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E alla fine il giorno arrivò. Mesi di attesa, notti insonni popolate da incubi metalmeccanici, notizie di scioperi con relativo fermo delle catene di montaggio che provocano ritardi nelle consegne, rate di finanziamenti pagate a vuoto, ore di telefonate con i concessionari più sperduti, anticipi versati e mai restituiti, ne aveva passate di tutti i colori, ma ne era valsa la pena. Ora lei era lì. Davanti a tutti. La sostituta di Christine. Era l’occasione che Nino aspettava da mesi, la sua rivincita contro chi lo aveva sbeffeggiato il giorno in cui quel “coglione, ma tanto lo sapevo che alla fine ti licenziavano” lo aveva illuso con la storia della banconota falsa da cinquecento euro con cui voleva acquistare la vecchia Talbot. Sì, perché Nino questa volta aveva fatto le cose in grande. Giacca di velluto color bignè su pantaloni blu, aveva organizzato un rinfresco per la pausa caffè della mattina e non aveva badato a spese: paste fresche, tramezzini e una bottiglia di Cinzano di colore blu sinistramente simile a quella contenuta nel pacco dono natalizio aziendale. “Tanto chi vuoi...
Non aveva mai viaggiato che per lavoro. Non è che si potessero definire esattamente viaggi di lavoro. Se li organizzava da solo con il beneplacito del Direttore e di tutti quelli che se lo toglievano dalle scatole per qualche giorno, una volta ogni tanto. Ma non andava mai da solo, portava sempre qualche collega con sé, maschio, con cui fantasticava di compiere bravate goliardiche. Quella volta Nino aveva scelto di farsi un bel viaggio spesato ad Atene dove aveva trovato, girovagando su internet, un’azienda che poteva essere interessata ad una collaborazione. All’imbarco sul Boeing 737 disse al Mentola, il prescelto suo malgrado: “Questo lo potrei guidare anche io, con il Flight Simulator ho fatto migliaia di traversate”. “La differenza è che qui devi stare sveglio mentre l’aereo vola” rispose Mentola. Forse per questa pretesa familiarità con lo chassis degli aeromobili, Nino si sentiva a casa negli aeroporti, specialmente a Fiumicino. Si muoveva con disinvoltura tra check-in e imbarchi, conosceva al millimetro le dimensioni consentite per il bagaglio a mano e, naturalmente, conosceva la maggior parte dei ristoranti e fast food. Entrava talmente nel personaggio che per lui non si diceva:...
I colleghi la chiamavano Christine. Come Christine, la macchina infernale, quella del film. Alcuni si erano spinti a Generale Lee, la fuoriserie dei cugini Duke di Hazzard. Era la fedele Talbot cammellata di fine anni ’80, un diesel di quasi due tonnellate di stazza duro a morire: cinquecentomila chilometri e sentirli tutti! Rumorosamente. Non è che Nino fosse particolarmente affezionato a quel ferro e certamente non avrebbe avuto difficoltà ad acquistare una macchina nuova, visto che godeva di un generoso stipendio. Stava aspettando pazientemente che gli fosse concessa l’auto aziendale: “ Il Direttore me l’ha promessa” si ripeteva spesso. E rispondeva così anche ai colleghi che gli facevano notare che l’azienda non attraversava un buon momento e che il periodo dei benefit era da considerarsi ormai trapassato. Ma Nino credeva nella parola data. Una volta il collega Mentola gli fece notare che le ruote posteriori convergevano spaventosamente invece di essere perpendicolari al suolo e ricordavano un po’ la vecchia Ape Piaggio 50. “Ma no… deve essere perché ho fatto da poco la convergenza!” rispose Nino. “Se guardi bene anche la tua ce le ha così”. Ma intanto pensava:...
Quella mattina Nino doveva ricevere una visita da parte di Michele Arenante, un fornitore con cui doveva discutere dell’acquisto di alcune parti elettroniche concordato con il Direttore. Come al solito, stava alla sua scrivania con i piedi sul tavolo e la sedia reclinata a fantasticare di avventure erotiche ai Caraibi, ora che aveva saputo che suo cugino Tuzzo aveva conosciuto una cubana durante il suo ultimo viaggio. “Certo ha un po’ il tipico naso a forma di culo” pensava ricordando la foto che il cugino gli aveva mostrato il giorno prima, “ma è veramente una strafica. Quasi quasi a Natale me ne vado anch’io a Cuba, magari sfrutto finalmente queste Millemiglia prima che l’Alitalia vada definitivamente a picco”. Mentre formulava questi pensieri suonò il campanello e Arenante entrò. “Carissimo Michele” esordì. Poi scavallò le gambe e con un colpo di reni raddrizzò lo schienale della sedia. Non si era accorto, però, che i fili del telefono e del computer erano giusto sotto alle sue ginocchia, perciò provocò la caduta del primo e per poco non mandò in frantumi il pc aziendale. “Porco cazzo” pensò. “Non sai quante...
