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I Racconti Racconti Brevissimi

Racconti Brevissimi

Racconti Brevissimi

Amore  (4) Comico  (33)
Drammatico  (22) Erotico  (4) Fantascienza  (3)
Fantasy  (11) Giallo&Noir  (5) Grottesco  (8)
Horror  (7) Impegno sociale  (5) Introspettivo  (13)
Pop  (9) Pulp  (3)
Splatter  (2) Storico  (5) Surreale  (33)
Thriller  (3) Trash  (3)
 
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In principio era il nulla. Solo il vuoto, intere distese di niente. In principio, solo due forme fluttuavano lungo lo spazio deserto, solo due essenze riempivano quel disarmante silenzio: Erothas e Tanatya. Essi non sapevano da dove venissero, quale fosse la loro storia. Non erano a conoscenza di quello che li circondava ne della loro ragion d’essere. Non disturbavano la loro quiete con domande che difficilmente avrebbero trovato una risposta, non era per loro importante. Non sapevano cosa li avesse preceduti, o cosa avrebbe seguito; era abbastanza per loro dare amore e riceverne. loro erano il principio, e finchè l’uno avesse avuto l’altro, niente avrebbe potuto disturbarli. L’amore. Questo era portatore di esistenza; questo era cio di cui erano fatti Erothas e Tanatya. Un giorno, mentre Erotas contemplava Tanatya, Tanatya notò in lui una punta di tristezza, un mutamento nella sua consueta placidità. Così gli si avvicinò. -C’è qualcosa che ti preoccupa?- Chiese. -Forse- Rispose Erothas. Poi fece una...
 
 
Non ho quasi chiuso occhio questa notte. Un vento improvviso si è alzato ed una finestra chiusa male ha preso a sbattere ripetutamente. Ora che mi sono alzato a sistemarla ho perso del tutto il sonno e mi sono ritrovato ad occhi sbarrati a pensare al nuovo lavoro che mi aspettava e al passato che ad esso era inesorabilmente legato. Soprattutto, ricordavo il nonno. Volevo molto bene a mio nonno. Mi ha insegnato lui tutto quello che so sulla natura e sui boschi dove sono cresciuto. Le piante, gli animali, i pericoli e le meraviglie nascoste intorno a noi. Per non parlare delle leggende locali, che mi raccontava prima di andare a dormire. Storie talvolta paurose o piu spesso divertenti. Ma sempre affascinanti. Il Cervo Fantasma, il Mangiarane triste, il Malòss che rapiva i bambini, la Fosca. Con un coltellino in mano, poi, nonno era un mago. Era solito scolpire il legno per farmi dei giocattoli forse semplici rispetto alle diavolerie elettroniche di oggi ma che mi facevano divertire un mondo. Ricordo una trottola a cui ero molto affezionato. Un giorno la persi e piansi a dirotto per...
 
 
Ecco! Salgo sempre più in alto, verso il cielo, il clima è sempre più ventilato, mi avvicino alle nuvole, la neve sembra una coperta sulla città, mi avvicino sempre più verso il cielo; entro nelle nuvole, fa freddo, e non si vede niente. Cerco di salire ancora e di superare le nuvole. Dall' alto si vede la città, le case somigliano a scatole, mentre minuscoli uomini camminano, tutto ricoperto da un velo bianco, da un sottile strato di neve. Una voce mi chiama, ma chi può essere... Mi guardo intorno e vedo solo nebbia, ho paura. La voce si fa sempre più intensa, dice:"Mattia, vieni, porto a te tanta felicità! Ha,ha,ha!" Il cuore mi batte sempre più forte , intorno a me non c' è nessuno. La paura diviene sempre più intensa, chiudo gli occhi, li riapro; sento ancora la stessa voce: "Mattia, vieni, è iniziato un bellissimo giorno, oggi compirai gli anni". Sforzo gli occhi per vedere meglio e mi ritrovo in una splendida giornata, nella mia camera: Buon giorno a tutti!
 
