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I Racconti Racconti a Puntate Surreale Un gatto tira l'altro - 10
 

Un gatto tira l'altro - 10 Hot

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Un gatto tira l’altro – parte 10

 

Sentì che l’uomo bello raccoglieva man mano i vestiti pieni di carta e colla, sentiva i suoi passi allontanarsi per poi tornare, avanti e indietro per ogni indumento. Forse li poggiava fuori dalla roulotte, in modo che non imbrattassero anche il pavimento del minuscolo bagno.

L’acqua riscaldata dal piccolo boiler elettrico prese a scendere, a Amalia si concentrò a lavarsi alla cieca il bel corpo, liscio e formoso, inondando di shampoo abbondante i capelli ridotti a tronchetti corti e scuri. La porta della doccia era rotta dall’ultimo viaggio in Austria, di dieci anni prima, quando suo padre dovette inchiodare per evitare un tamponamento e sua madre l’aveva sfondata  come una palla da bowling. Nessun sipario copriva ora la ninfa della roulotte.

Sentiva su di sé lo sguardo di uomo bello, che per rompere l’imbarazzo si era messo a scherzare sulla soglia del bagno, a voce alta per superare il frastuono della doccia. Aneddoti sul suo lavoro di rappresentante per una grossa ditta di lampadine. Quello faceva di mestiere, percorreva l’Italia in lungo e in largo, il baule della macchina pieno di bulbi di vetro di ogni forma e potenza. Erano storielle divertenti e i due ridevano come fossero al bar. Ma Amalia percepiva che a uomo bello la voce tremava per l’eccitazione e l’imbarazzo.

“Ma come ti chiami? Non me l’hai ancora detto”

Lo disse.

“Ah, che bel nome…”

Amalia non aveva mai avuto un approccio sessuale prima di allora. Ma ora, come un fiore che si schiude sotto la spinta di un meccanismo vecchio di millenni, sentiva che stava agendo secondo una spontaneità di cui non aveva controllo, seguendo una logica oscura ma giusta. La nudità mostrata all’interlocutore continuava a non imbarazzarla, la corrente elettrica che le attraversava il corpo aumentava.

I due giunsero sulla riva del fiume, tratteggiato con sfumature grigie e verde scuro, lievi pennellate bianche davano l’idea dell’impetuosità del corso d’acqua.

Rimasta di profilo rispetto all’entrata del bagno, ora Amalia si girò di fronte, superando ogni resistenza e mostrando i seni larghi e aggraziati, la peluria scura e folta del pube, le cosce robuste e tornite.

Ai sottili getti di acqua calda sentì poco dopo aggiungersi la morbidezza di labbra carnose poggiarsi sulle proprie, mentre dita e un palmo delicato stavano cingendo d’assedio un capezzolo, subito divenuto turgido, come un piccolo torrione. Provò ad aprire gli occhi ma quell’odioso bruciore non lo permetteva ancora.

La corrente si stava trasformando rapidamente in alto voltaggio che muoveva la forza misteriosa e incontenibile.  Le braccia di Amalia presero ad accarezzare la pelle nuda della schiena di uomo bello, entrato come poteva in un piatto doccia che bastava per un bambino. Sentì la difficoltà dell’uomo a reggersi in piedi, il suo peso appoggiarsi per tutta la lunghezza del corpo sul suo fianco, a tratti, ma dopo qualche saltello trovare una posizione meno precaria.  Ora la pelle di entrambi aveva stabilito un legame magnetico. Scivolando con la mano destra verso il basso incontrò il glande soffice, allargò la mano e afferrò istintivamente quello che doveva essere il pene, un ariete eretto e solido, sollevato da centinaia di piccole braccia assedianti. Iniziò ad andare sue giù con la mano, secondo una abilità che non sapeva di possedere, mentre il respiro di uomo bello aumentava di ritmo. Le labbra si unirono di nuovo e le lingue mulinarono vorticosamente come funi da ormeggio che si intrecciano.

 

La ragazza cieca e l’uomo dai baffi sottili, ora nudi entrambi, si immersero nelle acque del fiume, scomponendone le pennellate grigio verdi e le striature bianche.

Sentì le dita di lui farsi largo fra le cosce, raggiungere il pube, quindi incunearsi fra le labbra del suo sesso, che persero di resistenza, afflosciandosi come bandiere di resa. Il pene entrò piano, fino a lacerare l’ultimo, doloroso, sottile ostacolo.

