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I Racconti Racconti a Puntate Surreale Un gatto tira l'altro - 3
 

Un gatto tira l'altro - 3 Hot

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Un gatto tira l’altro  - parte 3

 

Sdraiata su un lettino del suo enorme laboratorio, a occhi chiusi, Carne si lasciò andare ai ricordi. Il fondo nero degli occhi era rischiarato appena dall'alba fredda e soffusa di una lampada alogena del soffitto.

Stranamente le cosa che ricordava meglio era l'inizio di tutto, non il durante, né la fine. Quell'inizio che, in pochi decimi di secondo, aveva condensato tutto quello che sarebbe successo dopo, come il titolo troppo lungo di un film. Un presagio compresso in una comoda monodose, se solo si avesse avuto il tempo e il modo di strappare la confezione, sciogliere  il suo contenuto effervescente in un bicchiere e poi berlo, per giovarsi del potenziale rimedio che conteneva.

Il presagio era una spinta brusca e anomala del suo corpo dal sedile posteriore verso lo spazio fra i due anteriori, come se il corpo fosse attratto da una enorme calamita, nascosta nel buio di quella galleria  autostradale. Ma visto che lei non era di ferro non poteva essere. Come spesso accade in questi frangenti, la realtà si mosse in fotogrammi lenti, di cui alcuni mancanti. Così lenti che c'era il tempo di pensare...

Pensò “!!!” quando nel secondo fotogramma (un eternità dopo il primo, nero, quello del presagio con il lunghissimo titolo sullo fondo), il suo corpo raccolto in un tailleur beige si andò a schiantare di taglio contro il sedile lato guida, sul quale suo marito tentava di girare bruscamente il volante a destra.

Nel terzo in vece sua pensò l'adrenalina, e Carne, ai tempi Astrid, si attaccò al sedile come il morso di un cane, le dita della mano destra conficcate nel tessuto del sedile, il corpo completamente rovesciato, una caviglia piegata che toccava quasi la capotte, la faccia all'opposto schiacciata contro la pedana del fondo dell'auto.

Il quarto mancava, o forse no, perché  il cofano della macchina si impennò come un cavallo imbizzarrito contro il culo d'acciaio di un autoarticolato. Ma Astrid non lo vide perché i suoi occhi erano fissi su un pupazzetto di plastica di Topolino che era finito chissà quando sotto il sedile del guidatore. Il quarto fotogramma gli sembrò ancora il terzo, ed ebbe tempo di pensare che Marco, suo figlio, adesso le prendeva, dopo tutto il piagnisteo che aveva fatto perché voleva un nuovo Topolino.

Il quinto fotogramma conteneva nella traccia sonora un fracasso d'inferno, come dinamite esplosa dentro una scatola di latta da cucire, così le sembrò. Nel quinto ebbe il tempo di vedere, perché l'adrenalina le aveva fatto appoggiare il braccio sinistro sul fondo per fare leva, abbassare la gamba,  risalire un poco col busto. E vide il culo d'acciaio dell'autoarticolato farsi largo dentro l'auto, contorcendo un cavallo imbizzarrito di lamiera, che le parve il cofano,  per poi fermarsi fino a pochi centimetri dalla sua faccia.

Nel sesto fotogramma ebbe modo di realizzare che in quei pochi centimetri che la separavano dal culo del camion erano presenti suo marito Fabio e suo figlio Marco, che adesso le prendeva.

Nel settimo e negli altri che seguirono, c'erano lei che usciva dall'auto e sbracciava per chiedere aiuto, rivolta verso il fondo nero della galleria, illuminato dai neon gialli sulla sua sommità a botte.

Per quanto dei fotogrammi non abbiano la possibilità di registrarlo e riproporlo agli spettatori, era ancora netto il ricordo della sensazione di freddo gelido dentro la galleria. Come anche quella del liquame acido dell'angoscia che repentino la inondava dal basso, sgorgando dall'asfalto. Era già arrivato al petto.

In pochi istanti tutta l'intera galleria era satura di quel liquame, fin quasi a sfiorare i neon gialli della sommità.  E Astrid, come per evitarlo, si rannicchiò a riccio a fianco di quel che rimaneva dell'auto,  contratta e inerme come i roditori che fingono di morire.

 

Erano passati molti anni da quel giorno, ma spesso aveva voluto ricordare di proposito. Sullo stesso lettino del suo sterminato laboratorio sotterraneo, analista di se stessa, con gli occhi chiusi. Gli unici ricordi della sua vita passata che la interessassero ormai. E quel presagio di un istante da custodire gelosamente, la scintilla che aveva incendiato e distrutto tutto il resto, riducendolo a un ammasso sciolto e puzzolente.

Per anni era andata a caccia di cosa o chi avesse potuto provocare l'incidente. Ricca di famiglia e in seguito alla morte del marito molto di più, unica erede della sua attività milionaria, aveva venduto tutto per trovare una risposta. Aveva assunto ogni forma di specialista e scienziato per capire chi o cosa avesse causato la tragedia. Ricostruzioni raffinate, simulazioni, testimoni, filmati a circuito chiuso.

Era mossa da un rancore talmente grande che aveva soffocato il dolore e lo strazio, e gli stessi ricordi. Così profondo da diventare lentamente un grosso verme annidato dentro al cervello, capace di auto-alimentarsi delle sue stesse feci e crescere così all'infinito, aggrovigliato su se stesso in spirali all'interno di altre spirali.

Tutti i migliori esperti consultati,  ingegneri, medici o informatici, in poche parole la conoscenza umana di quei tempi espressa ai più alti livelli, aveva dato lo stesso responso tecnico sull'incidente, molto più inaccettabile della peggiore delle cause: era stato un caso. Un incidente puro e semplice, nessun guasto meccanico o elettrico o alle infrastrutture della galleria. Nessun malore. Erano solo capitati alla coda di un tamponamento fra autoarticolati, all'interno di una galleria. Il primo dei quattro tir che si erano scontrati aveva frenato improvvisamente a causa di un'auto che lo precedeva, che a sua volta lo aveva fatto per quella ancora prima e.... Impossibile stabilire l'identità di tutti i presenti, impossibile trovare un vero colpevole, se aveva senso trovarne uno. Nel caso di Astrid e della sua famiglia, si era trattato del classico “posto sbagliato al momento sbagliato”. Certo, la distanza di sicurezza non era stata rispettata, ma il traffico, il buio e forse la stanchezza del guidatore lo avevano impedito. E poi il guidatore era suo marito, di cui all'epoca era tremendamente innamorata, quasi in modo patologico. Niente su cui rifarsi.

“Un banale incidente, come ne capitano tanti, signora”, aveva sentenziato un ingegnere tedesco, chiudendo tutte le indagini,  mentre Astrid gli staccava un grosso assegno. Senza battere ciglio, in una sera d'autunno di tredici anni prima.

Caso chiuso.

Ma non per Astrid. Il verme era diventato più famelico che mai, e aveva trovato nuovi pertugi, sempre più profondi, ove penetrare e ingrassarsi. Era la deformazione mostruosa e contraria dell'amore che nutriva per il marito e per il figlio, sottoposto alle radiazioni fortissime di un dolore coltivato volutamente. Un mutante che si nutriva della carcassa di quegli affetti smisurati, dei ricordi e delle sensazioni loro legate. Il tutto in quelle profondità misteriose e oscure in cui Astrid si rifiutava ormai di scendere.

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