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Natale Esplosivo!

 
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  Buttò il mozzicone di sigaretta a terra e lo spense con la punta della scarpa.  Cazzo… se solo avesse avuto uno smoking bianco, 30 chili di meno, una bottiglia di whiskey ed un fottuto negro a suonare il pianoforte, sarebbe stato uguale a Humphrey Bogart in Casablanca. “Suonala ancora Sam”.. bisbigliò tra i denti, mentre un vento gelido gli tagliava la faccia. Coincidenze.. eccolo arrivare da lontano un negro..o nero?.. qual è la giusta espressione che non offende stè scimmie? “Sei in ritardo Alfio..disse guardandolo di sbieco” “In ritardo?” - rispose trafelato l’uomo guardando l’orologio … “ma Paolo, ieri sera dicevamo..” “Ieri sera dicevamo  molte cose..tu dicevi che io debbo badare a tutte e due..mbè non ho fatto altro da ieri e la conclusione è questa: tu devi partire con Victor..” “Chi cazzo è Victor?” “Lascia perdere..entriamo che si gela … gli altri ci raggiungeranno dentro l’edificio” “Quante persone stiamo aspettando?” “Due..” rispose laconicamente accendendo l’ennesima sigaretta. Improvvisamente udirono il suono di...
 
 
  Mattina del 24 dicembre. Ore 7.00. La sveglia suonò come ogni anno, puntuale come un banchiere svizzero al primo giorno di lavoro. Babbo Natale, ancora nel dormiveglia, allungò meccanicamente la manona paffuta e scaraventò la sveglia contro il muro frantumandola in mille pezzi. “Fanculo la Vigilia! Quest’anno mi sono preparato per tempo, mi manca solo di caricare i regali sulla slitta e di piantare l’albero; sempre che quello stupido angioletto me lo consegni in tempo!” L’esperienza dei natali passati era servita. Quest’anno Babbo Natale non si era ridotto a fare tutto all’ultimo momento ed era già una settimana che aveva pianificato e sistemato tutto in vista della dura serata di lavoro che lo aspettava quella notte. Le renne erano state pulite e imbrigliate, la slitta era appena tornata dalla revisione, gli gnomi stavano ultimando gli ultimi pacchetti e gli elfi dispensavano quel pizzico di magia che rende tutto speciale. Ancora assonnato, e tranquillo come un bambino, Babbo Natale si girò su un fianco, determinato a riprendere sonno, quando qualcuno entrò correndo in camera: “BABBO...
 
 
Una renna ha sbranato un bambino. Proprio cosi. Una renna. Era una di quelle renne che stanno di fronte ai centri commerciali, legata assieme ad altre sei ad una finta slitta, con un Babbostronzo ubriacone vestito di rosso che ci si regge a stento sopra. Pare i genitori avessero incitato il bambino ad avvicinare la mano al muso della bestia, che di tutta risposta aveva spalancato la bocca permettendo alla folla di vedere la testa del bimbo sparirvi dentro. Lo leggo sull’unico giornale in inglese che sono riuscito a trovare qui all’aeroporto di Nuova Dehli. All’inizio, quando ho saputo di dover passare la vigilia nel volo Nuova Dehli-Londra, m’immaginavo già come l’unico eremita solitario che si aggirava per un aeroporto deserto e che una volta salito sull’aereo avrebbe potuto cambiare posto ogni dieci minuti, tanto era vuoto. E invece sembra che tutta Dehli abbia deciso di passare qui le sue vacanze, ed ogni cosa...
 
 
Renne... alternative Salve il mio nome è Klaus e con la mia ragazza Epy viviamo tranquilli e senza problemi. Ho una buona occupazione che mi piace molto e che mi lascia molto tempo libero, ma qualche tempo fa mi sono ritrovato in un brutto guaio non so come né perché. Beh ecco, la verità è che ho combinato un bel guaio al lavoro. Il mio è un settore molto delicato dove ho a che fare con gente di tutti i tipi, persone buone o furbetti e anche certi brutti ceffi proprio cattivi che non perdono occasione per fare ignobili scherzi. E questo è proprio quanto è capitato a me. Dovete sapere che uno dei miei compiti principali consiste nel consegnare dei pacchi ma il grosso del lavoro è fatto di preparazione, catalogazione, smistamento dei colli e conseguente manutenzione dei mezzi per la consegna. Giusto per spiegarmi meglio, sono una specie di postino e lavoro per questa società indipendente, la Santa’s Enterprise, che ha sedi un po’ ovunque nel mondo. Noi “postini” siamo davvero in tanti soprattutto perché quando è il...
 
 
C' era fermento tra i pastori, quella sera, sui colli della Giudea. “Stavolta, cugino, hai proprio esagerato con quel tuo vinaccio!” “Ti dico che c' era davvero! Alto alto, e con quelle ali... la cosa più bella che avessi mai visto!” “E che voleva da te? Sentiamo!” “Ha detto che dobbiamo scendere in paese, tutti noi.” “Ma allora sei davvero ubriaco! Dovremmo andare in paese adesso?” “L' ha detto lui, mica io. Dai, muoviti! Dobbiamo svegliare gli altri.” Il freddo notturno rendeva più limpida l' immensa stellata che copriva il paesello deserto. A quell' ora, i laboriosi abitanti erano tutti rintanati nelle loro case, immersi nel sonno dei giusti. Per le strette viuzze non c' era un' anima. A parte un uomo, una donna e un somaro. Giuseppe era stravolto dalla fatica e dallo scoramento. Il viaggio da Nazareth era stato massacrante, e con Maria in quelle condizioni, poi... Lui l' avrebbe volentieri lasciata a casa, così avanti con la gravidanza com' era. Ma il Messaggero di luce era tornato nei suoi sogni, e gli...
 
