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Drammatico

Racconti Brevi

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Storico  (17) Surreale  (46)
Thriller  (3) Trash  (10)
 
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Vi sono dei ricordi dai quali è impossibile liberarsi, anche per un solo istante e ricordi che, invece, giacciono abbandonati in angoli remoti della mente, come vecchie sedie sfondate in soffitta. La storia che sto per raccontare appartiene al primo tipo: è incisa nella mia memoria come il nome di un morto sulla lapide. A quell’epoca non avevo ancora compiuto sei anni e vivevo insieme alla mia famiglia in un villaggio del meridione sferzato dai venti, dove la neve faceva la sua comparsa in novembre e resisteva fino al primo sole di aprile. La nostra casa era fredda e le pareti imbiancate di fresco non facevano che accentuare la rigidità della temperatura. Mia madre mi accompagnava ogni mattina all’asilo, ogni mattino di quegli inverni lunghissimi e imbiancati ed ogni pomeriggio attendeva il mio ritorno a casa. Avevo molti amici allora, ma vi sono dei legami che si dimostrano più forti di tutti fin dal loro primo apparire. Questi sentimenti di privilegio accomunavano noi quattro: io naturalmente, poi, Peppino, magro e...
 
 
Trenta giorni. Così ha detto il medico. Non una trentina o trentacinque. Trenta giorni. Mi spiace lei ha trenta giorni di vita. Ricordo di aver pensato – Chi è costui? Dio? Un genio della conoscenza. Colui che detiene la verità e la vita? Un pazzo? Ha prima analizzato attentamente le mie analisi, mentre io stavo lì seduto e in silenzio. Lui leggeva alzando di tanto in tanto uno sguardo su di me, quasi a cercare conferma da me di ciò che leggeva su quei fogli bianchi, verdetto del mio sangue. Io guardavo le sue mani ferme che voltavano pagina e poi tornavano alla precedente, diverse volte. Poi ha parlato – Mi spiace – ha detto proprio cosi – Mi spiace, lei ha trenta giorni di vita. Una sentenza. Ancora oggi mi domando perché la mia attenzione non è rimasta li, sulla quella sentenza e perché a colpirmi non è stato sapere che sarei presto morto, ma quel numero, trenta. Mi sono chiesto, che tipo di calcolo ha fatto? Un’addizione? Una sottrazione. Da dove veniva quella precisione dei giorni che mi restavano? La mia età? Io ho trent’anni. Mi...
 
 
Uffa, che caldo! Quasi 2000 metri d'altitudine e fa un caldo bestia. D'altra parte in questo continente è normale che sia così, perlomeno di giorno. Stasera andrà sicuramente meglio. Sono in attesa, come mi è capitato altre volte nella vita. Un'attesa lunga che le prime volte era anche carica d'ansia ma adesso non più, perchè si fa l'abitudine a tutto. Quando ero giovane sudavo, e non per il caldo che anche nella mia Sicilia era forte. La mano tremava, e facevo fatica perchè non dovevo assolutamente darlo a vedere. Sarei passato per un cacasotto inutile e pericoloso, e questa era un'apparenza che non potevo permettermi di dare ai miei capofamiglia. Dovevo invece mostrare coraggio e determinazione, freddezza e risolutezza. Però dopo le prime volte il coraggio mi è venuto per davvero, che poi non è proprio coraggio ma una specie di autostima. Si prende coscienza delle proprie capacità, si acquisisce esperienza e si sa cosa fare e come comportarsi anche in presenza di qualche imprevisto. L'importante è non perdere mai la calma e analizzare bene la situazione, agire dopo aver pensato velocemente alle possibili conseguenze e restare sempre calmi. Il resto viene da sè. Proprio...
 
