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Da “Il lato B del ‘68” - Nel campeggio di battaglia - parte 3 (e ultima) Tornato a casa e ripresosi dall’infortunio subito, Carlone Castrofanti fissò con Klaus Dobermann un nuovo appuntamento per il mese di settembre di quello stesso anno, nel medesimo campeggio in cui si era svolta la prima epica battaglia: Castrofanti sognava di ritrovarvi i nemici arabi e, novello conte Orlando, di vendicarsi dei torti subiti. Nella data stabilita Carlone, dopo aver parcheggiato il camper, trovò ad attenderlo nel luogo prefissato il camerata tedesco. Poche ore dopo, ricevette dalla moglie una notizia inattesa e sconvolgente: la svergognata Lina era fuggita insieme a Nabil, il furfante marocchino che mesi prima aveva conosciuto - in senso evangelico - nella tenda dei due camionisti e con il quale si era data appuntamento nel campeggio per quel giorno: in un biglietto d’addio alla famiglia, l’Oca diffidava il padre dal cercarli e si diceva incinta del marocchino - con il quale si sarebbe sposata - fin dalla notte trascorsa nella tenda con lui. Aggiungeva di non sapere se per lei la gioia maggiore fosse aver scoperto...
 
 
Da “Il lato B del ‘68”   -     Nel campeggio di battaglia - parte 2 Cercando di nascondere la ferita provocata dalle zanne del cane - per non creare imbarazzo all’amico Carlone che non si era accorto di nulla - Klaus gemette ma subito riacquistò la padronanza di sé e, senza accennare al dramma di cui era stato protagonista, dignitosamente disse, con voce un po’ singhiozzante per il dolore: “Pene, pene, è tardi: puonanotte, Karl, caro camerata. Pene, pene”. “Buona notte, Klaus” rispose l’amico, e si mosse con lui per accompagnarlo al sentiero che attraversava il campeggio: il buon tedesco, però, volle andarsene da solo, per non svelare la ferita attraverso il passo zoppicante. E scomparve nella notte. Tornando al camper, intanto, Castrofanti percepì un puzzo sgradevolissimo: “Cos’è quest’odore fetente?” gridò e cominciò a fiutare intorno, come un segugio, per scoprire la provenienza del lezzo, travolgendo con urtoni gli altri campeggiatori: ma tutta l’aria intorno gli sembrava impregnata di sterco. Seguendo la pista dello stomachevole...
 
 
Da “Il lato B del ‘68”   -   Nel campeggio di battaglia - parte 1 In quella estate dei primi anni Settanta, dopo aver ripulito dalle teste calde con un bel po’ di licenziamenti l’azienda Svànzica S.p.a. di Bambate, di cui era direttore del personale, l’ingegner Carlone Castrofanti si concesse di portare in vacanza i famigliari: un gruppo di inetti che, purtroppo, avevano il suo cognome. A un distributore di benzina, Castrofanti mostrò subito come ci si difende dai violenti. “Via di qui, marocchino!” La belva umana, contro cui Carlone aveva dovuto lottare nell’autunno caldo di Bambate, riappariva davanti a lui. Accanto al distributore un arabo dalle gambe storte come sciabole - un arabo in Italia: era il primo che vedeva in carne e ossa, e si augurava negli anni successivi di non doverne vederne altri - aveva incominciato a lavare con la pompa dell’acqua un furgone, impedendo la manovra del camper che Castrofanti aveva dovuto parcheggiare in sosta vietata per gustare lo spuntino di mezzogiorno. I membri della famiglia: cinque facce da allocchi - sei, a voler contare anche il muso più espressivo, quello del cane - facevano intanto penzolare le lingue accaldate dai finestrini...
 
 
Da “Il lato B del 68” -  La Comune di condominio, parte 3 (e ultima).   Quella sera, prima che i tre cospiratori arrivassero, mentre Igor lavava i piatti, di nascosto e senza dire nulla Carolina fece la valigia. La donna, prendendo con sé i figli, uscì di casa, e,  per lungo tempo - fino alla futura separazione dal coniuge - non avrebbe dato più notizie di sé. Nei mesi successivi, dopo avere invano cercato di rintracciarla, Sciagura avrebbe deciso di tornare ad abitare dalla vecchia mamma ottantenne. In quello stesso torrido venerdì sera estivo, subito dopo che Carolina se ne fu andata, giunsero a casa del messo - per quello che sarebbe stato l’ultimo torneo - i tre, che aprirono la porta scar dinata senza bussare. Sciagura, rimasto solo, fissava con gli occhi spalancati sul teleschermo un’astronave della flotta di Vega che inseguiva Goldrake, l’eroe dei cartoni animati giapponesi. “Igor, Igor! T’ho visto alla manifestazione con la bandiera in mano” esordì con tono di aspro rimprovero Bambardieri, liberandosi dai maleodoranti sandali, che scaraventò sul divano, e depositando sul...
 
