Racconti a Puntate
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Lagos parte 16
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12. KISANGANI A Kisangani l’hotel Primus svettava su tutto. Era come una specie di acropoli, che guardava dall’alto le casette basse immerse nella vegetazione dei quartieri ricchi, le catapecchie prive di ogni comfort della bidonville, fino a scendere verso il mercato caotico sulle rive del fiume, laddove il Lualaba diviene il Congo River, a nord delle cascate Boyoma. Oltre Kisangani, il fiume non era più navigabile. Poco lontano, la piccola chiesa cristiana in stile New England e la gigantesca moschea circondata da giardini lussureggianti. La decina di giapponesi impeccabilmente vestiti in giacca e cravatta che scesero all’hotel Primus spiccavano in mezzo alla gente del posto come corvi nella neve. Ma nessuno poteva immaginare che non si trattasse di rispettabili uomini d’affari giunti in città per qualche congresso. Nessuno poteva immaginare che in quelle valigie tutte uguali ci fosse soltanto una katana ricurva e un costume da guerriero ninja. I giapponesi erano appena atterrati al piccolo aeroporto cittadino, il Simi-Simi Airport con un volo privato. Avevano scelto quello, anziché il più grande Bangoka International Airport, per dare meno nell’occhio. Il...
Lagos parte 15
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11. MASAKO E IL GATTO (o anche TOOL E LA GIAPPONESE) “Sì, signor Presidente?” “Ci siete tutti, non è vero?” “Sì, signor Takashi,” rispose lo Yak. “Ricordate che non dovete mai pronunciare il mio nome,” si alterò il Presidente. “Ci perdoni, signore.” “C’è un cambiamento di programma. Il nostro uomo qui a Nuova Tokyo è finito nelle mani sbagliate. E’ un idiota, e non perderemmo niente. Ma per la nostra copertura è necessario che sia salvato.” Silenzio dall’altro capo del filo. “Basterà uno solo di voi. Tu, Yoshida, per esempio.” “Signor Presidente,” osò controbattere Yoshida. “Io sono a capo della spedizione. Ho preparato tutto fin nei minimi dettagli. Il Congo è un posto pericoloso anche per noi...” Stavolta fu il turno del Presidente di rimanere in silenzio. “E’ per questo che mi piaci, Yoshida. Tu non sei un inutile esecutore di ordini come quei pisciasotto che mi tiro dietro di solito. Hai il coraggio di riferirmi le tue idee. Devo dire che la stessa cosa era venuta in mente anche a me. La...
Nigel raggiunse Amanda dopo solo pochi metri in quell’intricato groviglio di piante che era il sottobosco. La guida aveva con sé una torcia a incandescenza e con quella illuminò in viso la ragazza. Si era ferita in più punti e perdeva sangue da un graffio su una guancia. Il sangue si mischiava alle lacrime. “Che vuoi?” gli parlò in uno stentato francese. “Stammi lontano.” “E’ pericoloso restare qui di notte, ragazza,” rispose il rasta. “E parlami pure in inglese, che riesco a capirti.” Amanda restò a fissarlo immobile, stupita. Conosci l’inglese? urlò fra sé, indignata. E me lo dici soltanto adesso? “Conosci l’inglese?” ripeté, a voce alta. “Sì, è la mia lingua madre: sono giamaicano.” “Non sei africano?” si stupì ancora Amanda. Il rasta scosse la testa. Fece un passo avanti. Amanda non replicò, però lasciò che Nigel le si avvicinasse. Il giamaicano scavalcò un cespuglio spinoso e l’afferrò per un braccio. “Andiamo,” disse. Amanda si divincolò violentemente. “Lasciami!” gli gridò, isterica. “Non mi toccare!” Nigel provò l’impulso improvviso di prenderla a...