 
Quando consumo un pasto in solitudine a me piace leggere. "Marley was dead, to begin with." Tanto per cominciare, Marley era morto. Un incipit folgorante che non potevo fare a meno di associare al mio tacchino, assaporato in ricca porzione: il tacchino Marley in effetti era morto come un chiodo in una bara, per citare ancora la mia lettura aperta a fianco del piatto. Forse perché il Natale era alle porte, forse perché nevicava fitto, forse perché da alcuni giorni stavo facendo il bilancio di tante cose, mi era venuto il desiderio di rileggere il "Canto di Natale" di Charles Dickens. Un'ora dopo, del tacchino non era rimasto che qualche osso, del contorno di cavolini nemmeno quello e quanto al vino, nel decanter non restava altro che il profumo: il soave, corposo, ben strutturato nettare mi aveva deliziato e poi infuso un certo torpore. Così, giunto alle ultime pagine del libro, mi andai ad avvoltolare anzitempo nelle coperte per godermi il totale silenzio di una notte di neve in montagna. Presto mi svegliai allarmato. Qualcosa si muoveva nella casa, non c'era dubbio. Accesi la...
 
 
«GLI ELFI DI BABBO NATALE» La sveglia suonò nel buio del primo piano dell'orfanotrofio, gestito da qualche anno dalla signora Erika Svesson, una vedova di origine lappone e molto conosciuta in quella parte del paese. Nell'unica camerata rimasta cominciarono a sentirsi i tipici rumori dei bambini che si svegliano: fuori dalle finestre la lunga notte polare brillava in tutta la sua glaciale oscurità di milioni di stelline. Con un tonfo secco la porta si aprì ed un fievole fascio di luce, proveniente da un moccolo di candela, penetrò appena nel buio pesto. "Avanti! Muovetevi!!", digrignò la voce fredda ed arcigna della direttrice, che subito dopo se ne andò sbattendo l'uscio. A coppie i bimbi, ormai ben desti ed infreddoliti, uscirono dai giacigli. A piedi scalzi e saltellando per il gelo si incamminarono verso il bagno: velocemente si lavarono i visetti serici ed arrossati dal freddo intenso quindi tornarono nello stanzone e si vestirono. Gli abiti erano vecchi e rappezzati, ma in modo tale da non sembrarlo, come pure gli scarponcini. Silenziosamente uscirono dal dormitorio e, nell'oscurità appena rischiarata dalle stelle, camminarono...
 
 
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Il telefono squillò. Giulio si era appena precipitato alla porta del suo ufficio per dare un’occhiata al culo più bello dell’azienda, quello della segretaria del direttore che era appena transitata in corridoio con i pacchi-dono natalizi che ogni 23 dicembre l’azienda elargiva ai dipendenti: un panettone, una bottiglia blu di spumante, una confezione di fichi secchi. C’era la crisi, no? Si diresse alla scrivania ma fu distratto dalla sua immagine riflessa nello specchio appeso alla parete: non stava mica ingrassando? Aveva superato indenne i trenta, ma si avvicinava velocemente ai quaranta, una soglia psicologica che temeva alquanto. “Ma no, è che tutti gli specchi, a modo loro, sono deformanti.” pensò. E si girò di profilo gonfiandosi un po’ per vedere l’effetto dei pettorali che sporgevano dalla maglietta. Al decimo squillo si decise a rispondere. Dall’altra parte udì un frastuono indistinto e una voce che si sentiva a malapena. Per un momento il sottofondo si attenuò e distinse chiaramente: “ Ciao Giulio, sono papà”. “Ciao papà, dove sei che non sento niente? Sei al mercato?” “Giulio, non sono chi pensi tu, sono papà” ribadì...
 
 
    Andava a tutti i funerali del paese, anche senza sapere chi fosse di preciso il morto (a volte senza saperlo per nulla), probabilmente per assicurarsi la massima partecipazione all’evento più importante di tutta una vita: la sua morte. Poco gli importava se la partecipazione ci sarebbe stata solo perché dovuta, piuttosto che realmente sentita: questo a lui non interessava affatto. Aveva sempre lavorato come un asino, come un cinese, come un terrone che dal profondo sud è emigrato in Inghilterra negli anni Settanta. Non si era sposato, non aveva voluto, né potuto perché una donna nella sua vita c’era già e mal volentieri aveva accettato di fronteggiarsi con altre femmine, quando comparvero. Quella donna era sua madre. Vivevano e giravano insieme, condividendo le loro esistenze e i funerali che, a cadenza regolare, secondo natura, distillavano di nuovo le loro giornate tutte simili. Lei lo accompagnava nelle visite invernali alle case dei vicini e in quelle serate passate a sbucciare castagne arrostite, non perdeva occasione di trattarlo come un bambino (lui che aveva quasi sessant’anni). Certo, un bambino col vizio dell’alcool che lei riprendeva in lingua madre e a cui...
 
 
 
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