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I Racconti Racconti a Puntate Surreale Un gatto tira l'altro - 12
 

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Un gatto tira l’altro – parte 12

 

Nessuno aveva pensato a Speck, il piccolo cane della signora Carla. Abituato a girare senza guinzaglio, in genere precedeva la padrona in nervose perlustrazioni, scodinzolando lungo misteriosi sentieri chimici. Dalle sole pipì altrui, sfuggenti macchie scure tra marciapiedi e muri perimetrali, ricostruiva con meticolosità e talento poco comune la razza presunta, il sesso e il rango sociale dell’ignoto autore. A volte anche il nome. Allo stesso tempo la sua piccola taglia, il pelo corto e rado, l’età avanzata, gli occhi sporgenti, lo rendevano desiderabile quanto lo può essere un grosso topo curioso che razzola indisturbato alla luce del giorno, oscillando vorticosamente la coda a mezzaluna.

Evidentemente in metropolitana il rapitore non lo aveva notato, nascosto tra fitta selva di gambe. Momento ideale, oltretutto, per gironzolare e dedicarsi all’analisi olfattiva di scarpe, calzini e bordi dei pantaloni, nonché borse e zaini appoggiati sul pavimento, archivi di infinite notizie sempre utili.

Anche dopo essere giunti alla fermata, fuori in strada, fino a un istante prima del rapimento vero e proprio, Speck non aveva fiatato, limitandosi a seguire a distanza la propria padrona che ciarlava con l’ennesimo sconosciuto. Tutto secondo la norma.

Essendo ancora “signorino”, non demordeva nella speranza di trovare una compagna con cui accoppiarsi, come natura vuole. D’altra parte poteva godere di un appartamento caldo e abbastanza ampio, di un balcone al primo piano, di un praticello bifamiliare e di un piccolo stuoino che fungeva da cuccia. Aveva tutte le carte in regola, rifletteva, per mettere su famiglia, ed era sempre più ricorrente in lui il pensiero di arrivare ad un conclusione.  Per cui aveva lasciato che padrona e nuovo interlocutore proseguissero qualche decina di metri più avanti, per dedicarsi a decifrare i messaggi olfattivi lungo i muri.

Una certa Fuffi, o più probabilmente Ciuffo, giovane meticcia simil-yorkshire, si era detta desiderosa di incontrare un pelo corto maturo e ben piantato, senza grilli per la testa, preferibilmente con padrone anziano. Voleva una vita tranquilla. A giudicare dalla scarsa acidità, unita alla porosità del muro condominiale, quel messaggio doveva risalire al giorno prima, intorno alle 10 del mattino. Ecco l’orario della sua uscita mattutina. Fuffi o Ciuffo, inoltre era chiaramente in calore, e non a caso nel chiudere il messaggio aveva specificato “astenersi perditempo”.

Speck aveva tutti i dati per incontrare la potenziale compagna di una vita, e l’indomani avrebbe fatto in modo di trascinare la signora Carla proprio qui, verso le 10. Diede una occhiata attenta per ricordare il punto esatto del rendez-vous, memorizzando il piccolo negozio di alimentari, il tabaccaio di fianco e sull’altro lato della strada il vecchio distributore di Pig Power, con la plastica rosa sbiadito.

Si dedicò a una rapida toilette.

Quando rialzò lo sguardo, pochi metri più vanti l’interlocutore stava caricando Padrona Carla sul sedile anteriore di un auto bianca, come se ne vedono tante. La cosa strana era che Padrona Carla sembrava afflosciata come uno dei panni messi a stendere nel balcone, e l’interlocutore faticava un po’ a sistemarla per bene.

Il pensiero di Fuffi-Ciuffo svanì dolorosamente in un istante.

Seguì un attimo interminabile in cui i suoi occhi scuri a biglia notarono la portiera posteriore aperta. L’uomo l’aveva usata un istante prima per lanciarci dentro con gesto nervoso la borsetta di Padrona Carla, e ora era tornato al sedile anteriore per sistemarle la cintura di sicurezza.

Col cuore in gola e le orecchie ritte, Speck corse verso l’auto e spiccò un balzo attraverso lo sportello lasciato incustodito. D’istinto si infilò sotto il sedile anteriore, lasciando sedere, zampe e coda a mezza luna scoperti.

Iniziò a tremare quando sentì lo sportello chiudersi. Rimase immobile. Udì poco dopo lo stesso rumore per altre due volte. Il motore si avviò, l’auto si mise in marcia e Speck sentì per la prima volta la strana sensazione del terreno muoversi sotto di lui.

Pietrificato dalla paura, l’unico pensiero confuso che riuscì a formulare fu che l’indomani non avrebbe visto Fuffi-Ciuffo. O come diavolo si chiamava.

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