10. LA COMPAGNIA SI INGRANDISCE La pioggia scrosciava e inzuppava fino alle ossa, lì nel bel mezzo della giungla. Stillava dalle foglie e cadeva giù dal collo lungo la schiena. Nonostante il caldo, Lin rabbrividì, mentre, sotto una tendina di fortuna, cercava di portare alle labbra di Nancy una tazza di brodo liofilizzato. Per fortuna, quella mattina, quando se ne erano andati, avevano lasciato loro il necessario per ripararsi dall’acquazzone. Amanda lo aveva salutato con le lacrime agli occhi. Lin la ringraziò per la sua premura e le disse di non preoccuparsi per loro. Nancy non aveva potuto salutare nessuno. Era in delirio, tremava tutta e forse non si era accorta neppure di quanto stava accadendo intorno a lei. Lin aveva osservato McDonald e l’aveva vista di spalle più avanti, in compagnia delle guide. Non si volse quando partirono e a Lin parve che le sue spalle tremassero impercettibilmente. Ma forse era solo una sua illusione. Nel corso della giornata le condizioni di Nancy peggiorarono ulteriormente, e Lin pensò che fosse giunta davvero alla fine. Si chiese se non avesse compiuto la più memorabile cazzata della...
9. SI TORNA DABBASSO Il Presidente ricevette il primo messaggio dai suoi Yakuza dopo due settimane. Avevano intercettato Tool lì a Nuova Tokyo, e avevano scoperto quale fosse il suo compito senza che lui sospettasse nemmeno della loro esistenza. L’unico tassello che ancora mancava al mosaico era riuscire a scoprire cosa diavolo fossero andati a fare gli altri in Congo. Il Presidente fece i suoi complimenti e comunicò loro di restare in attesa di notizie. Rimase a pensare per lunghe ore. Infine riattivò la comunicazione e li trovò sempre lì in attesa, pazienti come la morte. E forse altrettanto inesorabili. “Radunate una decina di fratelli,” disse soltanto. “E ritrovatevi tutti a Kinshasa fra due settimane. Dovrete fare un viaggetto in Africa. E’ tutto.” Gli Yakuza scomparvero. Il Presidente sorrise soddisfatto e si alzò dalla sua poltrona. Si fermò per un attimo davanti alla grande vetrata che dava sui grattacieli di Nuova Tokyo. Poi si volse e si diresse verso una porticina che dava sulla stanza attigua. La aprì. Lì il buio era impenetrabile. C’era puzzo di chiuso e...
8. GRAVI DECISIONI Amanda levò lo sguardo in alto e fissò il sole attraverso la chioma degli alberi, schermandosi gli occhi già protetti dagli occhiali a specchio. Era la prima volta che riusciva a vederlo, dopo giorni: lo schermo verde della giungla era implacabile. Piccole gocce di sudore le imperlavano la fronte. Sospirò. Era esausta. I giorni si susseguivano uno uguale all’altro. Marciavano senza sosta ormai da un periodo di tempo che lei non riusciva più a quantificare. Si erano diretti prima verso est, e avevano attraversato una piccola catena di monti non troppo alti fra grandi difficoltà. Una volta superate quelle colline, avevano rivolto la loro marcia leggermente verso sud, inoltrandosi sempre più nella foresta. Le giornate erano calde e afose, e le notti ancora peggio. Amanda non finiva mai di ringraziare la Noyuki-Takashi per la comoda attrezzatura da trekking, che le permetteva di mantenere inalterata la temperatura corporea. In compenso non perdeva occasione per rimproverarsi di aver trascurato lo studio della geografia, a suo tempo. Aveva ormai completamente perso il senso dell’orientamento. Le guide erano implacabili. Non davano loro un attimo di tregua. Amanda aveva imparato a...
7. NUOVA TOKYO “Bisogna impedir loro di portare a termine la missione.” Il Presidente riappese il ricevitore e premette il tasto che chiudeva la conferenza. Anche molto tempo dopo che aveva riattaccato, il microfono del viva voce continuava a ronzare in sottofondo come una mosca dispettosa. Il Presidente guardò i suoi interlocutori, in piedi davanti a lui oltre il tavolo ovale da riunione. Erano entrambi in divisa da combattimento. Dalle maschere ninja spuntavano soltanto gli occhi a mandorla. Il giapponese seduto era invece in giacca e cravatta. “La zaibatsu è in pericolo,” disse soltanto. “Abbiamo bisogno di voi.” “Siamo qua, signor Presidente,” disse uno dei due. “Indagate, scoprite quel che stanno architettando e dove sono diretti. Poi tornate e riferite. A quel punto potrete agire indisturbati. Andate.” “Sarà fatto, signor Presidente,” rispose l’uomo che aveva parlato. L’altro si limitò a restare immobile. Girarono sui tacchi e sparirono oltre la porta. Il Presidente rimase immobile per qualche secondo sulla sua poltrona di pelle imbottita. Stava pensando. Poi si alzò e si diresse alla finestra. I grattacieli di...
