Miss Dark - parte 3 Hot
Miss Dark – parte 3
Il tempo di realizzare che l’ultimo giro sottile di corda era stato tagliato da Glauco, concentratissimo nel suo assurdo sforzo di liberatore, che Alessia allungò l’avambraccio destro con una decisione sconosciuta. Sentì la coscia sudata e risalì rapida come un mangusta sù fino al membro. In un istante, con disgusto ma con forza, serrò il pugno sullo scroto del suo aguzzino, stringendo come una pazza, digrignando i denti e urlando.
L’urlo di Glauco superò di gran lunga il suo e l’assordante rimbombo della televisione messi assieme. Era paonazzo, gli occhi fuori dalle orbite. Ad Alessia sembrava di stringere una viscida lumaca gigante, ma il suo padrone era in suo potere, finalmente. Era lui questa volta ad essere immobilizzato dal dolore, i ruoli erano stati sovvertiti. Dire che lo teneva per le palle non era una metafora. Doveva essersi immobilizzato come un gattino preso per la collottola.
Alessia, inondata dalla sua stessa adrenalina, finalmente parlò, ansimando.
“Perché non mi dai un gancio destro ora, Glauco… eh?”.
Glauco non rispose, emetteva solo suoni inarticolati, come i cani quando hanno gli incubi.
“Eh?!” urlò.
“Tiramene un altro, ho detto!” urlò ancora, ansimando più forte.
I conigli stavano esultando, saltellavano tutti col gesto del pugno stritolante rivolto al loro cielo nero. Uno si era messo a imitare il povero Glauco, accartocciandosi con le orecchie flosce, le mani strette sul pube liscio, la faccia contorta dal dolore. Tutti a ridere.
“Ho detto un altro, pezzo di merda!”. La voce di Alessia si era trasformata in quella di una guerriera medievale, una sorta di Giovanna D’Arco che dà la carica al suo esercito, ma blasfema nella sua arma di vittoria. Non sarebbe mai diventata santa.
Mollò la presa e sentì Glauco ricaderle addosso a peso morto, svenuto per il dolore. Si alzò, lasciandolo schiantare sulla sedia di ferro.
Si trascinò a tastoni nella veranda, attraversò l’onda sonora della televisione. Era la pubblicità di un assorbente con cui una stronza riusciva a fare anche la ruota. “Te la do io la ruota…” disse piano, senza vedere nulla.
Raggiunse piano piano il bagno, andando a memoria e a tentoni. Si alzò sul lavandino, facendo leva con le braccia dal basso. Si rimise in piedi, le girava un poco la testa. Tastando trovò i rubinetti e fece scorrere l’acqua fredda. Iniziò a bere e a buttarsi l’acqua addosso, ma piano sulla faccia, che non osava toccare direttamente. Aprì gli occhi quel poco che riuscì, ma a sufficienza per scorgere un volto gonfio e deforme, impiastrato di sangue sotto il naso, quello che prima di oggi riconosceva come Alessia. Sembrava un marziano, con gli occhi gonfi e la faccia verde dai lividi.
Si rese conto che i coniglietti erano svaniti. Sentì la fitta della nostalgia al cuore, dov’erano i suo amici salvatori? Doveva rivederli, si era già affezionata, sì molto…
Tornò verso il balcone, rinfrescata e vestita con la sua tenuta preferita per gli incontri. Passando per la veranda ritrovò di nuovo la tizia che faceva la ruota, miracolata dal suo assorbente interno. “Ma sei ancora qui, stronzetta?” digrignò fra sé Alessia. Con un mezzo gancio centrò il tasto di spegnimento della tv, che barcollò all’indietro, rimase in equilibrio un istante per poi precipitare dal suo mobiletto. Un grosso botto, una sorta di bomba di vetro, mise fine per sempre ad ogni problematica mestruale, almeno per quella vecchia tv.
Trovò Glauco seduto sulla sedia di ferro, la testa piegata, le mani sulle palle, si contorceva ancora dal dolore. Le aveva risparmiato la fatica di rimetterlo seduto. Con gesti rapidi e sicuri gli prese le braccia ormai prive di forza e le legò alla sedia con la corda verde di plastica da giardino, quella con cui si fissano i fusti delle piante ai sostegni, affinché crescano dritte.
“Non stare gobbo, stronzo. Ora ti raddrizzo io. Dove eravamo rimasti?”, disse Alessia, infilandosi i guantoni. La mano sinistra sanguinava, doveva essere stato il gancio alla televisione.
Per far sopportare la luce del sole ai suoi occhi a vongola si era messa un grosso paio di occhiali da sole, modello anni 70, alla Sandra Mondaini. Li aveva trovati nel bagno di sua madre e se li era messi subito, anche la lampadina del bagno le dava fastidio.
Faceva ancora un caldo mortale, la palla infuocata del sole indicava che dovevano essere più o meno le quattro del pomeriggio. Alessia inizio a saltellare, piedi all’indentro, ginocchia leggermente piegate, avambracci alzati nella posizione di guardia, busto in avanti. Due diretti per scaldare i muscoli, due montanti ancora, un giochetto di gambe di sua invenzione.
“Allora Glauco, so di essere debole col diretto sinistro, non è il mio braccio, lo sai. Tu dimmi se vado bene, sono qui per imparare”. Sorrise, sotto quei grossi occhialoni fuori moda. Aveva perso un incisivo, ma non se ne era accorta nel bagno.
E via con due diretti improvvisi sul naso di Serpe, che aveva fatto l’errore di alzare lo sguardo verso di lei. La testa gli si reclinò indietro due volte, come un pupazzo. Chiuse la combinazione con un gancio destro. Sblam, una bella botta niente male. Quello bianco doveva essere un dente di Glauco. Portava fortuna, e forse faceva bene alle surfinee.
L’allenamento continuò per un’altra mezzora buona. Glauco non diceva più nulla, la testa riversa sul petto, gli occhi spalancati. “Non ti aspettare complimenti da me, Alessia. Se non ti dico nulla vuol dire che stai andando bene”, le aveva ripetuto più volte in palestra.
Proseguì un’altra mezzora. Stava andando alla grande.
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recensioni redazione
Favorisce la catarsi 2
Ottimo racconto, davvero... coinvolgente e adrenalinico. Anche in questo caso, possiamo dire che il coniglio (vedi commento a "Eroi")favorisce la catarsi...
Ma tessere le lodi del nostro AB Normal mi sembra superfluo, ormai...
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 1
Sinceramente....
non ti sopporto proprio!!
Da dove ti sono usciti quei conigli? Una genialata, davvero...
Personalmente la vedo benissimo come base per tirarne fuori qualcosa di più di un racconto, io non lo trascurerei.