Adagiati sul fondo del fiume, i due corpi presero a fondersi fino ad assumere la forma di un grosso pesce dalle pinne blu scuro e le squame argentee e gialle. Il dolore dell’unione si perse nel vorticare confuso della corrente, così forte da togliere il fiato. Il grosso pesce oscillava la coda blu per mantenersi immobile sul fondo, investito a intervalli regolari da correnti calde e impetuose che volevano sospingerlo indietro. Rimase fermo sul fondo scuro del fiume ancora per qualche minuto,  dimenando la coda. Davanti al pesce, due file parallele di lampadine tracciavano una sorta di lungo sentiero di luci fioche.

 

Amalia sentì d’un tratto l’uomo bello irrigidirsi, lanciare un lamento soffocato, serrarla ancor di più fra le braccia e gemere, quindi sospirare profondamente. La sua stretta divenne debole, e poco dopo il pene scivolò via dall’assedio, una ritirata strategicamente inaccettabile quando una fortezza è vinta.

Rimase confusa, mentre sentiva l’uomo andarsene funambolicamente dalla doccia. Provò ad aprire lentamente le palpebre ma una fitta di bruciore caldo lo impedì di nuovo. Non tentò di chiamarlo.

Il pesce colorato, senza vita, venne portato via in un istante dalla corrente impetuosa e fredda del fiume. Il pastore e il gregge si riaffacciarono alla scena, diretti lentamente alla loro posizione originaria, il centro della rappresentazione bucolica. I piccoli uccelli neri, tratteggiati con un colpo a “V” di pennello sottile, riapparvero nel cielo biancastro, fra nuvole rosa confetto. Arrivò correndo anche il cane pastore, dal pelo scuro e folto.

Rimase ancora cinque minuti buoni a scaldarsi sotto il getto della doccia, ora la sua unica fonte di calore. Ma non doveva rasarle i capelli a zero?

Si fece coraggio e uscì dalla doccia, a tastoni. Recuperò l’accappatoio appeso vicino alla porta, e gridò il nome dell’uomo bello.

Non ottenne risposta.

Non osò riprovare, si limitò a tremare nel suo accappatoio.

Nell’andarsene doveva avere lasciato la porta della roulotte aperta perché udì molto nitidamente un clacson vicino. Gli associò l’aggettivo “odioso”, perché le sembrò che quel clacson la volesse riportare alla realtà con violenza.

Chiuse la porta e sempre a tentoni si appallottolò sul letto sgualcito. Forse tornava.

Si risvegliò smarrita, molte ore dopo. Finalmente riuscì ad aprire gli occhi in fessura, quel tanto per vederci. Non bruciavano più. Si accorse che era calata la sera, di bell’uomo nessuna traccia.

Il tempo di ricordarsi l’accaduto, e lo smarrimento divenne profonda tristezza.

Quando riaprì gli occhi era notte fonda, doveva essersi addormentata di nuovo. Due piccole stelle tremolanti si affacciavano dall’oblò rettangolare di fronte al letto.

Aveva freddo e fame.

Accese la luce. Il pavimento era ancora un disastro appiccicoso di carta e colla. A passi lenti, attenta a non pestare nulla, si diresse verso il piccolo frigo. Si chinò e vide, fissata allo sportello con un magnete a forma di cuore, una banconota da centomila lire. La prese e barcollando tornò sul letto.

La rigirò a lungo, confusa, cercando di capire. L’unica spiegazione, concluse, era che qualcuno avesse detto a uomo bello che lei faceva la puttana. Forse una diceria che si era formata in qualche modo nel quartiere, fra i negozianti. Una ragazza così bella, che vive dentro una roulotte, senza mai un uomo a fianco. Doveva essere andata così. Si arrese all’evidenza, incrociando le gambe, con lo sguardo perso sui disegni colorati della banconota.

La banconota, matricola NA292513R, non fu mai spesa, ma conservata gelosamente nella agenda del 1989, al mese di novembre.

A uomo bello ne seguirono altri, in media assai bruttini, via via uno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro. Furono proprio come i giorni che passano e non sai perché, né perché passano sempre più in fretta. Un esercito di uomini e di cazzi da spremere come le mammelle di mucche in una fabbrica di latte, in sequenza industriale. Infinite varianti alla prima scena, più o meno elaborate, ma con lo stesso risultato.

Amalia si chiedeva spesso se il mestiere che faceva non fosse il tentativo, reiterato all’infinito, di ritrovare bell’uomo fra tutti i suoi clienti. Cercava l’amore in cambio di soldi. Probabilmente, si rispondeva, era proprio così. Che storia stupida era la sua.

E se lo ripeteva anche ora, lo sguardo perso nel grigio del pomeriggio, seduta sui soliti tre gradini d’ingresso, in attesa che Vulva delle “TheVaginaRapina” la raggiungesse lì alla roulotte.

 

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