Un gatto tira l'altro - 5 Hot
Un Gatto tira l’altro – parte 5
Il telefono cellulare chiuso a conchiglia la fissava con la faccia adesiva di un vecchio manga giapponese. I tentativi di ricordare il nome e almeno un episodio di quel cartone animato si sovrapponevano col pensiero di telefonare a sua madre. Ma il vapore leggero in cui era costantemente immersa la mente di Amalia rese poco visibili per un po' entrambi gli obiettivi. Fantasmi nella nebbia.
Quindi si decise a richiamarla, per l'ennesima volta, ma niente, ancora il messaggio di segreteria. Dopo qualche giro intorno alla roulotte, sullo stesso sentiero fra l'erbaccia che usava da sempre quando aveva bisogno di camminare e riflettere, tagliò decisa per il campo, abbandonando la roulotte aperta, coi suoi tulipani adesivi nel cesso, la carta da parati a fiori, che rendeva tutto infantile e stanco, il vecchio stereo, il frigobar con la maniglia spezzata da Riportino, il letto sempre sfatto, qualche occulta traccia di sperma, la sua chitarra, la piccola cucina in disordine, stracolma di pentoline colorate da pulire, l'armadietto da lavoro, pieno di profilattici, un dildo a batteria, una frusta e un corpetto di pelle nera, pomate, unguenti vari e una confezione di Viagra. Sul tavolinetto la bolletta dell'Enel, ovvero la prova di un mondo ultraterreno zeppo di peni senza pene.
Attraversò a passo svelto il campo di erbacce, intirizzite dal freddo come lei e seccate dalla stagione, avvolta nella sua giacca di pelle nera, la minigonna e le ciabatte rosse da casa, imbottite di pelo. Il freddo pungente venne tagliato più volte dall'abbaiare potente e stridulo di un piccolo cane, una ridicola palla di pelo che correva avanti e indietro lungo la cancellata di una casa vicina. Amalia lo osservò, concludendo che entrambi erano allarmati, ognuno per proprie ragioni private. Uscita dal praticello di erbacce e imboccata una stretta strada residenziale passò vicino alla cancellata e lanciò al cane mignon uno sguardo saporito dei suoi, pieno di determinazione, che in questo caso voleva dire “Teniamo duro”. La casa di sua madre, girato l'angolo, era a soli cinque minuti a passo sostenuto. Le ciabattine imbottite di pelo presero a trottare ancora più velocemente. Amalia, sguardo basso e collo infilato nei baveri della giacca, si concentrò a fissare quelle buffe calzature rosse, da due soldi, e nonostante la situazione richiedesse angoscia, le venne in mente il soggetto per uno dei suoi quadretti, quelli che dipingeva con una certa perizia autodidatta nell'intimità del suo tempo non carnale. Il quadro si sarebbe intitolato “L'albero della vita”, e avrebbe raffigurato un albero snello e lungo, sullo sfondo dell'intervallarsi di colline tonde e verdi. Appesi come frutti, ai rami più bassi, c'erano dei feti, alimentati ciascuno da un cordone ombelicale a forma di rametto, sovrastati poco sopra da neonati, rosa e paffutelli; verso metà chioma dei bambini, sia maschi che femmine, dall'aria angelica. Più su, a metà, dei giovinetti giocosi e maliziosi, e ancora sopra molte coppie adulte, uomini e donne, nudi, nell'atto di copulare, intrecciati fra il fitto fogliame. Ma nei rami più alti, dove le foglie si facevano gialle e rade, e i rami rinsecchiti, uomini e donne erano rappresentati anziani e ricurvi. Al culmine della chioma finalmente i corpi si tramutavano in teschi, maturi e pronti a cadere a terra. Alla base dell'albero, infine, i tanti teschi caduti sprofondavano man mano sottoterra, andando a nutrire le stesse radici dell'albero, secondo un ciclo infinito.
