Racconti a Puntate

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  La prima vacanza con gli amici fu in Spagna. Eravamo io, Gino, Mimmo ed Emilio. Avevamo 18 anni. Io ero il solo ad avere una macchina. Mi era stata venduta da dei giostrai, si trattava di una macchinina dell'autoscontro, con sotto un motore elaborato di un tagliaerba, capace di raggiungere i 180 chilometri orari solo toccando il pedale dell'acceleratore. Aveva, oltre i due posti davanti, altri due sedili saldati dietro, ricavati da seggiolini del calcinculo. Quel gioiellino era munito di stereosette, collegato a delle casse acustiche da 300 watt di potenza. Se mettevo il volume a palla, la macchina si cappottava. Era una meraviglia, l'unico problema era che ogni tre chilometri bisognava infilare un gettone nella fessura. All'alba del 13 agosto 1983 ci trovammo tutti in piazza, per salutarci. I genitori piangevano, sventolavano fazzoletti bianchi come se partissimo per una missione suicida. Mia madre mi aveva dato una foto di padre pio, come portafortuna. Era una di quelle foto che a muoverla, gli occhi del santo si aprivano e si chiudevano. La madre di Gino gli aveva fatto promettere dinanzi ad una statua della Madonna di...
 
 
Il povero pastore, dopo un’ora buona di cammino, era finalmente arrivato al villaggio dell’isola di Suzuki. Era giorno di mercato e la via principale straripava di bancarelle di ogni genere. Quante volte aveva desiderato comprare anche la più misera mercanzia! Una semplice ciotola, un cesto, o un pesce marmitta, con la grossa pancia tonda e la sporgente bocca “a tubo”: ricordava quando da bambini, una volta svuotato di polpa, viscere e scheletro e gonfiato d’aria, lo si usava nei festeggiamenti per fare le pernacchie finte o burlarsi degli anziani incontinenti. Ma le sue tasche, terribilmente vuote da troppi anni, avevano abituato il suo capo a rimanere chino, i suoi occhi a limitarsi a sguardi schivi e vergognosi, le sue gambe ad affrettare il passo fra la piccola folla degli acquirenti. Ora però aveva un gran tesoro da portare a frutto: una figlia bella e gentile, certo cieca come il fondo di un barile, ma a quello avrebbe posto rimedio la Santa Arrotina! Percorsa in fretta la via del mercato si inerpicò pensieroso per uno stretto vicolo che, salendo a tornanti, lo avrebbe portato alla casa del Capo Villaggio, Toyota...
 
 
Mentre restituiva alla vecchia katana l’affilatura originale, Passio si interruppe di colpo. Alzò il capo paonazzo, fissò il sole, si terse il sudore con una mano, sgranò all’indietro gli occhi a biglia, e finì il pensiero che pochi istanti prima le era montato in testa. Quindi scosse il capo, appoggiò la spada ormai ultimata a terra, si girò e si mise a sedere a gambe spalancate e mani incrociate dietro la nuca, nella posizione della Zanzara notturna schiacciata da ciabatta (“Splat-Z”). Quella posizione era l’ideale per gestire la consapevolezza degli errori gravi o guai quasi irrisolvibili, e le era molto familiare. Ma non le giovò: per un istante, senza volerlo, si materializzò nel mondo degli Arrotini Maldestri, pieno di lampi, nubi scure e lame orrendamente rovinate che si inseguivano. Era la proiezione delle sue paure peggiori. Cagandosi sotto, eseguì una ruota perfetta e tornò indietro alla realtà. Tremolante, prese un bel respiro. Ripensò al problema che la crucciava: secondo i sacri testi, solo il pretendente maschio poteva eseguire un piccolo taglio con la katana all’altezza del cuore della donna desiderata, per farla innamorare di sé. Anche ammettendo che, viceversa, il taglio potesse essere eseguito da...
 
