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Surreale

Racconti Brevi

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Il Palombaro Audace  - parte 1 Le tre di notte, il soggiorno di casa. Il sudore colava copioso sulla fronte di Laura, o meglio del “Palombaro Audace”, come lei stessa si era ribattezzata durante i preparativi dal viaggio che stava per compiere. Un viaggio ai limiti dell’umana concezione, vissuto con fervore mistico unito ad una incontenibile esaltazione infantile (non erano stati pochi i momenti in cui si era sorpresa mentre mandava risolini divertiti, gli occhi spalancati, le mani che battevano veloci un applauso insensato…). Un confuso sistema di corde, passate più volte all’altezza delle ascelle e sotto le cosce, a creare una sorte di bizzarra seduta, sorreggeva la sua figura penzoloni sopra l’acquario di casa. Una sospensione garantita da due manici di scopa inchiodati insieme e poggiati alle loro estremità all’ultimo gradino di due scale di alluminio, affiancate per la stessa lunghezza, da una parte e dall’altra dell’acquario. Una sorte di folle ponte traballante, nel cui centro la parte finale della corda usata per la seduta era fissata con nodoni incredibilmente grandi. Il Palombaro era ormai irriconoscibile, chiusa in una tuta ricavata con fogli...
 
 
COME LUCYBEL DIVENNE LUCYBEL – parte 3 Giunse all’ultimo piano, guidata dall’istinto perfetto della donna a cui hanno ucciso l’unico uomo mai amato nella vita. E a cui hanno rubato la propria. Imboccò a sinistra un lungo corridoio percorrendolo secondo una accelerazione inconcepibile, che la portò a una velocità mai raggiunta prima. Nello stesso istante del tremendo impatto con la porta che conduceva all’ultima stanza, dove intuiva ci fosse l’Autore, disegnò un cerchio perfetto che le permise d’entrare. In realtà Lucybel percepiva tutto rallentato rispetto alla realtà di quel fumetto infame. Tutto le veniva facile e spontaneo, come quando giustiziava i pervertiti di ogni specie. L’Autore era lì, chino sulla sua scrivania di lavoro, cappuccio in testa. Aveva visto il piano di Lucybel emergere per magia dalle sue tavole, sapeva di non poter far nulla per cambiarlo. Aveva tentato dapprima di cancellarlo, ma niente, il tratto generato dalla matita della Nostra era indelebile. E rosso sangue. Il silenzio si ruppe:“Credi che la mia vita sia migliore della tua, Lucybel?” disse l’Autore, senza staccare gli occhi dalle tavole...
 
 
COME LUCYBEL DIVENNE LUCYBEL – parte 2 Passò una buona mezzora a riflettere. Non c’era altra spiegazione logica. Per quanto fosse assurdo la nostra eroina aveva la prova schiacciante di essere un fumetto, mossa dalla stessa trama dei racconti di cui era protagonista. Un piccolo, minuscolo indizio che aveva aperto una voragine nel sistema, una terribile inezia sfuggita all’autore. Il prossimo numero sarebbe uscito con questa sua passeggiata lungo il fiume, ne era sicura, ma non certo con questo errore che svelava tale mostruoso abuso (almeno tale agli occhi di chi lo subisce in prima persona…). “Figlio di puttana, figlio di una grandissima puttana!” aveva esclamato la Nostra rivolta all’Autore Che Tutto Muove, il pugno serrato rivolto verso il cielo, finalmente illuminata dal dettaglio fuori posto. La certezza di non avere una vera vita, che non era lei a guidare la sua esistenza, ma uno strambo fato deciso da un disegnatore, l’aveva ferita a morte. Com’era comprensibile. Povera Lucybel! Grosse e copiose lacrime le avevano quindi solcato il viso, formando goccia a goccia, sulla rena del bordo del fiume, una triste grande pozza a forma di cuore trafitto da...
 
 
COME LUCYBEL DIVENNE LUCYBEL – parte 1 Lucybel aveva un terribile segreto che non aveva mai confidato a nessuno, perché nessuno le avrebbe creduto. Aveva scoperto di essere un  fumetto. Copie gratuite, senza indicazione dell’autore, circolavano da anni nei bar, nelle stazioni, nelle pensiline degli autobus, infilate sotto i tergicristalli di alcuni fortunati che erano riusciti a parcheggiare all’IperCoop di sabato pomeriggio.  Luoghi popolari e anonimi, ma che forse, se collocati su una mappa della città, avrebbero disegnato, unendo i puntini, un’enorme “LV”, “Lucybel la Vendicatrice”, la sigla rossa che la nostra eroina portava cucita sul costume:  attillato e nero, senza cappuccio, solo una mascherina alla Robin, perché la lunga criniera da moicano doveva intimidire i malvagi e disegnare onde di fuoco mentre correva veloce. Il fumetto di “LV” era di ottima fattura grafica, in bianco e nero. E le sue copertine erano entrare nell’immaginario popolare. Come da migliore tradizione fumettistica, la...
 
 
MARTA SALVA IL MONDO DAGLI ALIENI - parte 2 “Dì un po’, sei ubriaca?” chiese Marta alla rana, fiduciosa in una rivincita. La storia del sorteggio non le era piaciuta. Una creatura così piccola e sensibile e … La rana si voltò di scatto e alitò dritto in faccia a Marta, per darle la prova che non aveva toccato alcool. Ma alla Nostra arrivò un enorme ondata calda e umida, con un aroma che si avvicinava a qualcosa di simile al fiato da sigaretta, moltiplicato per 10.000. Marta trattenne il conato di vomito in modo eroico e quasi soprannaturale, tirando giù il finestrino per tornare a respirare qualcosa. D’altra parte era la Predestinata…doveva saper sopportare le prove più audaci. “Cosa devo fare, mia Rana?” disse Marta, ormai calata nella parte. “Vedi Marta, le cose non sono così semplici” cominciò la strana creatura, continuando a guidare come un anziano cieco. “La battaglia si svolgerà in un campo di battaglia virtuale, un enorme campo di battaglia virtuale” “In che senso?” chiese Marta con la testa ancora fuori dal finestrino. Il concio con cui si raccoglieva i capelli si...
 
 
MARTA SALVA IL MONDO DAGLI ALIENI - parte 1 La vecchia Peugeot 307 verde chiaro aveva conosciuto primavere migliori, e ora che affrontava tornante su tornante la ripida salita che si arrampicava sulla collina, solo i fari sregolati a fendere il buio pesto della notte, il rombo del motore non prometteva niente di buono. Un rombo che era divenuto l’eco stanco di se stesso, l’urlo roco di un guerriero esausto, in gola il nodo stretto della vicina rottamazione. Curva dopo curva resisteva, il nobile destriero metallico, ma avrebbe voluto solo un giaciglio dove riposare le ossa consumate dai troppi kilometri, le braccia stancate da troppe buche, la pelle rinsecchita dall’alternarsi del sole rovente e della pioggia fredda invernale. Ma ne avevano viste troppe insieme lei e Marta, per abbandonarla proprio ora, nel bel mezzo di quella notte fredda e buia, senza la luce della luna a scaldare i loro cuori di viandanti. E col fiato caldo del riscaldamento che usciva dai bocchettoni del cruscotto, voleva a modo suo rassicurare la padrona ancora intirizzita. “Che freddo boia…ma dove cazzo sono?” pensò Marta con un leggero...
 
 
 
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