Racconti Brevissimi
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L'amica del cuore
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Quella mattina d'estate non faceva particolarmente caldo, il cielo però era terso e la luce del sole inondava il mio giardino. Ero lì seduta quando sento strombettare dalla strada: era la mia amica Barbara sulla sua auto decappottabile che mi stava chiamando: "Silvia, salta su. Oggi è una giornata particolare e voglio condividerla con te". "Ma dove andiamo esattamente?". "Shopping, poi una sorpresa. Vestiti e vieni, ti aspetto!" In due minuti mi misi le scarpe, gli occhiali da sole, un foulard ed eravamo già partite. Mi ricordo comprai un rossetto di quelli scintillanti e un braccialetto di perle, lei come al solito esagerò e portò via, tra le altre cose, un paio di scarpe tacco 12 che non so come ci si possa camminare. Ma a Barbara non importava, lei aveva una classe innata. "E adesso dov'è che andiamo?" le chiesi. "All'aeroporto", mi rispose. "Eh? E a farci cosa?", le domandai. Lei mi rispose col suo solito sorriso: "A prendere il mio fidanzato. Sai, l'ho conosciuto tempo fa a una festa, ci siamo innamorati e siccome ha un paio di settimane libere viene a stare da me. Vedrai, ti piacerà, è decisamente simpatico". Rimasi di...
Ore 21,20: cielo nuvoloso su New York
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Caro Larry, come stai? Bene, spero. Io sono seduto sul divano, mi sto ascoltando un po’ di musica classica, il bicchiere di cognac stretto nella mano sinistra. Stavo ripensando agli avvenimenti della giornata. Ti è mai capitato di farlo? E’ molto interessante, sai.
Oggi, tornando dal lavoro in anticipo di quasi due ore, ho trovato mia moglie a letto con il mio migliore amico. (Del litigio che ne è seguito ti risparmio i particolari). Ho estratto la .357 MAGNUM dal cassetto e ho sparato: uno, due, tre, quattro, cinque colpi.
Poi il silenzio.
Ti chiederai: perché mi stai dicendo ciò? Il motivo è semplice, caro Larry: il mio migliore amico eri tu.
Sei morto, Larry, morto. Non esisti più.
Ora sono davvero solo.
Sono le 21.20, e fuori fa molto, molto freddo.
Seconda classe
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Il diretto per Firenze era stato annunciato con cinque minuti di ritardo, così Gianni P. ebbe occasione di dare un’occhiata agli altri viaggatori, che come lui passeggiavano pigramente nei pochi metri che la banchina concedeva loro. In maggioranza era composta da studenti del secondo o terzo anno di università che si recavano a qualche lezione tenuta nel tardo mattino. Pochi impiegati, nessun operaio. Insomma non la caratteristica folla di pendolari assonnati. D’un tratto scorse un volto conosciuto, ma per la notevole differenza di età e posizione sociale, rimase a lungo incerto se fosse il caso di salutarlo. Si trattava infatti del noto e stimato professore Mario D., a suo tempo direttore di uno dei più importanti Archivi di Stato d’Italia. La sua figura, alta e longilinea, la sua canizie disposta come corona ai lati della testa, nonché quei raffinati occhiali dalla montatura color oro, lo mettevano in imbarazzo, nonostante che a suo tempo fosse stato uno dei relatori della sua tesi. Ma di tempo ne era passato molto dagli studi universitari, per cui dubitava persino se si ricordasse di lui. Fu però l’incrociarsi dei loro sguardi a dargli coraggio. Il professore assunse infatti lentamente l’espressione di colui...
LA METRO DI TOMMY Le persone camminavano per strada tutte con lo stesso passo, mentre Tommy, parte anche lui di quella melma, le osservava spesso con occhio curioso. Quella mattina, come tutte le altre, stava andando al lavoro, trascinando con se la sua vita e la solita voglia di licenziarsi, di sputare in faccia al capo, di andarsene al mare, in montagna, in un altro stato, in un altro tempo o in un altro universo. Entrò in metro, prese la tessera e la timbrò, poi si fece trasportare dalle scale mobili. Sentì il treno che arrivava ma non aveva la minima intenzione di muovere i piedi. Il suo sguardo si pose su un secchio alla fine delle scale, che stava li da quanto?Tre giorni? Quattro? Sembrava che ci stesse da sempre. Ci gocciolava dentro l’acqua dal soffitto. Non funzionava un cazzo in quella città. Uscivi da casa tua e ti ritrovavi in mezzo al traffico di un mondo delirante, in mezzo a volti di gente insoddisfatta, che silenziosamente affrontava il suo tempo. Ovunque passavi c’era qualcosa che non andava. In più a lavoro il capo con...