 
 
 
Mentre i due erano ancora tutti presi dall’emozione, Passio Kawasaki Sushi Sampei si era messa a meditare, tutta rigida in equilibrio sulla testa, gambe tese e braccia lungo i fianchi, nella posizione del Sacro Birillo Rovesciato, usando come base d’appoggio un moncone d’albero poco lontano. Gongolava fra sé pensando a quanto avvenuto, sebbene senza tradire emozione alcuna da sotto la frangetta ribaltata. L’antica arte dell’eloquenza tagliente, la “Fronte-Retro-Za” (“Che le parole della tua bocca siano sottili come la fessura tra le tue chiappe”), anche questa volta era giunta in suo soccorso e le aveva indicato la Via dell’Estrema Saggezza.   Rimase così in equilibrio per il resto del pomeriggio. Il sangue, gonfiandole la testa come un pallone, la portò a mistiche visioni di katane in duello, impegnate nell’eterna lotta fra Spade Arrotate e Spade Da Arrotare.   Padre e figlia, in attesa che l’asceta completasse la sua nobile meditazione, si misero di buona lena a mettere un po’ d’ordine. Con una certa fatica fecero rotolare all’esterno della capanna la pesante pietra arrotatoria, dopodiché radunarono in un angolo la paglia e i pezzi di legno del tetto...
 
 
  Oscillando delicatamente il bastone nel proprio buio senza fine, la ragazza cieca avanzò ancora pochi passi fino a dare una dolorosa stoccata su un ginocchio di Passio che, digrignando, si trattenne dal gemere. “Scusami Padre, ti ho forse ferito?!” chiese stupita. “No, figlia mia” - rispose l’uomo, ricordando quante involontarie vergate aveva dovuto subire dalla sua mano innocente, sempre sullo stesso dolorante ginocchio. “Questa volta si tratta della nobile Passio, l’arrotina dell’amore, che ci onora della sua presenza. Ti ho parlato a lungo di lei. Inchinati con la dovuta riverenza”. La ragazza obbedì subito, inchinandosi profondamente in direzione di un piccolo masso, con sopra una erbaccia secca. Passio allora schioccò rapidamente le dita, a suggerire la propria corretta posizione nello spazio, tanto che la ragazza eseguì imbarazzata un secondo profondo inchino, questa volta dritta dritta verso il suo reverendo saio bucherellato. L’arrotina dell’amore, appagata da tanta spontanea devozione, si lanciò quindi in un lunghissimo quanto insolito monologo: - “Beh-eh!” (“Ascolta, oh giovane pastorella, ti illuminerò sulla ragione della mia eccezionale presenza qui..”). A...
 
 
  Sotto la luce abbagliante del sole di mezzogiorno, le sinuose curve dell’isola di Suzuki penetravano dolcemente una nell’altra, complice il manto della fitta vegetazione. Il mare cheto restituiva increspature scure alternate all’azzurro cristallino. Passio Kawasaki Sushi Sampei, attenta osservatrice della Natura e col diletto della pittura a china, questo spettacolo silenzioso lo conosceva bene. Appena giunta sull’isola, tra una sessione di meditazione sul ginocchio e l’altra, si era concessa brevi ma intensi momenti di arte pittorica, seguendo la tecnica della “Schizzo – san” (“Tira righe a caso come un malato di mente”) . L’occhio fisso all’orizzonte, tratteggiava con rapidi movimenti del polso quel che l’animo di asceta dell’arroto le restituiva. Nessun dipinto di Passio è mai giunto a noi. Ma quella mattina, mentre il sole le si accoccolava dritto sulla testa, Passio Kawasaki Sushi Sampei era assorta in ben altra concentrazione. Correva a rotta di collo lungo un ripidissimo pendio per fermare la sua pietra arrotante, destinata a schiantarsi più in basso contro la capanna di un pastore. La spinta trasmessa dalla discesa era tale che la pietra schizzava verso l’alto come una grossa cavalletta, l’impatto con la...
 
 
 
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