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Racconti a Puntate

Avventura  (22) Comico  (10)
Drammatico  (2) Erotico  (2) Fantascienza  (43)
Fantasy  (47) Giallo&Noir  (25)
Horror  (40) Introspettivo  (10)
Pulp  (4)
Surreale  (62)
Trash  (12)
 
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Guardo attraverso il buco, Il cielo ha il colore di una pozza infinitamente profonda. Questo buio mi spaventa, così tento di usare uno di quei trucchi che usavo da piccolo quando avevo paura: recito poesie. Leopardi soprattutto, mia mamma me lo leggeva sempre quando ero più piccolo, il tormento del suo animo lascia sempre un po’ di respiro al mio E cantando, con mesta melodia, L'estremo albor della fuggente luce, Che dianzi gli fu duce, Saluta il carrettier dalla sua via; Tal si dilegua, e tale Lascia l'età mortale La giovinezza. In fuga Van l'ombre e le sembianze Dei dilettosi inganni; e vengon meno Le lontane speranze Un rumore, come un rantolo mi costringe a girarmi. Devo aguzzare bene la vista per riuscire a definire qualcosa. -Fedora sei tu?- La mia voce sembra attraversare metri e metri di gallerie per poi finire nel nulla. Qui sotto c’è un tanfo infernale, un po’ come quando bruciano il letame, diventa...
 
 
Nel momento in cui il rastrello fa per scagliarsi verso di noi ci spostiamo e cominciamo una lunga corsa a perdifiato verso il nulla. C’è solo l’erba secca che quando corro mi taglia il viso. Ogni tanto diventa tanto fitta che le scarpe ci si incastrano facendomi inciampare. Quando mi accorgo che non potremmo correre eternamente, cerco di raggiungere Fedora e la fermo, prendendola per una mano e tirandola giù. Lei manda un urlo sottile. -Che fai?- -Fedora non possiamo correre per sempre. Forse è meglio se proviamo a nasconderci qui tra l’erba alta. Basterà rimanere bassi e non fare rumore- Fedora annuisce, ma solo perché ormai cominciare a correre sarebbe veramente molto stupido. Rimaniamo immobili mentre cerco capire dai rumori gli spostamenti del vecchio. Deve essersi fermato perché non sento nulla. Probabilmente ci sta cercando con lo sguardo, e non ci metterà molto a capire dove siamo. -Penso sarà meglio cominciare a muoversi un po’..- -Si…-Mi risponde Fedora. In questo momento mi sembra che anche il cuore debba fare troppo...
 
 
Mi guardo attorno e vedo solo i lunghi fili d’erba, tanto alti da sfiorarmi il naso. “Fedora!”. Comincio a urlare più forte, mentre uno strano senso di angoscia comincia a salirmi dall’ombelico. Così comincio anche a correre, da una parte all’altra. E se fosse caduta in un buco? No, Fedora conosce questi buchi meglio di me…Ma se ci fosse finita per sbaglio? I buchi sembrano enormi crateri lunari, e se ci guardi dentro non vedi altro che buio pesto. Provo a urlare in un buco “Fedora!”, ma alla mia voce risponde solo il suo eco. Il cuore comincia a battermi velocemente mentre penso a Fedora con una gamba rotta, al buio, dentro uno di quei buchi maledetti; o magari ancora peggio, morta! La cosa più terribile, e che un po’ mi fa sentire anche un verme, è che non riesco a pensare a nulla se non a come farò a dirlo a mamma e papà e a quante ne buscherò per questo. Il pensiero di papà che me le da riesce perfino a convincermi che anche in un buco, con il...
 
 
 
 
Ecco, così, venite pure. Non fatevi spaventare dal buio. Adesso quasi ci siamo. Un momento. Siamo entrati. Accendo la luce. Ecco, così. Vedete? In quella nicchia là, quasi nascosta dalle cianfrusaglie. L’avete visto, eh? Ecco, quello scheletro (ehi cosa fai cosa fai aiuto io sono tuo aaaaaaaah) è mio padre. E quello, quello nella nicchia accanto, ancora più nascosta, è ciò che resta di (no io no perchè io era lui che aaaaaaaaaah) mia madre. Le piccole ossa che biancheggiano ai suoi piedi sono quelle del mio (ciao cosa fai con quel coltello in mano aaaaaaaaaah) fratellino. Eh, sì, aveva solo otto anni. Vi piace? Ma non temete, non è tutto. Guardate, guardate. C’è dell’altro. Nella nicchia di fronte. Quei due cadaveri spolpati, semidivorati dai topi. Ancora non si sono completamente decomposti. Sono (ehi che fai non puoi murarci qui...
 
 
Permette, signora, che le racconti una storia? Non risponde. Va be’, chi tace acconsente. O no? (no, chi tace sta zitto, Chiaramonti, diceva Francesco Nuti) Io la prendo per buona. Chi tace acconsente. Vuoi venire a fare un giro con me? Oh, dio, io non sono mai stato invitato da una ragazza. Per la verità non ho mai invitato una ragazza nemmeno io. Che cosa devo fare? Come devo comportarmi? Devo accettare? Accetto. Dove vuoi che andiamo? Ecco, lo sapevo, la mia solita indecisione. E adesso che faccio? Che le dico? Forse potrei dirle... Andiamo al parco. Va bene. Ci avviamo. Siamo soli. Io le cammino al fianco. Sono inebriato. E’ molto bella. Tutti i ragazzi che casualmente incontriamo - perfetti sconosciuti - mi guardano con invidia. A me questo basta. Momentaneamente. Però basta. Basterà per qualche anno ancora. Non chiedo altro dalla vita. (chi sa cosa chiede lei? La vita non è altro che un continuo incontro di...
 