 
COME TI SEI FATTA BELLA Vi ho mai raccontato del mio primo grande amore? Il primo e anche l’unico che io abbia mai avuto. Quanto ho pianto allora e da allora non ho mai smesso di farlo. Avevo quindici anni, portavo gli occhiali, ero goffo, imbranato e con un principio di acne. Chiara, invece, era la più bella della classe: tutti non avevano occhi e attenzioni che per lei e lei aveva attenzioni per tutti eccetto che per me. L’ho amata in silenzio, per colpa della mia stramaledetta timidezza, per tutti gli anni del liceo, vedendola andare alle feste degli altri, in discoteca o al cinema con altri, vedendola ridere e parlare con tutti. Eccetto che con me. Del resto non potevo neppure sognarmi che una come lei si accorgesse di uno come me. Mi accontentavo, quindi, di sognarla ad occhi aperti di giorno, di sognarla la notte e, dovrei vergognarmi a confessarlo, ma è la cosa più naturale e più diffusa fra gli adolescenti, di eccitarmi nell’immaginare avventure...
 
 
La mattinata del lunedì cominciò con la temperatura al di sotto della norma. Già dalle prime ore del giorno una fitta nebbia scese sulla città, impedendo al sole di illuminare la zona relativamente al mattino inoltrato. Se ne accorse anche Daniele che ancora a letto, inconsciamente si voltò dal lato opposto alla finestra continuando a dormire. Dopo qualche minuto, un motivetto musicale cominciò a diffondersi per la stanza. La sigla di un vecchio cartone convertita da lui stesso in suoneria per telefonino, non ne voleva sapere di smettere. << La sveglia? Ma non l'ho programmata ieri sera. Deve essere una chiamata al cellulare... Pronto? >> esclamò balzando in piedi con una certa agilità. << Ciao Daniele, sono Virginia. Volevo ricordarti dell'appuntamento che abbiamo questa mattina. O te ne sei già dimenticato? >> << No. Certo che no... Forse sei un po' in anticipo? Comunque faccio subito una doccia e ti raggiungo fra un'ora fuori al bar. Ti va bene? >> << Sono quasi sotto casa tua, ti dispiace se salgo? Fa ancora freschetto qui fuori. >> << Ok, ti lascio la porta aperta, entrando stai attenta alla belva! A fra pochissimo ciao! >> salutò velocemente...
 
 
Nella città degli uomini, in un osteria, Mac si vanta di come ha addestrato Buck, il suo meraviglioso pastore tedesco.Come raggruppa le pecore lui non le raggruppa nessun altro cane, dice a Cam.-Ed è tutto merito mio! Aggiunge.-Altro che la tua Shirley, Buck è il migliore sulla piazza. E se lo dovessi vendere ci guadagnerei un sacco di quattrini.Cam se la prende un po', poi nota le pinte sul tavolo e capisce che Mac è ubriaco. Saggiamente lascia perdere, anzi gli da ragione. In fondo sono cani, strumenti da lavoro, mezzi di controllo. Non vale la pena prendersela.Nella città dei cani, in un osteria, entra un bel pastore tedesco.-Ciao, Buck! Lo saluta l'oste, un meticcio di grossa taglia, intento ad asciugare bicchieri.-Non chiamarmi Buck, lo sai che odio quel nome.-Dai troppa importanza i dettagli. Lo incalza l'oste meticcio.-Buck è il nome che mi ha dato Mac, quello che crede di avermi addestrato, istruito a fare un lavoro che ho nel sangue e che passa le sue notti a vantarsene e a bere. Non è proprio un dettaglio.Il mio nome è Woffwoff ed è importante.-Il solito, Woffwoff? Chiede l'oste meticcio di grossa taglia.-Il solito. Risponde Woffwoff.-Come è andata oggi? Domanda retoricamente...
 
 
La donna seminuda sul piccolo palco si muove annoiata al ritmo di una canzone di Shakira, lo sguardo perso nel vuoto per non ricambiare quello famelico dei pochi spettatori. Quelli che non dormono, almeno. Dietro di lei, come misera scenografia, penzolano lunghe strisce argentate sulle quali si infrangonoin mille frammenti brillanti le luci colorate, catturate da quella che sembra più carta moschicida tirata a festa.L'aria è una miscela stantìa di sudore, profumi dozzinali ed ammoniaca a cui si è oramai assuefatta.C'era un tempo in cui sorrideva mentre si esibiva. Oggi non fa nemmeno più lo sforzo di fingere.Il tempo di quattro canzoni, dieci minuti di palpeggiamenti lascivi tra le fila di poltroncine consunteper poi andare a rimettersi qualcosa addosso e attendere al bancone del bar vecchi bavosi con le mani sudate in cerca di compagnia. Che sia per un drink o una table dance non fa molta differenza. Le fanno schifo comunque. Sono tutti troppo anziani, grassi, zoppi, laidi, con la fede al dito e l'alito fetido. Non capita quasi mai che arrivino dei giovani,e se ci vengono una volta poi non tornano più. In città ci sono altri posti più adatti a loro di questo, che saràstato anche...
 
