c’era anche chi si contorceva per terra sbattendo le grosse zampe.
Poi qualcuno cambiò canale, non poteva che essere Glauco. Dopo un po’ di zapping si udì il ritmo semplice ma efficace di un rock anni ottanta, e il volume fu messo al massimo. Voci in falsetto da checche, sì era uno special sugli Europe. “It’s the final countdooooown” faceva il ritornello. Probabilmente lo era anche per lei, il conto alla rovescia era iniziato.
Glauco entrò in terrazzo, brandendo un grosso coltello da cucina. I coniglietti iniziarono ad agitarsi come formiche sotto assedio, sbattendo impauriti uno contro l’altro, le braccia alzate mentre correvano. Poi iniziarono ad abbracciarsi stretti, mentre c’era chi invece piangeva da solo, seduto, grosse lacrime che zampillavano dalla fontana di pelo bianco. Quindi si misero a guardare tremanti nella stessa direzione, Glauco la “Serpe” si stava avvicinando imperterrito. I conigli hanno paura più degli altri dei serpenti.
“Adesso facciamo una cosa seria, fatta per bene” disse Glauco, visibilmente depresso, grattandosi leggermente lo scroto col la punta del coltello. Si era pettinato i capelli all’indietro, e gli occhi chiari erano sprofondati del tutto in un nulla sinistro. Le si avvicinò e iniziò a segare gli infiniti giri di corda da cucina con cui l’aveva legata alla sedia. Ma il coltello non tagliava e Glauco cominciò a insistere, dando colpi più poderosi di lama, smadonnando. “Coltello del cazzo!” urlò chino su di lei. Un tanfo acido di ascelle si diffuse rapido su Alessia, mentre agli Europe si erano sostituiti gli U2: “I can’t live, with or without youuuu”. Bella canzone, pessima atmosfera pensò. Il volume era così alto che i sottili vetri della porta finestra vibravano come la coda di un serpente a sonagli.
Dal gruppo di conigli immobili, che alternavano lo sguardo terrorizzato prima verso Glauco e poi verso la martoriata Alessia, se ne distaccò uno, saltellando e facendo grandi segni di braccia. Aveva un’idea? Si radunarono tutti intorno a lui che iniziò a parlare e a fare movimenti di zampa incomprensibili.
Poi tre conigli iniziarono a scriversi qualcosa sulla pancia con i loro pennarelli neri. C’era pochissimo tempo, gli altri saltellavano agitatissimi. Fatto, ecco che corsero e le si disposero di fronte, il fila: il primo riportava la sillaba “CO”, il secondo “NI” e il terzo “GLIO”, con la “O” che gli andava tutta sul fianco. “CO-NI-GLIO?” pensò Alessia, ormai allo stremo, che significa? Lo so che sono conigli, pensò. Che senso ha? Rimase un po’ a pensare, come poteva, mentre Glauco stava terminando di segare lo spesso strato di corda. L’olezzo era ormai sopportabile.
Il coniglio che aveva avuto l’idea, rendendosi conto che Alessia non capiva, controllò allora il gruppo dei tre conigli-cartellone. Alzò gli occhi al cielo, si portò una mano sul capo e con la stessa diede due grossi schiaffoni sulla nuca degli ultimi due della fila, imprecando nella lingua muta dei conigli. Li prese per un orecchio e li scambiò di posto, poi agitò le braccia attirando l’attenzione sulla nuova parola. “CO-GLIO-NI” ripeté Alessia, unendo le sillabe. “COGLIONI”, ancora non capiva. In che senso? Siete dei coglioni? Che bell’aiuto, mettersi scherzare ora…non riusciva a trovare nessun nesso, nessuna utilità. Il coniglio inventore, visto che il suo messaggio era ancora incomprensibile, iniziò allora a mimare quello che Alessia avrebbe dovuto fare. Alzò la zampetta anteriore destra, allargò le tre ditona che la formavano, è iniziò a fare forza su di esse, come se stesse stritolando qualcosa. Col viso mimava uno sforzo sovraumano. Allo stesso tempo indicava i tre coniglio-manifesto, che lo guardavano distratti. “Stringere…ciglioni…ah, STRIZZAGLI I COGLIONI!” pensò Alessia finalmente. Ma come faccio se…

