Racconti Mix
| Comico (1) |
| Impegno Sociale (3) |
| Pulp (9) |
| Surreale (4) |
| Trash (7) |
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Anita è tornata. E’ sporca di sangue e ha delle ammaccature evidenti. Non potevo perderla. L’amore fa compiere le azioni più stupide. E’ un insulto irriverente all’ingegnosità cinica della mia mente ma nonostante tutto riesco a provare ancora dei sentimenti veri. Un difetto che eliminerò presto per non intralciare ulteriormente il cammino verso la perfezione. Pagherò a caro prezzo la mia decisione impulsiva? Avrei bisogno di aiuto, di un amico di cui potermi fidare, una spalla solida su cui appoggiarmi in momenti come questo. Ho abbandonato il genere umano da molto tempo, da quel giorno sbiadito nel passato in cui un grande sogno si tramutò in frantumi. Da allora, prima l’adolescenza reclusa e dopo l’invisibilità forzata mi hanno tenuto lontano dal difettoso e complicato congegno chiamato uomo. Il cervello entra in modalità pilota automatico, il corpo autogestisce le funzioni vitali e l’equilibrio. Tetsuya è immobile al centro della stanza ed un ricordo lontano si impossessa prepotentemente della realtà che lo circonda. E’ un repentino viaggio nel passato, un attimo di panico nel buio e poi la luce rassicurante… ...
Il mio nome è Miro. Gestisco un bar in periferia. Il mio bar è frequentato da operai, brava gente, gente semplice che ha il senso dell'amicizia e del rispetto. E della pulizia. La mia giornata è stata rovinata da un fighetto di città che mi ha intasato il cesso in cambio di settantacinque centesimi di caffè; già, perché da noi in periferia il caffè costa ancora settantacinque centesimi. Sono riuscito a mandargli in frantumi il lunotto della sua coupè rossa, ma avrei preferito rompergli la testa. E ora che sto tornando a casa sembra che il Gesù da lassù mi stia dando una mano. Riconosco la coupè posteggiata nel piazzale della fabbrica. E il lunotto sfondato è la conferma che è la macchina giusta. Posteggio, prendo la mazza che porto sempre con me, perché dopotutto siamo sempre in periferia e ogni sera mi porto l'incasso dal bar fino alla cassa continua ed esco a cercare il fighetto di città. Ma quando finalmente lo trovo ed è inerme sotto la mia mazza tutto si fa freddo. Poi buio. Mi chiamo...
Un corpo umano sezionato, un cervello in una vasca collegato ad un pc e ad un occhio bionico, un giapponese coperto solo da un camice che lavora al corpo sezionato e parla al cerebro nella vasca che gli risponde in chat. Questa è l'immagine da film horror che mi si imprime nella mente dopo che mi sono intrufolato nella fabbrica e sono giunto al laboratorio, previo tour di ricerca. Ricerca di una Doll finita per sostituire la mia biondina rapita. Non sono un ladro, penso solo che me ne venga una. Il nippo parla col cervello nella vasca per spiegargli cosa sta facendo e perché. Vuole un testimone della sua opera ultima, la trasformazione di se stesso in una Doll da quindicimila euro. Non so se sarà una Barbie o un Ken, ma mi è chiaro dalle sue parole che userà il corpo del povero malcapitato per trasformarlo nella Doll Definitiva e ci metterà dentro il proprio cervello. Rabbrividisco al pensiero che potrei essere al posto del cerebro in vasca e decido di andarmene prima che le cose possano peggiorare quando, o mio...
Da ragazzo avevo un amico di nome Yama. Veniva da un paesino dell’India, Bihar, un paese povero irrigato dai flussi del Gange. I suoi genitori lavoravano per una fabbrica di scooter a Fatuha, e quando questa aveva chiuso la madre si era spostata qui con lui, mentre il padre aveva trovato lavoro in una raffineria a Barauni. Io e Yama avevamo un gioco, si chiamava “Come ti azzecco il morto”. Non era nato come un gioco vero e proprio. Ogni mattina Yama scorreva i titoli dei giornali, poi veniva da me e mi diceva: -Lo sai chi è morto?- Potevano essere personaggi più o meno rilevanti, ma a Yama non ne sfuggiva uno. Poteva essere Sexy-Cora, la pornostar tedesca morta durante un intervento di mastoplastica, o il triste suicidio di Mario Monicelli. Ricordo ancora con quanto entusiasmo venne da me un giorno dicendo: -Elizabeth Taylor- La mia Cleopatra delle notti solitarie. Ormai non c’era neanche più bisogno di aggiungere altro. Ci incontravamo alla fermata dell’autobus alla mattina e ci...