 
La nuvola rossa (pagine sparse - diario delirante di un addetto al lavoro sporco) 1) - “E allora, come è andata?” - “Dottore, è stato un procedura lunga, complessa, ma alla fine hanno acconsentito. Ovviamente li ho incontrati separatamente, la maggior parte di loro non è neanche a conoscenza dell'identità degli altri, anche se probabilmente la sospetta. La loro unica grande preoccupazione era quella di pararsi il culo. Hanno curato ogni possibile particolare per fare in modo di non essere gravati di alcuna responsabilità dimostrabile, presente, passata o futura. Devo dire che io stesso sono rimasto colpito dalla procedura che mi hanno imposto per garantire il loro anonimato: mi è venuto il sospetto che abbiano già attuato in passato procedure simili, per chissà quali scopi. Comunque alla fine mi hanno fatto capire che riconoscevano la necessità di questa operazione, vista l'estrema gravità della situazione che si è venuta a creare. Non hanno voluto conoscere i dettagli del nostro progetto, non vogliono neanche sapere come agiremo: occhio non vede, cuore non duole.” -“Già...va be', senti...per quanto riguarda i soldi?” -“Ah,...
 
 
SEMEIOTICA Negli anni 1972-1973 ci fu il boom delle iscrizioni universitarie alla facoltà di medicina. Forse a causa del dottor Kildert, protagonista di una fortunata serie di telefilm americani, tutti volevano curare, salvare, trattare umanamente il prossimo e se possibile contribuire con qualche fondamentale scoperta scientifica alla salvezza dell’umanità’, guadagnando , perché no, anche dei buoni soldi. Mi iscrissi anch’io aspettandomi di trovare quell’ambiente accogliente ed umano che avevo visto nei filmetti americani, invece l’impatto con l’università’ fu traumatico. File interminabili di studenti, code alla segreteria per iscriversi, code ovunque. Gli esami del primo anno erano cinque: chimica, fisica, istologia, biologia ed il cosiddetto colloquio di anatomia. Qualche genio dell’università’ aveva voluto chiamare con questo nome “ Colloquio” quella parte dell’esame di anatomia che trattava dei muscoli delle ossa, delle arterie e delle vene e che consisteva in una prova scritta perché I professori non avrebbero avuto il tempo di ascoltare tutti. Quindi l’unica prova scritta del primo anno si chiamava “Colloquio”. Già questo la diceva lunga. Le prime settimane passarono nella disperata ricerca di aule ed orari. Non appena trovavamo l’aula giusta, trovavamo anche , appeso da qualche parte un...
 
 
Voltate le spalle al tempio pagano e all'arco che mi aveva data inquietudine, ripresi la via di casa. L'alcool, dopo la lunga camminata, era smaltito e le modelle se ne erano fuggite con lui dalla mia testa. Rimaneva solo il fascino di quelle vie deserte e silenziose. Camminavo lentamente guardando i vecchi palazzi addormentati . Solo alcuni avevano finestre illuminate, i più dalla luce intermittente dei televisori. Pensai che fossero i nottambuli cittadini che, non potendo vedere le stelle del cielo, si erano adattati a seguire il percorso di quelle della televisione. La voglia di fumare mi spinse a frugare ogni angolo e ogni incrocio di via, alla ricerca di un distributore automatico o di un bar tabacchi aperto, per evitare, magari, di chiedere da fumare a qualche boss cinese, stavolta. Per mia fortuna trovai un distributore, per cui potei dedicarmi al mio vizio in una cornice che io giudicavo bellissima. La prima che accesi fu su i gradini di una chiesa, immerso nei miei pensieri, che inizialmente altro non erano che una riflessione sulla vita dello zio e quanto mi aveva detto. In particolare mi chiedevo se fosse vero che li uccidono quando sono...
 
 
Ci dirigemmo verso i locali vicini al Duomo, io con il passo pingue di chi ha un po' bevuto, lui schizzato di chi ha certamente combinato qualcosa. Appena giunti mi chiese i soldi per acquistare due birre e m'invitò a sedermi sugli scalini del Duomo, che sarebbe tornato di lì a poco. Devo confessare che non facevo molto affidamento sul resto dei miei dieci euro, ma dovetti ricredermi, perché non solo mi dette le monete avanzate, ma mi offrì, come a sdebitarsi, una sigaretta strappata a chissà quale passante, mentre l'altra , avendo le mani occupate dalle birre, la teneva ben stretta tra le labbra, cosa che , dato il fumo che gli saliva agli occhi, gli faceva assumere un aspetto di chi ha compiuto un impresa (non una , ma due sigarette era riuscito a procurarsi!). Aprimmo le bottiglie con allegria e ci scambiammo il tipico:” Salute”, mentre una pattuglia avanzava lentamente da destra. “Adesso non fare movimenti strani o bruschi; stai immobile e non dare nell'occhio” mi disse preoccupato. “Perché?” chiesi io. “Mi hanno già fatto due fogli di via, non voglio beccarmi il terzo” disse guardando...
 