L'idea piacque molto ad Amalia, che nell'alzare lo sguardo si accorse di aver superato di gran lunga il cancello del cortile della madre. Non era la prima volta. Tornò sui suoi passi, ancora pensierosa, riconsiderando i vari dettagli dell'opera. Le ciabattine rosse ora erano ancora più svelte nel recuperare terreno e certezze.
Giunta davanti al cancello in acciaio della villetta a schiera, suonò molte volte al campanello.
Niente.
Suonò alla vicina Pepa, chiese notizie, quella la invitò ad entrare, ma Amalia rifiutò quando la voce nasale del citofono confermò che neanche lei vedeva sua madre da ieri. In effetti era molto strano, convenirono, e Pepa fu lasciata a parlare da sola per un mezzo minuto buono, mentre Amalia era già avviata in direzione della Roulotte dell'Amore, decisa a esplorare la zona in motorino.
Il vecchio decrepito Bravo dietro la roulotte ci mise non poco a riavviarsi, lui che da parecchio tempo stava quasi in cima all'albero della vita, a coltivare ruggine, pronto a cascare volentieri di sotto.
Fra gli scoppiettii della marmitta roca e dondolando sulle piccole dune di terra, Amalia attraversò le erbacce del campo. Una volta in strada sentì l'aria fredda stringersi come una morsa sulla sua faccia e penetrarle sotto la gonna, con le sue mani violente. Ma a questo era più che abituata e, imperterrita, come un cavaliere in battaglia, si diresse verso l'ufficio postale a tutta velocità, perché oggi era il giorno in cui sua madre ritirava la pensione. Forse l'avrebbe trovata in fila, a chiacchierare come sempre con qualche sconosciuto.
Scese al volo dal suo cavallo di latta, che proseguì la propria corsa traballante fino a schiantarsi contro una recinzione del parcheggio. Entrò trafelata dentro l'ufficio ma, in fila davanti al suo sguardo, c'era solo la solita umanità variegata di vecchi, studenti, casalinghe e immigrati. Mancava solo sua madre, che avrebbe parlato volentieri, notò, con quella vistosa signora grassa dal buffo cappello di lana. Chiese ansiosa agli impiegati di sportello, ma l'unico risultato fu di sollevare, di non poco, il brusio di sottofondo. Fu lì che si accorse, chinando lo sguardo, che dalla giacca di pelle aperta sbucava il reggiseno rosso, l'unica cosa di cui si fosse vestita dalla cintola in su: era lì a sfidare l'immobile quotidianità dei presenti, grosso e tondo, senza timore e senza colpa, come una nave che sfida gli sterminati oceani.
Non aspettò di essere allontanata che già era di corsa nel parcheggio a recuperare il motorino agonizzante, sollevandolo a fatica dalla aiuola in cui era andato a morire in pace.
Fu lì che arrivò come una saetta l'sms della madre: “Figlia, mi hanno rapata ma sto bene. Carla”.
Cosa significava “rapata”? Forse sua cugina, che si improvvisava troppo spesso parrucchiera, aveva combinato un altro disastro con quel regola-capelli elettrico? Amalia cercò di pensare, vorticosamente, il più chiaramente e il più in fretta possibile. Tentò di richiamare la madre, ma nulla. La cugina, fra strilli vari dei suoi marmocchi indemoniati, le disse che non la vedeva da settimane, e che lei comunque era una brava parrucchiera, che le saltava in mente di fare certe domande?
Amalia riagganciò esausta e confusa, e si sedette sullo stretto marciapiede dell'aiuola. Cercava di concentrarsi ma l'agitazione era troppa, la paura le faceva gonfiare il petto, il reggiseno nave affrontava ora grosse onde in rapida sequenza. Tempesta.
Dopo circa cinque minuti, un agghiacciante, laconico sms di precisazione. “Rapita, scusa. Carla”.
Amalia rimase immobile a fissare il display del cellulare spegnersi e riaccendersi più volte, non riusciva a credere a ciò che aveva letto. Era tutto così assurdo, e sua madre continuava a non rispondere, lasciando squillare all'infinito.
Una lacrima calda le solcò uno zigomo e andò a cadere sul display nero, formando un laghetto tetro e disperato.