IL DIARIO
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Ci sono volte in cui credo di non riuscire a fare ciò che vorrei e ciò che dovrei fare, quello per cui sono venuto al mondo, perché la mia vita abbia un senso. Ci sono volte in cui penso di non riuscire a percepire il senso della vita, e mi arrabatto nel tentativo vano d’afferrarlo mentre mi sfugge come sabbia tra le dita. Ci sono volte in cui temo di perdermi nelle distrazioni del mondo, nel divertimento spensierato che ti assale improvviso e inatteso, o cercato e desiderato. Altre volte temo di ritirarmi scioccamente da tutto ciò che mi circonda e si muove intorno, e di restare così ai margini della vita, di escludermi da lei osservandola nelle sue evoluzioni senza avere il coraggio di interferire nel suo corso: come seguire con lo sguardo un aereoplanino di carta che plana sulle ali del vento. Il fatto strano è che questi pensieri mi colgono impreparato quando meno me l’aspetto, rapidi e inattesi, lasciandomi smarrito, esterrefatto, come quando si riceve uno schiaffo improvviso. così accadde quella sera… Io l’amavo, o almeno così credo. Sono però sicuro...
"La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto." (H. P. Lovecraft)Era inevitabile che la richiesta fosse rivolta a me, il piccolino di casa, sempre volenteroso nell'aiutare il prossimo. 10 anni, ma avrebbero potuto essere 8 o 12, le sensazioni sarebbero state le stesse. Anche ora che ne ho 32, sono le medesime, nonostante la vita su certe cose sparga una patina di disincanto e asetticità.La richiesta, dicevo, di solito era: "Tesoro, per favore, vai giù in cantina a prendere...". Poteva essere l'olio, il vino, un'attrezzatura da giardinaggio o altro. Di sicuro l'altra cosa che prendevo, andando in cantina, era uno spavento. Non potevo farne a meno, ma era così.Piccola premessa. Fino al 2003 ho abitato in una casa del '500. Non so se avete mai visto le cantine di una casa antica. Non "vecchia", "antica". Non c'è il generatore, le biciclette appoggiata alla parete, la polvere, un congelatore a pozzetto e qualche ragnatela. No. E' come entrare in un'altra dimensione.Andiamo insieme? Io coi ricordi, voi col pensiero.La porta della cantina è nell'androne del palazzo. E' una porta pesante, screpolata, e in pendenza, tant'è che...
Mi chiamo Luca, Luca Martini, ma per tutti, per molti anni, sono stato rosario. Sì, rosario, con la erre minuscola, perché proprio quella sfilza di grani di madreperla con un uomo appeso alla croce mi dette una nuova vita e un nuovo nome. Fu un battesimo in sordina, niente di preparato o voluto, perché il mio concepimento e la mia nascita furono casuali. Nacqui senza dolore, anzi, ero strafelice, avvolto nella più calda delle coperte: l'alcool. I primi vagiti -me lo ricordo bene- li emisi una sera di Novembre in compagnia di amici. Dopo di allora, ho bevuto per dieci anni, tutti giorni, perdendo moglie, figli, lavoro, amici e...ma santo cielo, ancora non sapete perché mi chiamavano rosario! Beh, se avete pazienza ve lo spiego. Quando il mio alcolismo divenne cronico, i miei familiari e amici cercarono in tutti modi di farmi smettere di bere: mi consigliarono addirittura l'ipnosi, grazie alla quale avrei dovuto sostituire l'alcool con l'acqua. Certo, sulle prime funzionò, ma poi tutto si risolse in sbronze ancora più pesanti. Niente riusciva a svegliarmi dal torpore e dai sogni a occhi aperti che da un quaranta gradi, di qualsiasi cosa, fosse...
Da oggi mancherà l’acqua per un circa un mese. Le lunghe e abbondanti piogge degli ultimi giorni hanno fatto saltare la rete idrica. E’ l’ennesimo attacco al mio già incerto stato d’animo. Anche l’acqua potabile è diventata provvisoria. Sbotto “chissà che l’acqua non sia in via d’estinzione come il panda, come la lontra”. Clara sopporta i miei sfoghi e mi esorta a non lasciarmi sopraffare dalla malinconia e della depressione. Spero che San Precario mi regali almeno un Natale tranquillo poiché non sono più io, ormai, a governare le mie giornate, il mio tempo, i miei umori. Poi Clara domanda “lontra?”. Le ricordo di una zona riservata a questo magnifico esemplare proprio ad una ventina di chilometri da casa. Livio, un caro amico di mio padre, si era battuto tutta la vita per ottenere il riconoscimento di un breve tratto di fiume e delle sue sponde al fine di riservarlo alle lontre. Poi, prematuramente, un infarto lo aveva stroncato ed ora proprio quel corso d'acqua esondando ha distrutto campi, raccolti e rete idrica. Clara mi chiede “ma Livio ha mai visto la lontra?”. Bella domanda; che io ricordi...
All'imbrunire.
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Questo brano appare su "Auroralia", un'antologia curata da Gaja Cenciarelli intorno ad un'immagine di Jerry Uelsmann. Se digitate su google "Auroralia" troverete ogni riferimento.
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