Lagos parte 9
Hot
A Kisangani non c’era acqua corrente in albergo – quindi figurarsi nel resto delle catapecchie della città – e bisognava arrangiarsi con una bacinella posata in un angolo della camera. Il giorno successivo al loro arrivo, invece, Amanda si rese conto che c’era anche qualcosa di peggio della camera d’albergo infestata di cimici e sterco di ratto. Invidiò molto Tool, che un parecchi giorni prima li aveva salutati per fare ritorno a New York. Una fitta di acuta nostalgia le strinse il cuore. New York! Le sembrava un sogno soltanto che esistesse, da qualche parte al mondo, un posto chiamato New York. Quel mattino le due guide vennero a prelevarli direttamente in albergo e li caricarono su un paio di jeep. Quel comodo mezzo di trasporto, spiegò loro McDonald tagliando via subito ogni illusione, non sarebbe stato usato che per poche ore, giusto il tempo per raggiungere il campo. Da quel momento in poi, avrebbero proseguito a piedi. Già il giorno precedente Amanda era rimasta a lungo a osservare le due guide che li avevano accolti al loro arrivo. Sembravano vagamente scostanti. Era scesa per ultima dalla scaletta della barca, appena...
6. CONGO L’acquazzone era appena terminato. Le foglie degli alberi, lisce e carnose, stillavano le ultime gocce sul terreno. Il caldo soffocante stava tornando padrone del luogo. D’altronde, era appena cominciata la stagione delle piogge. Due figure solitarie sostavano in silenzio sulla banchina deserta alla periferia di Kisangani. Uno era alto e magro, l’altro più piccolo e snello, un cesto di capelli rasta ripiegati nel copricapo giallo rosso e verde. I due stavano aspettando qualcuno. “Non c’è un cane, qui,” disse a un tratto il rasta. “Calma. Arriveranno.” Quello alto riprese a scrutare le onde del fiume. Anche se si era molto all’interno, il bacino del Congo era largo come un piccolo mare. “Io non credo...” ripetè il giamaicano. “Non preoccuparti, Bob Marley,” lo rimproverò bonariamente l’altro. “Se Hassan ha detto che sarebbero arrivati vuol dire che arriveranno.” “Continui a credere ciecamente in quell’individuo?” commentò il rastafariano con voce piatta. “Non ti capisco. Sai bene che non mi fido affatto degli arabi. E non chiamarmi Bob Marley!” “Molto...
Il tramonto sul lago era bello quanto artificiale. L’aria primaverile – tiepida, piacevole, depurata al punto giusto – inondava il terrazzo del cottage dove si trovavano cinque figure indistinte. Le ombre si allungavano dietro di loro – quattro sedute a un tavolino, l’ultima in piedi – e il fresco della notte già iniziava a farsi sentire, dietro le luci viola e rosa del sole che scendeva. Non si potevano vedere, ma dietro le sagome scure degli abeti olografici, i grattacieli di Nuova Boston iniziavano a brillare di sfavillanti luci al neon. Lì in città, però, la calura di agosto si faceva senza dubbio sentire. Loro invece si trovavano in una delle rare oasi sintetizzate della gigantesca Megalopoli Orientale. Roba da ricchi. Amanda si guardò intorno e sospirò. Non che disprezzasse la bella vita, anzi, ma così tanta disponibilità la metteva a disagio. D’altro canto, la Noyuki-Takashi non badava a spese. Ormai aveva capito all’incirca di cosa si trattava. La zaibatsu aveva ingaggiato quel tecnico, Tool detto il Gatto, e Grace McDonald, oltre ai due giovani seduti lì con loro. Lei aveva avuto la sfortuna di capitare nel posto sbagliato al momento sbagliato. C’entrava qualcosa...
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Salve a voi tutti, internauti mangiastoriani. Eccomi ancora a tormentarvi con un nuovo racconto (lungo, naturalmente) che vi terrà compagnia per diverse puntate. Stavolta si tratta di una storia appartenente al mio periodo “cyberpunk”, ovvero risalente più o meno agli anni fra il 1994 e il 1995. Perdonate dunque le eventuali e probabilissime ingenuità nella trama e le inevitabili incongruenze tecnico/informatiche (dovute alla “preistorica” tecnologia dell’epoca). Naturalmente, non poteva mancare un accenno ai vampiri e ad altri miei insopportabili...
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