Un gatto tira l'altro - 6 Hot
Un gatto tira l’altro - parte 6
Nel laboratorio sotterraneo la luce soffusa delle lampade svanì del tutto, cedendo il passo a uno dei sogni ricorrenti di Astrid, Il Re Vecchio.
Emerse lentamente dalle acque buie della memoria, dallo stesso labirinto sconosciuto e sterminato dove strisciava e si ingrandiva senza sosta il grande verme.
Il Re Vecchio era giovane e aitante, nudo, solo la corona in testa e lo scettro in mano, seduto sul suo trono di legno dorato e finemente intarsiato. Sprofondava molto stancamente in quel seggio regale, era afflitto da una enorme pesantezza, e non badava alle schiave che lo attorniavano, di rara bellezza e ognuna con doni preziosi. Non ascoltava le loro suppliche gentili, era insensibile alle loro carezze lievi e sensuali. Non vedeva gli affreschi con scene bucoliche delle pareti vicine, rischiarati dalle candele, né il suo fedele falco da caccia, appollaiato su di un trespolo al suo fianco, immobile come fosse di legno. Il suo fedele consigliere e amico di tante battaglie, vestito di calzamaglia e un’armatura leggera, se ne stava in disparte, pensieroso e afflitto dall’atteggiamento del Re.
La testa a ciondoloni sul petto, al pari del suo membro floscio sul broccato rosso della seduta, il Re Vecchio parlò con voce flebile, lentamente, ripetendo parole che Astrid, spettatrice involontaria di se stessa, conosceva a memoria. Disse:
“…sono stanco come un Re che ha già vissuto mille regni, e che della vita ha noia indicibile, perché già al terzo scettro conosceva il destino dei seguenti. Gli stessi errori, gli stessi orrori, gli stessi stolti mancamenti, lo stesso dolce delirio sussurrato al riflesso vuoto della propria vanagloria. Ma che quei regni ha voluto vivere ugualmente, come l'ebbro che costretto a festeggiare barcolla da un banchetto all'altro e si caccia il dito tutto in gola per ricominciare. Tale è la mia vita in certi giorni, amici miei… giaccio impiccato come selvaggina sul mio destino circolare, e a forza riapro la ferita di una interminabile commedia che non ha niente di reale…”
Così dicendo il re si conficcò la base tagliente dello scettro su di un avambraccio, all’altezza del polso, e se lo tirò fino al gomito. Ne scaturirono zampilli di sangue scuro misto a pietre dure e pallini da archibugio, che fuggivano dalla sua carne come i topi dalla tana inondata.
A niente servirono i soccorsi lacrimevoli delle damigelle schiave, del fedele consigliere, ogni volta sconvolto come fosse la prima, fra lo sbatter d’ali del falchetto impazzito e il tintinnare del sonaglio della sua zampa. Furono tutti cacciati dal Re Vecchio, a male parole, i suoi muscoli si contraevano come elastici mentre fendeva lo scettro a destra e a sinistra, mandando grugniti sordi. Finché rimase solo ed esausto, e si risedette sul trono logoro.
Poi proseguì a parlare, da solo: “…stanotte, fedeli amici, ho avuto un sogno, ho sognato di tornare nell’utero di mia madre, ma una volta dentro mi sono accorto che era bucato, marcio, e son ricaduto a terra, piangendo come quando nacqui. Non è buffo? Allora mi diressi laggiù, in quella casa rischiarata da un lume, entrai ed era bella, ma mi accorsi che il tetto non c’era e pioveva dentro. Quindi me ne andai e trovai sul mio cammino un sacco che pareva pieno di denari: fuori c’era il simbolo dei dollari, vi pare? Ma quando lo aprii era colmo solo di muschio secco e qualche sasso. Ah, una sciagura continua ho pensato, e d’un tratto ho visto a fianco a me una botola di legno, aperta. Sono sceso, nonostante l’ingombro del mantello e della corona, che mi cadeva da tutti i lati. Un gradino dopo l’altro, sempre più giù, finché mi sono trovato nel buio più nero. Ho fatto qualche passo, c’era freddo e odor di umido, e pensavo come poter avanzare in quell’oscurità così densa come non ne avevo mai vista, quando di grazia una fanciulla che reggeva una piccola candela colorata, come un candito che si brucia, è sbucata d’un tratto e mi ha detto “Vieni”, con voce così tenera…. Anche il viso tondo e gli occhi erano di bambina. Siamo dunque giunti presso un sepolcro spoglio, rischiarato solo da un’altra candela, dove giacevano ciascuno su due letti identici, composti, con le braccia raccolte, un uomo ed un bambino. Mi sono avvicinato all’uomo per primo, e al bambino poi. Parevano dormire sereni, finché la fanciulla mi ha detto: “Non li riconosci?”…”
Astrid aprì gli occhi sulla lampada alogena del soffitto, ponendo fine al sogno dentro il sogno del Re. Lei che conosceva l’uomo e il bambino non voleva vederli, evidentemente. Preferiva, forse per paura, forse per evitare il dolore, la luce fredda e gli sterminati angusti corridoi del suo laboratorio sotterraneo. Alzò il busto e si appoggiò di fianco sull’unico avambraccio ancora libero da alterazioni. Non poteva rimanere sdraiata a lungo, gli innesti della modificazione corporea ai quali si sottoponeva da anni non glielo avrebbero consentito, pena un dolore lancinante. Aveva imparato a dormire poche ore e ripiegata su se stessa.
Poco prima di sdraiarsi sul lettino si era soffermata a lungo davanti allo specchio di una delle tante sale del laboratorio, per osservarsi, nuda, come sempre dopo ogni innesto sottocutaneo. Questa era stata la volta di una sorta di lungo baccello, inserito lungo il lato sinistro della schiena, una forma organica che partiva stretta e leggermente ricurva per poi man mano ingrossarsi e chiudersi dopo quasi 40 centimetri. Un lungo budello deforme piantato tra muscolo e pelle che, unito ai numerosi altri, di varia misura e forma, dava vita a un complesso saliscendi di forme poco riconoscibili che le deturpavano la schiena in modo osceno. Così su tutto il resto del corpo. Nel viso, in particolare, due zigomi abnormi e una fronte ricurva all'infuori a dismisura, quasi impedivano di vedere gli occhi. Si era fatta estrarre tutti i denti, tranne un unico incisivo superiore, reso ipertrofico anch'esso da una capsula ridicolmente fuori misura. Aveva sorriso con quell’unico dente alla ennesima conferma che lo scopo di diventare un mostro, sistematicamente costruito negli anni, stava riuscendo.
Eppure era certa di non aver provato né paura né dolore nel rivedere figlio e marito in sogno. Era l’unico luogo della memoria dove li considerava custoditi a dovere, ancora immuni nel corpo dalle tremende conseguenze dell’impatto nella galleria. Ma per un istante le ritornò l’immagine troppo vivida dei loro corpi orribilmente schiacciati, uno degli ultimi fotogrammi dell’incidente, così insopportabile che di colpo scese dal lettino con un balzo. Ci aveva fatto l’abitudine, ormai.

