Racconti a Puntate
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Vance, Moebius e Arzach volavano silenziosi di nuovo verso Noordland, premurandosi accuratamente di evitare qualsiasi contatto visivo con i difensori. Era per il loro bene (o forse nemmeno per quello, si disse Pan de Lorn amaramente) ma era meglio non farsi vedere da nessuno. Per lo stesso motivo, pochi minuti prima, si erano lasciati alle spalle il campo dei wampyr senza che anche lì nessuno li notasse. Per fortuna. L’accampamento giaceva completamente addormentato. I wampyr recuperavano le forze. L’attacco finale era previsto all’alba. Moebius e Vance trasportavano Pan de Lorn e Hemmy sulle loro possenti groppe, mentre il terzo volatile aveva assicurati sulla schiena tutta una serie di marchingegni che sarebbero serviti a Pan de Lorn per mettere in atto il suo disegno. Dopo un attimo, i tre volatili atterrarono silenziosi nei pressi della torre nord. Pan de Lorn e Hemmy scesero sugli spalti. I volatili gracchiavano sommessamente. “E non provatevi a far rumore e svegliare i vostri amici,” li ammonì Pan de Lorn mentre liberava i suoi attrezzi dalla groppa di Arzach. Memore che lì si trovava l’alloggiamento di tutti i volatili, non...
“Lasciando perdere le offese alla mia persona, cosa di cui intendo regolare i dettagli in seguito, in privato,” cominciò. All’improvviso nella sala si fece silenzio. “Devo tuttavia ammettere che le preoccupazioni del conte Pan de Lorn non sono del tutto da sottovalutare. Propongo quindi di affidare momentaneamente il comando della cittadella a una sola persona, che si possa occupare delle difese esterne senza tuttavia compromettere il dignitoso andamento della normale vita cittadina.” Grida di assenso sorsero entusiastiche dalle fila dei nobili della camera bassa. Era musica per le loro orecchie, quella. L’importante era che non venisse toccata la loro tranquilla routine fatta di feste, discussioni, frivoli piaceri. Che qualcuno si occupasse della difesa senza chiedere il loro parere. Tanto la vittoria era assicurata. Il problema fu che anche numerosi nobili del consiglio (da Pradas, Linnen, Mabras, Harderlaan, van Zantsas e Contamm) si alzarono per dar man forte a Ollenin. Hagelorn sedeva distrutto sul suo scranno, le mani sul viso. “E’ un colpo di mano, un colpo di mano…” mormorava affranto. Ollenin fu eletto dittatore per acclamazione un momento dopo. Nessuno aveva posto nemmeno in dubbio che il...
Stava sorvegliando l’accampamento nemico da un po’ quando si rese conto che c’era qualcosa che non andava. Era lì da più di un’ora e aveva ormai mentalmente annotato diverse cosette piuttosto inquietanti. Ovviamente non riusciva a comprendere il linguaggio dei wampyr (nessun umano ci era mai riuscito), senza contare che per la maggior parte del tempo comunicavano telepaticamente trasmettendosi ordini impartiti dalla loro regina-ragno, che se ne stava acquattata laggiù, all’interno della sua tenda. Durante quel breve sopralluogo avevano trovato conferma tutti i suoi peggiori sospetti: i wampyr erano forti, tanti, organizzati (l’accampamento gli faceva pensare a un alveare o a una tana di formiche), chiaramente intelligenti e decisi a tutto pur di conquistare le riserve di sangue artificiale contenute nel castello. Erano le riserve più consistenti di tutto il mondo conosciuto, e questo anche loro lo sapevano. Nel campo wampyr Pan de Lorn vide anche le insegne sottratte a tutti gli altri castelli, allineate in bella mostra come trofei di caccia, ed ebbe la tragica conferma (ce ne fosse stato bisogno) che tutte le cittadelle erano ormai cadute, una a una. Tutto lì, gli parlava della ferocia inestinguibile dei wampyr nei...