Buffo come a volte la vita ti regali proprio ciò che stai cercando. Nelle forme più inconsuete. Se esiste un Dio deve per forza amare le cose bizzarre, quindi deve amare questa fabbrica. Probabilmente la guarda dall’alto compiaciuto. Prima, attraverso il lucernario del corridoio, mi è sembrato di intravedere il suo sorriso eterno, tremolare fra le nuvole illuminate dalla luna. Nel reparto “Rifinitura Parti Esterne” ho appena trovato un uomo, temo sia un ladro o uno sbandato. Dice di chiamarsi Ermes, come il dio greco della parola, ladro e ingannatore nei discorsi. In effetti sono almeno quindici minuti che mi sta ammorbando con la sua parlantina, di come sia fantastica questa fabbrica, di come mi sia riconoscente per avergli impedito di finire arrostito nella plastica incandescente. Di come è bello il Giappone e la sua tradizione samurai, se io ho una katana, ah com’è bello il Giappone anche se non c’è mai stato ma un giorno ci andrà (mi sono lasciato sfuggire che vengo da lì). Non ho idea di cosa cerchi qui dentro, forse è un fuggitivo. Io non faccio domande, non mi interessano le sue risposte. Mi interessa il suo corpo, giovane, ben...
I neon rimandano una luce spenta, come una colata di giallo. I macchinari sono ammassi di metallo con tante braccia affusolate. Lavorano anche ora, e nella desolazione dell’edificio sembra debbano risvegliarsi in una sorta di orgia meccanica. Ogni tanto urlano, sospirano e poi si accasciano sui loro arti argentati. Mi guardo bene attorno. Lo stanzone deve avere una forma rettangolare. Mi trovo nel lato più corto e di fronte a me il capannone si estende per parecchie centinaia di metri, facendo in modo che le luci più lontane appaiano come piccoli punti lampeggianti. Avanzo tra le macchine facendo attenzione a dove metto i piedi. Cerco di non calpestare i fili e i cavi elettrici che formano sul pavimento un complesso groviglio di vene e arterie. Lungo il corridoio ci sono poi delle linee colorate. Ce n’è una blu, una bianca e una dorata. Tutte e tre si affiancano e scorrono parallele, fino a che ognuna non prende la sua strada divergendo dalle altre. Mi guardo attorno. Le pareti sono...
Mi sto schiacciando la mia biondina preferita nel terazzino sul tetto, dove domino la città. L'ho messa in modalità “porca” e oltre a suggerirmi cosa farle è in grado di prendere gardite iniziative. In questo momento si tiene alla ringhiera in posizione supina mentre le sbatto il suo culo sintetico e la cosa mi piace. Mi piace guardarla in faccia e toccare quei seni che sembrano veri. La biondina inizia a stringere gli sfinteri, dandomi ancora più piacere. Stringe ancora. Inizio ad essere in difficoltà. I muscoli sintetici di cui è dotata la mia bambolina da quindicimila euro stanno stringendo troppo forte. Le dico di mollare la presa ma sembra che non risponda ai comandi vocali. Inizia a farmi fale. Mi sta stritolando il cazzo con il suo culo. Inizio a ordinarle una serie di cose, ma non ne esco fuori, in tutti i sensi. Il tasto reset! Mi sdraio sopra di lei cercando il tasto reset che ha dietro il collo,...
Entriamo in casa lanciando il sacco sul pavimento. Fuori piovono goccioloni grossi come pugni, e le infiltrazioni dal buco sul tetto creano delle macchie sul soffitto grigio, pezzandolo e facendolo gocciolare su tutto il pavimento. Siamo a Ferragosto, ed il caldo che si mischia alla pioggia mi da l’idea di trovarmi dentro una spaventosa incubatrice. Questo cesso spoglio e umido è fitto dell’odore delle tavole di legno che marciscono. -Preparo un tè?- dice il mio socio. Mi guarda con gli occhi neri sovrastati da quei gomitoli di sopracciglia, le guance piene e le labbra sottili. -Ti sembra che abbiamo tempo per il tè? Dai tirala fuori di lì- Dico io, mentre mi passo una mano sui capelli bagnati. Febo prende il sacco e lo svuota rivoltandolo. -Io non so proprio da dove cominciare Ermes- Dice- Non so neanche cosa stiamo cercando-. -Lo so io. Quello che stiamo cercando ci renderà maledettamente ricchi. Dai tu prendila per le gambe io la prendo per le braccia e la mettiamo sul divano.- ...
Dolls - prima parte - di Ab Normal, Miss Weedy, Solo
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Il caldo torrido, il buio e l’odore di cartone da imballo, unito al nastro adesivo, mi mettono a mio agio. Creano un effetto d’insieme molto soporifero. Di nido artificiale. E’ quello che cercavo dentro questa fabbrica, così ospitale durante la chiusura di ferragosto. Si potrebbe credere, e a tratti mi pare proprio così, che sono il piccolo di uno strano uccello. Senza piumaggio, con arti secchi e brevi, grossa testa con pochi capelli, becco lungo e giallo. Nel buio apro il mio becco, ma nessuno ha pronti vermi o insetti per me. Lo spalanco, gracido un poco, ma nessuno arriva. Nessun battito di ali, di qualcuno che arrivi e mi nutra. Eppure mi immagino che il caldo che sento sia di una madre invisibile, del suo grossissimo culo di piume. Morbido e carezzevole, tutto per me, sopra di me. Umido e caldo. Mi sono costruito questo nido di cartoni da imballo nella speranza di ritrovare qualcuno. Li ho raccolti in magazzino, curvati a forza, appoggiandoli e fissandoli con nastro da pacchi a un gruppo di otto poltrone a rotelle, raccattate in giro nei vari uffici, che ho disposto in cerchio. Al centro ho collocato altri...
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