 
Da “Il lato B del 68” -  La Comune di condominio, parte 2   Nel giorno stabilito, alle ventuno in punto, i tre riapparvero davanti all’uscio della casa in affitto con la laida etichetta - appiccicata con lo scotch - “Sciagura-Cazzaniga”. Carolina Cazzaniga li incrociò mentre usciva, con gli zoccoli e la lunga gonna a fiori, per recarsi alla riunione del collettivo femminista presso l’abitazione dell’amica Artemisia Pozzi. Igor fece accomodare i congiurati in casa: per ore e ore effettuarono calcoli meticolosi, suddivisero, sottrassero, precisarono la quota ridotta da versare per ogni inquilino del palazzo. Intanto i figli  di Igor seguitavano ad azzuffarsi sul pavimento, a spegnere le luci, a accendere il televisore - anch’esso acquistato di recente a rate - e a gettare le cartellette dei tre ospiti nella vasca da bagno, colma d’acqua grigia, panni sporchi e schiuma di detersivo. Poco prima di mezzanotte, quando la fatica fu terminata, Bambardieri disse con dignitosa fermezza: “Esimio Sciagura, non ci sentiamo di lasciarla in questa indegna solitudine. Ho con me un mazzo di carte: possiamo ammazzare il tempo facendo un paio di partite a coppie”. Nei...
 
 
Da “Il lato B del 68” -  La Comune di condominio, parte 1   Una domenica mattina alla soglia degli anni Ottanta, di buon’ora, Igor Sciagura, trentenne già precocemente calvo e ingobbito a causa del continuo galoppare per la città per il suo lavoro di messo, udì trillare il campanello. I piccoli Ernesto e Fidél, figli di quello che era stato un valido partecipante delle lotte studentesche nell’hinterland milanese,  si precipitarono ad aprire e, dopo aver strappato la maniglia dall’uscio, rotolarono sul pavimento scazzottandosi ed accusandosi a vicenda di aver causato il danno. “Il muro è pericolante vicino alla vostra finestra” disse un muratore entrando. “Mi manda il padrone di casa”. L’uomo s’addentrò nella camera da letto, trascinando sulle piastrelle due robuste assi di legno che aveva portato con sé: quindi cominciò a congiungerle fra loro con lunghi chiodi da falegname, usando come incudine la sponda del letto matrimoniale - da poco acquistato a rate - allo scopo di ricavarne una sorta di ariete. La minuscola moglie di Igor, Carolina Cazzaniga, ancora in pigiama, guardò stupefatta il coniuge, indirizzandogli messaggi gestuali che significavano: “Non dici niente?” Il marito allargò le braccia e...
 
 
L'auto corre lasciandosi alle spalle il sole che muore, Gianfranco guida mentre Luigi osserva gli alberi che li inseguono allineati uno dopo l'altro. -Ehi Luigi, sapevi che secondo i romani il veleno era il modo più infame per uccidere qualcuno?- -Ah davvero?- -Sì, una legge romana diceva:- «Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio» -Mm&- Luigi riflette un secondo poi dice:-È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada.- -Esatto. Pare che loro distinguessero i veleni in venenum malum, per uccidere, e venenum bonum per curare.- - Beh e i greci allora? Non dimentichiamoci che Socrate fu condannato a morte attraverso l'assunzione di Cicuta.- -Già- E il silenzio ricade nell'auto. Il paesaggio è tutto un susseguirsi di colline e le nuvole si muovono cosi velocemente che sembrano correre con loro. Le strade sono strette, e ogni tanto l'auto scompare tra il fogliame degli alberi che li affianca. -Ma dimmi un po', come faremo a riconoscere il fungo?- -C'è una foto e una descrizione nel libro. Vedi? Noi...
 
 
Erano soliti sedersi dove alle cinque,in autunno, era possibile scorgere il sole che moriva, rosso, paonazzo di calore ardente, che scivolava al di sotto della linea dritta del lago. Le grandi finestre lasciavano che quella luce si riflettesse e li immergesse in una dimensione punicea. Erano soliti ritrovarsi lì ormai da anni, più o meno da quando rispettivamente avevano perso le proprie consorti. Di fronte ad una tazza di te e ad una di caffè, discutevano per ore di qualunque cosa. Ogni tanto le loro discussioni si facevano cosi accese che doveva essere la silenziosa Adriana, la quieta cameriera slovena, a dividere i due in preda a deliri di conoscenza, mentre tentavano di colpirsi con arti ormai troppo stanchi per combattere. Una volta, mentre stava lavando i vetri della cucina, le era capitato di udire un forte tonfo provenire dal piano di sopra e recandosi in tutta fretta alla sala soprastante aveva trovato i due sul pavimento. Gianfranco, il più giovane dei due, stava sopra Luigi e lo strattonava per il colletto della camicia urlando: -E' stata la frivola...
 
 
L’aria si è fatta più secca ed i venti hanno cominciato a spirare ad ovest. Lo avverto nell’incerto pigolio dei passeri sull’enorme abete in giardino che è in arrivo qualcosa. Vado in giardino e per poco un uccellino non mi colpisce in pieno viso, ma sono attento e veloce io, e abbassandomi penso anche che gli uccelli volano basso quando è in arrivo un temporale…Lo devo dire a mia moglie. Entro così in casa, la trovo, ripiegata su se stessa come la biancheria che ha appena finito di stirare e le dico:- Tesoro, gli uccelli volano basso.- Come non avessi detto niente lei sparisce in cucina, senza darmi alcun cenno di attenzione. Cosa sta succedendo? Il galletto di metallo luccica e rotea sulla punta del tetto. Riesco a sentire la pressione del cataclisma imminente, ma non capisco. Passeggio lungo il giardino ed uno strano silenzio mi attornia. Mi affaccio anche fuori dal cancello per vedere se quest’atmosfera sospesa ha colto solo la mia casa, piombando su di essa come un grande manto, o se anche fuori il ritmo...
 
 
 
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