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I Racconti Racconti a Puntate Surreale Un gatto tira l'altro - 9
 

Un gatto tira l'altro - 9 Hot

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Un gatto tira l’altro – parte 9

 

Quando l’uomo bello bussò alla roulotte, Amalia era tutta intenta a incollare la nuova carta da parati su quella vecchia. Ai fiorellini delicati, ormai mangiati dal tempo ma riprodotti con estrema cura realistica, voleva sostituirne dei nuovi, molto più grandi e stilizzati, dai colori accesi, tondi come fossero stati creati col solo compasso. Ma il vapore che si alzava lento dal pavimento della sua mente, rendendo come sempre tutto indefinito e sfuggente, le aveva fatto ricoprire per sbaglio il calendario che teneva appeso vicino al piano cottura. Il mese di novembre del 1989, pieno di piccoli appunti, scarabocchi e stelline, aveva perso il suo contatto col mondo, illudendosi che quello strato di carta plastificata a fiori grossi lo avrebbe difeso dal suo caduco destino di segna-giorni. Dall’imminente dicembre assassino.

“Guarda che così non saprai più che giorno è…” esordì l’uomo bello con la sua voce calda e roca, senza alcun accento.

Amalia si girò di scatto e per la sorpresa prima oscillò come una bandierina e poi cadde dalla sedia su cui si era arrampicata,  trascinando con sé tutta la  superficie incollata per errore, seguita da un barattolo di colla, un rotolo di carta nuova e un poster sgualcito di un tramonto in riva al mare. Mentre novembre tornava così all’ineluttabilità dei suoi ultimi giorni, Amalia lottava a terra come una furia, tentando di divincolarsi da quella tremenda superficie appiccicosa. Gemiti soffocati provenivano da sotto i fiorelloni plastificati e due gambe strette in jeans attillati si agitavano come zampette di insetto. L’uomo bello, che era entrato e si era chinato in soccorso porgendole la mano, si rese conto che i lunghi capelli castano chiaro di Amalia erano immersi per metà nella colla da parati, tanti raggi sottili che sprofondavano ignari in una pozza giallo-trasparente. La sua aureola di martire del fai-da-te.

Mezz’ora dopo l’uomo bello era ancora intento a tagliarle pazientemente le ciocche dei capelli, tutti cementificati e inscuriti in grossi grovigli.  Tagliare era l’unica soluzione, fra i singhiozzi di un’Amalia smarrita ma allo stesso tempo molto incuriosita dalla nuova presenza maschile. Nel caos seguito alla caduta, gli occhi, imbrattati con ditate sporche di colla, le bruciavano da impazzire e non aveva ancora visto il viso di uomo bello. Ma la voce la affascinava e allo stesso tempo la cullava, con lo stesso effetto di un temporale estivo in lontananza. Seduta su una sedia scrostata di formica, color carta da zucchero, occhi spremuti per il bruciore, ora Amalia era regredita alle elementari. Iniziò a rivivere un ricordo incredibilmente nitido, emerso dalla memoria come una bolla bianca. In quinta, un giorno invernale, maestra Lucia, donnone dai grossi seni pieni di crema allo zabaione, aveva preparato una cosiddetta “esperienza” per educare a riconoscere e descrivere i suoni. L’aula era stata invasa a intervalli regolari da suoni di ogni tipo, registrati su cassetta, che la maestra faceva ascoltare di volta in volta dal suo registratore.

“Ditemi: cos’è questo?”

“Una bomba!” disse qualcuno.

“Macché bomba…è un campanello di bicicletta…ma perché una bomba, Marzio?”

“E questo che cos’è?”, riprese. Così avanti per una mezzora buona, chi indovinava il suono doveva associarvi almeno uno degli aggettivi che avevano studiato nel corso della settimana precedente, riempiendo pagine di quaderno. “Assordante”, “tenue”, “inquietante”, “fastidioso”, “cadenzato”, e così via. Quasi nessuno dei bambini era in grado di farlo correttamente, e tutti si limitarono all’aggettivo per loro più semplice: “assordante”. Anche perché il registratore di maestra Lucia sembrava dovesse saltare in aria da un momento all’altro, a quel volume così alto. Maestra Lucia ti abbracciava stretta tra le sue grosse poppe, là dentro ti sentivi al sicuro, ma era sorda come un cacciatore di novant’ anni.