 
Ecco. Ci siamo. Egò. Io. Chi sono io, in realtà? O meglio, che cosa sono? E’ qui il punto focale. Non lo so nemmeno io. Tanto tempo fa avrei potuto dire... Lasciamo perdere. Tanto tempo fa era tanto tempo fa. Adesso è adesso. Allora forse sapevo chi ero. Adesso so soltanto questo. Che non lo so. Ne ho perso la concezione. La ragazza nuda giace ancora nel mio letto. Per forza. E’ morta. Eppure io non l’ho sfiorata neanche con un dito. Be’, lo so, ha un coltello ancora conficcato in gola. Sono stato io a infilarlo là. Però confermo quanto sopra. Con le dita non l’ho toccata. Ha sporcato tutte le lenzuola, è vero. E’ sangue, e ormai è secco. Sarà dura mandar via le macchie. Eppure, con l’aiuto di questo tempo caldo e asciutto penso di farcela per questo pomeriggio. Sempre che ne abbia voglia. Se vengono le Guardie e la trovano lì, stesa nel mio letto, fredda nonostante il caldo (buona, questa), sarò nei guai fino al collo. Probabilmente verrò processato e giustiziato. Impiccato. Fucilato. Ghigliottinato. Aaahhh... Penso che la ghigliottina...
 
 
Ecco, ci era riuscita. Era riuscita a stanare uno dei mortali. Quello sarebbe stato il primo. Poi si sarebbe dedicata ad ammaliare anche l’altro. C’era sempre qualcuno che cedeva alle sue lusinghe. Lei sapeva che i mortali non sapevano resistere a certe sue esibizioni. Per quanto terrorizzati, la loro irresistibile libido li portava invariabilmente ad amarla. E per lei amore significava morte. Ubbidienti, i suoi scudieri si ritirarono nell’ombra per permetterle di accogliere la sua prossima vittima. Per il mortale ci sarebbe stato solo un attimo di piacere assoluto, prima di sprofondare per sempre nei gorghi del terrore e dell’inferno più  profondo.   Gianni vide con orrore il collega abbandonare il nascondiglio e avviarsi verso lo spettro bellissimo. Si trattenne a stento dal cercare di fermarlo e quindi di farsi scoprire. Dopo un primo momento di sorpresa Gianni aveva riacquistato una certa padronanza di sé. Federico invece era andato sempre di più  perdendosi, lo sguardo fisso alla scena che avevano davanti, la bocca semiaperta. Poi era scattato verso lo spettro, chiaramente ipnotizzato....
 
 
3. Si era levato anche il vento, mentre la pioggia non accennava a smettere. Gianni guardò l’ora. Mezzanotte e trentacinque. Arrivare alle sei sarebbe stata dura. Calcolò un paio d’ore per scavare il loculo. Una mezz’ora per prendere il caffè all’unico bar aperto del posto, fuori dal cimitero, in zona fiorai. Mezz’ora compreso il viaggio di andata e ritorno. Con un po’ di fortuna anche trentacinque, quaranta minuti. Così si facevano le tre e un quarto. Un’altra ora e mezzo per rifinire le altre due fosse. Forse anche due ore. E poi catenaccio fino alle sei. Non vedeva altra via. Si avviò dietro al collega. In breve raggiunsero il luogo in cui avrebbero dovuto scavare. Si trovavano in mezzo a un campo avvolto nel buio. Alla luce incerta delle torce si vedevano soltanto poche tombe disadorne. Il vento, sibilando, contribuiva a rendere la scena ancora più spettrale. Le lampade dei due becchini ballavano come impazzite. Gianni osservò con curiosità i due loculi da rifinire. Rifinire per modo di dire. Gli escavatori non erano arrivati neppure a mezzo. Probabilmente avevano dovuto interrompere il lavoro per evitare di finire...
 
 
PROLOGO Mezzanotte. Silenzio nel cimitero deserto. La luna è già alta nel cielo, nonostante una velatura insistente di nubi. La luce violenta dei fari di un’auto di passaggio illumina i mattoni scrostati del muro di cinta. Il rumore del motore scompare talmente veloce in lontananza da sembrare quasi irreale. Ma tutto questo non ha alcuna importanza per gli occupanti del Lotto 33, Loculo 15. Il rumore della strada non arriva, laggiù. Piano piano un sepolcro si apre, strane figure ne scivolano fuori. Sono impalpabili, eteree, ma non terrificanti. Si abbracciano e si baciano come vecchi conoscenti che si sono appena ritrovati. Una di esse ha figura di donna, una donna bellissima. Gli altri sono indistinguibili. Il loro aspetto è quasi piacevole, attraente. Ma ugualmente ispirano una vaga sensazione di inquietudine. E non a torto. Uno a uno, si muovono verso una zona meno solitaria dello sterminato camposanto. E’ giunta l’ora di nutrirsi. 1. Federico Belli Montagnani era nervoso. Odiava quei maledetti turni...
 
 
 
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