Pan de Lorn era di nuovo sugli spalti. Ma adesso era da solo, e il buio della notte era un fedele alleato, per lui. Rapidamente, si diresse al ricovero dei volatili, alla torre nord. Uno sbatter d’ali coriacee, e proteste vibranti, accompagnarono l’accensione della luce e l’irruzione del nobile. “Ho bisogno di due di voi,” annunciò Pan de Lorn senza por tempo in mezzo. “Chi sarà a portarmi in volo all’esterno delle mura?” “Scòrdatelo,” rispose una voce gracchiante. I volatili, alieni dall’aspetto in tutto simile a pterodattili, dalle ali della consistenza della pergamena e dalla pelle rugosa, zampe artigliate e denti acuminati, ma fondamentalmente ignavi e codardi, erano gli unici degli alieni importati che avessero imparato a parlare in Comune con gli eterni. Il Linguaggio Comune delle Razze era quella specie di esperanto codificato secoli prima del ritorno degli eterni che permetteva agli umani di comunicare con gli appartenenti alle altre razze, parlato ormai in ogni angolo del Continente. Era dunque quella la lingua che era stata adottata fin da subito anche dagli eterni per parlare tra loro, oltre che con i terrestri...
L’irruzione di Pan de Lorn, armato di tutto punto, inzaccherato, affannato, nel salone delle feste del castello non fu accolta con molta magnanimità. La sfilata di bellezza delle eteree era già iniziata. Per un attimo che a molti parve eterno tutto si fermò, in attesa di conoscere il motivo per cui quel figlio degenere della nobiltà si fosse permesso di irrompere in quel modo nel bel mezzo di una manifestazione tanto aggraziata e imponente. D’altronde, per i nobili dei castelli, le sfilate delle loro eteree erano qualcosa di decisamente importante, se non fondamentale, ai fini della perfezione estetica della vita all’interno delle cittadelle. Le eteree erano alieni dall’aspetto assai simile a fanciulle, delicate e flessuose, e chiunque le avrebbe scambiate per femmine umane non fosse stato per gli occhi grandi e scuri, privi di pupille, che occupavano gran parte del volto ovale, e per le ali da libellula – inadatte al volo – che tenevano quasi sempre nascoste all’interno delle vesti vaporose che indossavano. Erano creature dal carattere ingenuo e sognante, dedite unicamente ai piaceri frivoli che il loro ruolo imponeva. Quasi tutti i nobili possedevano delle eteree, e anche...
“…la vita sulla terra proseguiva come se niente fosse,” raccontava il nonno, “a parte l’inevitabile fatalismo che ormai da secoli attanaglia ogni attività umana. Questa è la terra alla fine dei tempi, la conoscete anche voi: tutto è smussato, consumato dal tempo. Le montagne sono diventate brulle e basse colline, i fiumi sono corsi d’acqua larghi e lenti, la luce è bassa come quella di un perpetuo tramonto. Il sole è una gigantesca palla rossa non molto alta sull’orizzonte e non si muove più tanto, se non per rispettare la naturale alternanza giorno/notte. Durante le fredde notti la luna è un disco bianco e pallido nel cielo, una specie di malsano teschio ghignante…” “Ma nonno,” si fece sentire la vocina di uno dei bambini, uno dei più piccoli. Soltanto loro osavano interrompere il vecchio quando era perso nei suoi ricordi. “Se il mondo sta per finire, come faremo noi a diventare grandi?” Il nonno sorrise bonario. “Mio caro, piccolo Wans,” rispose. “Questo non avverrà che fra molti secoli, millenni forse… Puoi dunque stare tranquillo.” Gli altri risero, ma più di una era una risata un po’ forzata....
Svalberg tirò le redini del cavallo e si guardò intorno. Lì nella foresta la neve imbiancava tutto, e una nebbiolina grigia segnava in lontananza il contorno degli alberi. Era uscito a caccia quella mattina ma non aveva ancora catturato nessuna preda. Fra non molto avrebbero cominciato a calare le ombre e lui doveva affrettarsi a rientrare. Ma non se la sentiva di tornare a mani vuote. Ulwang tornò indietro verso di lui, abbaiando. Era felice. Una giornata a caccia con il padrone, anche senza prede, per lui era comunque una giornata di festa. Svalberg si chinò e carezzò il cane lupo sulla testa. Proprio in quell’istante sentì un rumore alla sua destra. Si tirò su e s’irrigidì, ma notò che sia Ulwang che Wulfgar – il cavallo – erano rimasti tranquilli. Si tranquillizzò a sua volta. Attese con calma e dopo un po’ dalla nebbia si materializzò la figura di un altro cavaliere. Svalberg non ci mise molto a riconoscere il suo amico Starkwanger. Starkwanger e il suo cavallo si affiancarono a Svalberg e a Wulfgar. Ulwang cominciò ad abbaiare facendogli festa e lui sorrise in risposta. Starkwanger non...
