Un gatto tira l'altro - 11 Hot
Un gatto tira l’altro – parte 11
La signora Carla fece appello a tutte le sue forze per non mettersi a urlare. L’adrenalina le montava in petto come una tubatura che sta per esplodere. D’altra parte si era ormai convinta di trovarsi dentro uno dei suoi soliti sogni strani, quelli che le venivano dopo aver mangiato i peperoni ripieni, di cui andava ghiotta. Macinato di carne, pane grattato, pepe. Quegli ingredienti, uniti all’acido digestivo dello stomaco, davano vita a vere rappresentazioni psichedeliche. Sciamaniche. Se voleva sballarsi, tentazione a cui cedeva spesso, si metteva in cucina, al riparo da ogni forma di controllo sociale. Nessuno sospettava di quella esile vecchina e delle sue abilità gastronomiche, così comuni. Guardava con soddisfazione quei fiori magici dorarsi dentro al forno, 30 minuti a 180 gradi, pregustando nuove avventure. Ogni volta un viaggio diverso.
Ma aveva mangiato peroni ripieni quella sera? E soprattutto, era notte o era giorno? Meglio non pensarci troppo, anche se stavolta il viaggio sembrava vivido e tridimensionale come non mai. E soprattutto un brutto viaggio. Dell’orrore.
Stavolta si trovava dentro un ascensore d’acciaio che non la finiva più di scendere, a fianco di due tipi in camice bianco, completamente ricoperti di pelo. Una peluria fittissima che sbucava dalle maniche, dal colletto della camicia fino a inondare completamente il volto e le mani. Uno, il più grosso, aveva gli occhiali e per vedere in tutto quel fitto aveva raccolto i peli con due forcine. Avea gli occhi azzurri. Le scimmie hanno gli occhi azzurri e stanno dentro gli ascensori? No. Poi non parlano, mentre ad un certo punto lui disse: “Prego, siamo arrivati”, invitandola ad uscire con un cenno della mano.
Varcò la soglia dalla scatola di acciaio, trovandosi in un lungo corridoio male illuminato. I due tizi pelosi la seguirono, rispettosi, braccia conserte dietro la schiena. Era una galleria sotterranea, a guardarla meglio. La volta, alta forse quattro metri, era di roccia nuda, illuminata fiocamente da una sequenza di neon sospesi. Si guardò intorno, prese un gran respiro, si fece coraggio e proseguì. Tanto era un sogno. Man mano che avanzava nella galleria, incontrava imboccature di altri corridoi più piccoli, sia alla sua destra che alla sua sinistra, a intervalli regolari. Nella penombra riuscì a vedere come a loro volta questi corridoi si incrociassero con altri, dando vita a un dedalo caotico, apparentemente infinito.
Non doveva aggiungere la cannella al ripieno, era chiaro. Mai più cannella e mai più così tanta.
Sempre per farsi coraggio, cercò un’altra spiegazione a ciò che stava vivendo in uno strano disturbo del sonno, di cui soffriva da quando era bambina. Non ne aveva parlato mai a nessuno, se non con il suo povero Ernesto. Si svegliava nel cuore della notte, mezza sveglia e mezza sognante. Occhi sbarrati, in bilico tra lo stato di veglia e la fase R.E.M.. La sensazione era sgradevolissima, perché la parte razionale voleva riprendere il pieno controllo della situazione, ma non riusciva e affondava immobile nella melma del sogno, nel suo cedevole e scivoloso delirio. Il risultato era la netta sensazione di essere diventata pazza, di aver perso il controllo di sé. Più si agitava per riprendere il controllo, più sprofondava. I pensieri e le situazioni più assurde sembravano reali e soprattutto fuori controllo. Il trucco, capì col tempo, era sforzarsi di svegliarsi del tutto, passare definitivamente alla parte di veglia. Magari andare in cucina a farsi un bicchiere di latte caldo, ma mai rimanere coricati in quello stato. Sarebbe stata una tortura.
Doveva essere proprio così. Tra poco si sarebbe goduta il suo bicchiere di latte. Doveva solo aspettare.
Cercò istintivamente di ricostruire la cronaca della giornata. Tentò ma i ricordi erano vaghi e scivolosi… certo, nello stato in cui si trovava era impossibile ricordare con cura. Non doveva insistere, doveva solo fare lo sforzo di svegliarsi. Giusto. Concentrarsi solo su quell’obiettivo.
Uno dei due uomini pelosi, quello di sinistra, le ordino di girare a sinistra. Carla lo fece. In fondo al corridoio c’era il suo bicchiere di latte.
Comunque, l’ultimo ricordo che la pareva chiaro e nitido era quello di un tipo che le si era avvicinato nella metro. Le pareva proprio oggi, sì, nella mattinata. Le aveva chiesto l’ora, fatto un po’ di conversazione sul più e sul meno, alla quale lei aveva partecipato di buon grado. Soprattutto il tema delle tasse troppo alte le era piaciuto, lei che compilava come volontaria le dichiarazioni dei redditi agli anziani.
Poi il vuoto.
Sempre la voce di sinistra, dietro di lei, le ordinò di fermarsi. Carla lo fece, e i due pelosi la superarono. Erano arrivati alla fine di quel corridoio. Ora il tipo grosso con le mollette, che era entrato deciso in una sorta di ufficio tutto illuminato, sarebbe uscito per porgerle il suo bicchiere di latte. Caldo, con due biscotti secchi. E finalmente si sarebbe svegliata.
Il più piccolo, scoprendo un sorriso da dietro la peluria, la invitò a sedersi su una delle tre sedie di plastica al suo fianco, di quelle da ospedale, a ridosso dell’ingresso dell’ufficio.
“No grazie, è tutto il giorno che sono seduta, la ringrazio. Sto in piedi volentieri” gli rispose Carla, rendendosi conto allo stesso tempo che non aveva la minima idea di cosa avesse fatto durante la giornata. Sempre che fosse sera, o notte.
L’omone occhialuto, tornato sulla soglia dell’ufficio, la invitò con un cenno cortese ad entrare