Il turno per il pranzo in mensa era fissato per le dodici e trenta per il reparto di Nino, ma lui cominciava a scalpitare già un’ora prima. “Ragazzi non potete capire che fame ho oggi. Solo che devo mettermi a dieta” ripeteva quasi quotidianamente ai suoi collaboratori, esibendosi in ampi e disarticolati sbadigli. Arrivato davanti al vetro che divideva il vassoio dalle cibarie, però, Nino cominciava ad osservarle con cura e poi chiedeva una porzione abbondante, dimenticandosi dei propositi di dieta formulati appena mezz’ora prima. Una volta aveva fatto una scenata per via di una mozzarella che secondo lui pesava meno di quanto era scritto sull’etichetta: “Adesso la porto in reparto e la peso con una bilancia di precisione e se ho ragione, lei passerà un brutto quarto d’ora” aveva minacciato. Effettivamente quella volta aveva ragione e casualmente aveva scoperto una truffa ai danni dell’azienda, tanto che i colleghi lo avevano invitato a denunciare l’accaduto. Ma la pietà cristiana aveva avuto il sopravvento: “Non mi va di rovinare la vita di una persona” aveva detto a tutti, che nella sua testa si traduceva: “Il Direttore mi dice sempre di stare...
Al funerale la disperazione sui volti di dirigenti ed impiegati contrastava nettamente con la compostezza del dolore dei familiari della defunta, ormai centenaria. Tutti avevano indossato il vestito buono, quello scuro da cerimonia e anche Nino indossava il completo gessato con la camicia bianca che aveva messo solo una volta al matrimonio del cugino Peppino con la cugina Isotta. La camicia aveva una piccola macchia di sugo che non era andata via neanche dopo il lavaggio in tintoria, ma Nino se ne era accorto solo quella mattina: “Domani vado da questi stronzi e gli faccio vedere io” aveva pensato, ma non aveva un’altra camicia che si adattasse all’occasione. “Tanto la macchia sta in un punto che non si vede, basta che non mi tolgo la giacca” aveva detto mentre si vestiva. Purtroppo il matrimonio di Peppino e Isotta era avvenuto sette mesi prima, in dicembre. “Tanto è di fresco-lana” pensava Nino “secondo me va bene, non dovrei sentire caldo”. Sbagliò. Il funerale si svolgeva all’aperto sotto un sole estivo di metà mattina. Così a cerimonia appena iniziata, Nino stava già evaporando, che si riusciva a vedere il fumo salire...
La mattina seguente Nino, come faceva quotidianamente prima di recarsi al lavoro, era a messa. Il prete, però, si stava stranamente prolungando con la predica: non faceva che insistere sulla necessità del pentimento costante dei propri peccati a causa della imprevedibilità della morte. Questo prolungamento stava innervosendo Nino per due motivi: prima di tutto perché da buon cattolico aveva una paura fottuta della morte, e poi perché rischiava di arrivare in ritardo al lavoro. “Cosa posso fare? Posso uscire prima che la messa finisca? E se poi non vale? Sono già le nove meno dieci e devo pure passare al bancomat. Magari esco e stasera mi fermo davanti alla statua di padre Pio e gli chiedo perdono”. Così confabulando uscì dalla chiesa alla chetichella e si diresse verso il bancomat che stava dalla parte opposta della piazza. Arrivato a non più di cinque metri dalla banca si accorse che un vecchietto lo stava precedendo e che nemmeno con un’accelerazione improvvisa avrebbe potuto anticiparlo. “Ma porco …” per poco non gli scappò una bestemmia. “Ora ci si mette anche questo vecchio rincoglionito, speriamo che si sbriga. Sei a un...
Nino Carulo
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“Stavolta gli rispondo per le rime” pensò Nino mentre aspettava il suo turno fuori dall’ufficio del Direttore. Ogni lunedì mattina il Direttore convocava i suoi diretti sottoposti per un aggiornamento sull’andamento delle attività dei singoli reparti. Quella mattina le urla del Direttore si udivano chiaramente nell’anticamera dell’ufficio. Il Direttore era a un passo dalla pensione ma non aveva nessuna intenzione di mollare le redini del comando. Nino era un perito chimico, ma il suo sogno era stato diventare ingegnere. Aveva anche provato ad iscriversi all’università e aveva superato tre esami con voti scarsi, quindi aveva deciso che non era il caso di proseguire. Allora suo padre aveva contattato il Direttore, un caro buon vecchio amico di famiglia, che lo aveva sistemato in azienda. Ogni volta che Nino faceva l’anticamera per andare al colloquio non riusciva a trattenersi dal muovere ritmicamente e freneticamente la gamba destra e le mani cominciavano a tremargli in maniera vistosa. Inoltre serrava e riapriva gli occhi con una frequenza di trenta, quaranta volte al minuto. I pensieri nella sua testa si accavallavano, cercava di giustificare ogni errore o svista che il capo avrebbe potuto rimproverargli e...
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