Poi il suo sguardo corse in alto, lungo il bordo della depressione. E a quel punto, nella luce della luna che aveva appena fatto capolino, i suoi occhi incontrarono la figura di un cavaliere nero che montava un cavallo nero, mentre guardava in basso con aria ferocemente truce. Una stella rossa ricamata sulla giubba scura riluceva brillante sul suo petto. “E’ l’Orda Rossa di Gavardian il Giusto,” esultò Jobba non appena lo riconobbe. “Siamo salvi!” Anche il Gran Sacerdote aveva riconosciuto il suo acerrimo nemico, perché lanciò una potente bestemmia e agitò il pugno in direzione di quella sinistra figura. “Gavardian! Che tu sia maledetto! Che gli dei degli inferi possano incenerirti!” Come se avesse potuto udire quella oscura maledizione, il condottiero levò il braccio sinistro in alto e centinaia di cavalieri si materializzarono come dal nulla sul bordo del canalone. Poi, a un cenno di Gavardian il Giusto, si lanciarono giù per la discesa, onda inarrestabile di oscuri vendicatori dalle spade sguainate. Il Gran Sacerdote e altri maghi e streghe provarono a lanciare letali incantesimi sui cavalieri che piombavano su di loro, ma...
“Oh miei dei! Guarda laggiù che roba…” Steso di fianco a Jobba ai margini di una profonda depressione in mezzo alla brughiera solitaria, Phandal indicò al compagno quello che avveniva giù in basso. La conca si apriva sterminata sotto i loro occhi. Era buio pesto, molto dopo mezzanotte, ma la luce della luna piena, che occhieggiava dalle nubi scure, di tanto in tanto illuminava la scena a giorno: ed ecco là il Sabba Nero! Sul fondo della depressione, ormai strapiena di gente di ogni risma, umani e non solo, tutta la cricca di stregoni, maghi e loro adepti si stava radunando attorno a un rozzo altare di basalto nero. “Chi diavolo sono, Jobba?” mormorò Phandal stupefatto. “Be’, la gran parte sono maghi e stregoni, e anche streghe dell’Ordine della Sirena,” sussurrò il nano di rimando. “Poi riesco a vedere un gran numero di morti viventi, quei cosi neri, laggiù…” “Li ho visti, quelli li conosco.” “Che altro? Quei due laggiù sono sapanci delle tundre del nord. Ci sono un paio di giganti, li riconoscerai facilmente, sono quelli più...
“Ti è andata bene, ragazzo,” esordì non appena fu a tiro. “Non tutti possono raccontare di essere sopravvissuti a un doppio attacco di deodand selvaggi.” “Chi… chi sei?” riuscì a balbettare Phandal mentre si rimetteva in piedi. Era graffiato in più punti e perdeva sangue da un’escoriazione al braccio, ma per fortuna niente di più. Il tipo aveva decisamente ragione: gli era andata non bene, di lusso. “Il mio nome è Jobba,” fece quello, “e provengo dalla tribù dei nani di Worm. Tuttavia, ho vissuto a lungo presso gli elfi. E tu, ragazzo? Come ti chiami?” “Phandal, chierico dell’Ordine del Dragone,” rispose lui, continuando a tremare leggermente. Gli tese la mano e il nano la strinse. “Sei… sei stato tu a far quello?” chiese poi, indicando i due mucchietti di cenere che erano stati i deodand. “Mmm… sì,” rispose il nano con noncuranza. “Incredibile,” fece Phandal, sinceramente stupito. “Sei un mago anche tu, dunque?” “Soltanto io, direi,” rispose Jobba, burbero. “Tu sei ancora un chierico, a quanto mi dici. E visto quello che stavi per diventare, ovvero...
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