Finché introdusse la variante di interrogare per nome.

“Amalia, questo cos’è?”

Il registratore, le casse strangolate dal volume, riprodusse un suono di poggia, un ticchettio fitto e pungente, a cui si sovrapponeva il rombare cupo di tuoni lontani che si stemperavo man mano all’orizzonte.

Amalia non rispose. Sapeva bene cosa fosse e voleva associare l’aggettivo “lontano”. “Un temporale lontano”. Ma rimase in silenzio, a occhi chiusi, riportando alla mente il quadro dell’ingresso di casa, una piccola tela con soggetto bucolico. Rappresentava la riva di un fiume, coperta di fitta vegetazione intrecciata, affiancata da un prato incolto, in cui un pastore radunava il suo piccolo gregge. Lo vide animarsi: i nuvoloni neri che si addensavano in lontananza, i colori che sfumavano e si incupivano sotto lo scrosciare della pioggia, il pastore che correndo sospingeva il gregge, allontanandosi fuori dell’area rappresentata, forse diretto a una masseria vicina per ripararsi. In pochi attimi il temporale era diventato l’unico protagonista, apportando alla scena un nuovo tipo di intimità. Nessun soggetto animato, solo la natura in attesa, sotto quella cappa d’acqua.

Amalia rimase sopita in quella dimensione, tanto da non sentire più la voce di maestra Lucia, che sbraitava sopra il volume del registratore e la incitava ripetutamente a dire qualcosa. Rispose la timida Grazia, con un filo di voce: “… piove…”.

 

“Dormi?” chiese l’uomo bello con la sua voce roca da attore. Stava attaccando l’ultima ciocca impiastrata di colla secca, le forbici stridevano in colpi ripetuti, difficile tagliare quei tronchi informi.

Amalia si ridestò dal torpore pesante del ricordo, tentò di aprire gli occhi, ma il bruciore di quella maledetta colla non se ne voleva andare. Associò immediatamente un aggettivo a quella voce. L’aggettivo era: “suadente”. Pensò al viso e al corpo di una voce così bella. Li aveva visti girandosi di scatto, pochi istanti prima di cadere di lato, rovinosamente, poche immagini in sequenza prima di diventare cieca di colla. Il volto regolare, la mascella larga, punteggiata di barba incolta. I capelli scuri lisciati all’indietro, due baffetti fini alla Clark Gable. Occhi chiari, forse, sormontati da sopracciglia sottili. Completo scuro e cravatta. Sembrava proprio Clark Gable, se pensava al bel sorriso patinato che si apriva a sipario sotto i baffi, e agli  zigomi tondi come piccole mele.

“Ho finito. Ora ti devi fare una bella doccia. Dopodiché dobbiamo rasare i capelli zero”. Così disse la voce di uomo bello.

Ad Amalia non andava di parlare, era bello ascoltarlo e stare in silenzio. Le bastava che uomo bello si prendesse cura di lei. Seppure con così poco, sentiva che non avrebbe potuto desiderare di meglio dalla vita.

Si alzò e avanzò a tentoni, il braccio sinistro sorretto dall’accompagnatore misterioso. Due passi e furono dentro al bagno, una cabina telefonica strizzata e infilata nella roulotte. Sempre a  fiorellini.

Amalia prese a spogliarsi subito, senza preoccuparsi che l’ospite fosse presente o meno. La cecità temporanea, unita al modo in cui l’aveva cullata finora, avevano reso la sua nudità uno stato naturale. Sentì risvegliarsi in lei una sottile corrente elettrica, una forma di piacevole disagio che montava rapidamente e che andava colmato.

Dopo il temporale, fra i cinguettii degli uccelli e il latrare dei cani, una ragazza nuda, accompagnata da un uomo in completo scuro, entrarono nella scena bucolica. L’uomo elegante sorreggeva la ragazza per un braccio, che sembrava non vedere, a giudicare da come metteva avanti una mano, tastando nel vuoto. Era cieca, forse. Si diressero a passi lenti verso la riva del fiume.

 

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