 
Erano anni che non mi concedevo una vacanza. Inoltre la vita di campagna mi aveva un po' stancato. Così decisi che sarei andato a Milano, tra la folla. Riempito lo zaino con le cose necessarie e niente più, misi mano ai miei pochi risparmi e partii alla volta della grande città. Nonostante non fossi e non sia sposato, ci fu qualche mugugno in famiglia, perché a pesare sulle mia decisione fu il matrimonio di mio fratello, che proprio nei giorni della mia assenza si sarebbe sposato. Partii lo stesso, incurante di tutti i tentativi fatti per distogliermi dal mio proposito Il viaggio in treno fu comodissimo: da Bologna a Milano ebbi un intero scompartimento a mia disposizione. Quando il treno giunse nella Pianura padana avvertii un senso di disagio di fronte alla completa assenza di colline. Il paesaggio era completamente diverso da quello a cui ero abituato. Giunsi in stazione centrale in perfetto orario e con una gran voglia di fumare e di bere qualcosa; soddisfeci entrambi i desideri presso un bar antistante la stazione, seduto a tavolino (nei giorni seguenti, invece, presi gusto alla mia birra nel tardo pomeriggio, godendomi gli ultimi, tiepidi raggi di sole...
 
 
L'ultima crisi cardiaca mise alle corde lo stanco cuore di Attilio, che dopo pochi giorni si congedò da questa vita per entrare, come spesso diceva essendo credente, nei pascoli del cielo. La crisi lo colse quando il sole incrinava, con i suoi ancora deboli raggi, il marmo nero della notte. Inutile fu la corsa a chiamare il medico; quando giunse Attilio era già spirato. Il funerale avvenne sotto una pioggia battente che non fu capace però di tenere lontani i tanti amici, parenti e conoscenti. Fu tumulato nella cappella di famiglia, anche se avrebbe preferito la nuda terra, da sempre sua intima amica. Due giorni dopo fu aperto il testamento e fu chiarito che l'intera proprietà passava ai figli , ma che Bufalo doveva rimanere nella stalla fino alla sua morte naturale, pena l'annullamento di quanto previsto nel testamento. I figli, che desideravano ognuno ricevere la propria parte subito, rimasero un po' amareggiati dal fatto che tutto ruotasse attorno a un paio di corna che fino ad allora avevano dato loro solo grattacapi. Inoltre l'età di Bufalo era tale che le monte, fino ad allora fonte di un cospicuo reddito, si sarebbero per...
 
 
Oramai erano passati diversi anni dall'ingresso di Bufalo nella famiglia di Attilio, mentre la salute di quest'ultimo era andata lentamente peggiorando. Aveva fatto della sua camera, e in particolare della finestra di essa, il suo osservatorio. Da lì gestiva tutti gli affari più spinosi durante i febbrili mesi primaverili, estivi e autunnali. I suoi figli, quando la questione era della massima urgenza, a volte irrompevano in camera sua, ma di solito gli veniva chiesto solo di affacciarsi, qualora non fosse già da ore incorniciato tra i quattro lati della finestra. Anche quel mattino si trovava seduto al suo posto di “lavoro”, mentre i suoi figli erano nell'aia in, come si dice, tutt'altre faccende affaccendati: Bufalo era scappato dalla stalla. Tutti i tentativi finora compiuti per ricondurvelo erano andati a vuoto. Adesso era il momento della fune, che si cercava di mettergli al collo, cosa che avvenne. “Oh, ora sì, un po' di tiro alla fune. Guardiamo chi vince il salame. Son cinque contro uno, se perdono non fanno certo una bella figura. Uno, due , tre...via.” disse Attilio scuotendo la testa come a dire che la gara era già segnata non...
 
 
 
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