Il Palomabro Audace - parte 1 Hot
Il Palombaro Audace - parte 1
Le tre di notte, il soggiorno di casa. Il sudore colava copioso sulla fronte di Laura, o meglio del “Palombaro Audace”, come lei stessa si era ribattezzata durante i preparativi dal viaggio che stava per compiere. Un viaggio ai limiti dell’umana concezione, vissuto con fervore mistico unito ad una incontenibile esaltazione infantile (non erano stati pochi i momenti in cui si era sorpresa mentre mandava risolini divertiti, gli occhi spalancati, le mani che battevano veloci un applauso insensato…). Un confuso sistema di corde, passate più volte all’altezza delle ascelle e sotto le cosce, a creare una sorte di bizzarra seduta, sorreggeva la sua figura penzoloni sopra l’acquario di casa. Una sospensione garantita da due manici di scopa inchiodati insieme e poggiati alle loro estremità all’ultimo gradino di due scale di alluminio, affiancate per la stessa lunghezza, da una parte e dall’altra dell’acquario. Una sorte di folle ponte traballante, nel cui centro la parte finale della corda usata per la seduta era fissata con nodoni incredibilmente grandi.
Il Palombaro era ormai irriconoscibile, chiusa in una tuta ricavata con fogli di giornale che le ricoprivano tutto il corpo, stretti da uno spesso strato di nastro da pacchi marrone. In testa un vecchio secchio di plastica bianco, con ancora il manico di metallo, era stato forato all’altezza degli occhi, e un tubo di gomma, di quelli da innaffiare, usciva sbilenco all’altezza della bocca, per poi perdersi in una matassa informe sul pavimento.
“Soffoco..mpf…merda…mpf…non si respira in questo casco! Cazzo…” si lamentò Laura, infastidita più dal fatto di non averlo previsto, puntigliosa com’era, che per la temperatura da giungla tropicale che le toccava sopportare. Da fuori la sua cagna Emiliana udiva solo incompresibili lamenti cavernosi, ed era sempre più preoccupata, le orecchie ritte e il capo inclinato di bastardina simil setter. Il muso rosa, come una piccola proboscide nervosa, cercava di captare una risposta plausibile a un simile spettacolo, indecoroso per qualsiasi padrone che si rispetti. Abbaiò più volte, chiedendo spiegazioni, ma senza risultato.
La sua padrona era là, e non sembrava affatto intenzionata a scendere. Non poteva portarla con sé?
Laura si concentrò. Ora veniva la parte più pericolosa del piano: rimpicciolirsi. L’acquario era capiente, certo, ma il suo corpo rimaneva comunque del tutto sproporzionato, e lo scopo non era solo quello di immergersi. Era di entrarne a far parte di quel mondo liquido, di diventare un suo abitante, anche solo per poco. “Le dimensioni contano” si era ripetuta più volte, lontani da lei riferimenti sessuali, tutta presa com’era dalla sua meta.
Da mesi aveva tentato di arrivare a una soluzione, provando ad assumere anche improbabili posizioni da contorsionista. Ne aveva visto uno in tv, al Guiness dei Primati, riuscire a entrare in una scatola trasparente piccolissima, poco più grande di una scatola da scarpe. Impossibile, le sue ossa erano ormai destinate al comfort estremo, modellate da anni di posizione supina su comodi divani. E poi c’era il suo amore totale per le merendine, una abnegazione eroica al piacere che le aveva fatto sacrificare incurante la sua silouette: “Prendete le mie forme, non mi importa!” sarebbe stata la giusta trasposizione in parole di quella passione muta ma assoluta, fondata su anni e anni di infiniti strati di pan di spagna e ripieni cremosi, e degna del miglior romanzo rosa.
La risposta era arrivata qualche settimana dopo, in piena notte. Su un sito internet di chiaro stampo new age, “Love Dungeons”, aveva trovato la ricetta di una strana pozione per divenire grande “come un dente di drago”. Quella che aveva il sapore di una immane stronzata le apparve subito la soluzione che attendeva da sempre. “Fiiiiccoooo!!!!” esclamò davanti al portatile, alla luce della lampada dello studio. La parte più pericolosa di sé, quella che le aveva fatto accumulare negli anni chili e chili di ninnoli inutili, boccettine colorate, peluche, romanzi improbabili e altre strambe amenità, aveva preso di nuovo il sopravvento su di lei, come un’onda che sfonda gli argini eretti da bambino sulla spiaggia. Si era messa dunque al lavoro, ma gli ingredienti per realizzare la pozione, per tre quarti inventati sul momento dal fondatore di “Love Dungeons”, erano irreperibili. Fu così che il posto del “petalo di libellula” venne preso dal più comune basilico, complice, come fu anche per gli altri ingredienti, l’estrema pigrizia della Nostra. Il “fiore di vergine” divenne un Mon Cheri, la “spada di fuoco” il caffè unito a una vecchia dose di ginseng, mentre il “latte di drago” dovette tramutarsi nel potente e temibile Viakal. Così per le altre numerose componenti, anch’esse raccattate fra ingredienti di cucina e prodotti per l’igiene domestica. Ne uscì un’essenza dal colore orrendo e indefinito, maleodorante, come quelle che solo i ragazzini riescono a creare quando vogliono scacciare la noia nei pomeriggi d’estate e combinare qualche guaio. La pozione era stata poi conservata religiosamente in frigo per giorni, e ora era pronta per il nobile scopo.
Il Palombaro Audace, ma comunque Saggio, prima di appendersi come un salume, l’aveva travasata in una lattina di Coca Cola, e ora, come un pilota di Formula Uno, era pronta ad assumerne una bella sorsata attraverso una cannuccia, infilata in un buco del suo bizzarro copricapo. Nell’altra mano teneva un coltello da cucina, fondamentale per tagliare al momento opportuno la fune che la sorreggeva.
Ripeté nella sua mente i passaggi fondamentali del piano, anche perché ormai mezza tramortita dal caldo del casco stava perdendo di lucidità: grazie alla pozione sarebbe diventata piccola come un pesce, avrebbe tagliato la corda, e sarebbe così precipitata nell’acquario, protetta dalla tuta. Il lungo tubo le avrebbe permesso di respirare, come i veri palombari.