 
Solo un bicchiere. Solo un ultimo dannato bicchiere, un bianco di quelli che picchiano peggio di un rosso, ma quando lo scopri, nella bottiglia è rimasta solo... aria! E che aria! Fitta di piombo! Il locale è quello giusto lha scelto lei -Dai è lultimo, con due occhi così a Cinzia non puoi dire di no e che fai? ...Ok Ok, ti gira già la testa, ma lei te la fa girare di più! Che fai? Prendi il calice con la sinistra la bottiglia con la destra, versi e guardi il liquido giallo oro srotolarsi nellincavo di cristallo, pensi che spettacolo! E mentre pensi non lo sai ancora che lo spettacolo di questa sera sei tu. Lultimo... sì è lultimo lo so, e allora devo gustarmelo, inspiro a bordo bicchiere e il profumo mi parla di legni preziosi, il colore mostra metalli preziosi, gli occhi di Cinzia mi parlano di... Poi la festa inizia. Non lo so cosè, almeno non in quel preciso istante, è qualcosa di molto, molto veloce e quando si ferma fa male. Fidatevi ne so qualcosa, la spalla è la mia, sì quella dalla parte del bicchiere. Cade,...
 
 
La prima volta che la vidi, cacciai un urlo e saltai istintivamente all'indietro, finendo col culosul tavolino che avevo alle spalle. Meno male che non era di cristallo, altrimenti ora scriverei queste righe dal pronto soccorso. L' assurda creatura simile ad un ombrellone da spiaggia chiuso se ne stava immobile nella nicchia tra il muro e l'armadio da cui stavo per prendere una camicia. Un istante prima non c'era e quello dopo era lì.Qualunque cosa fosse, sembrava fatta di cuoio sudato e mi guardava con un occhio solo dalla curiosa espressione supplichevole. Non si muoveva. Non emetteva suoni. L'unica parvenza di vita era data da una respirazione lenta e regolare che la faceva gonfiare e sgonfiare leggermente ogni decina di secondi. La osservai disgustato mentre la mia mente si interrogava sulla sua sanità perduta. Era inchiodata al pavimento da un sottile cilindro giallastro, un tubo traslucido simile a quello dialcune specie di insetti che avevo visto una volta in un documentario e che terminava in una serie di piccoleventose. Corsi in bagno a vomitare e a sciaquarmi la faccia, sperando che quella orrenda visione fosse solo il frutto di una cattiva digestione, di un...
 
 
UNA GIORNATA DI SCUOLA   Arrivò, finalmente, la chiamata del provveditorato e la nomina nella nuova scuola: il lavoro anche per quell’anno ci sarebbe stato. L’istituto dove il professor Massaluppi era destinato, oltretutto, era situato in una zona abbastanza centrale della città, era comodo da raggiungere ed aveva fama di essere una scuola tranquilla, senza i mille problemi di quelle di periferia, le cosiddette scuole di frontiera. Si sarebbe accorto presto che i problemi non esistono solo in periferia, che i ragazzini di dodici, tredici anni, di problemi ne hanno mille, spesso portati a scuola da casa propria, per poi riversarli in classe su compagni e insegnanti. Massimiliano Massaluppi apparteneva ad un’altra epoca, una   in cui le mamme, anche nelle famiglie più umili, erano sempre a casa, intente a pulire, a cucinare, cucire e, nel poco tempo libero, a lavorare a maglia. Però erano a casa e ci si poteva parlare, confidare, averne un punto di riferimento e quindi allora invitare i compagni a fare i compiti e giocare, o andare a casa loro, era la regola. ...
 
 
 
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