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Il nano ed il gigante - Capitolo 10
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Capitolo 10 – Salve! Sono un drago. Ore prima dello scontro tra Borr e Treysandall. Borbottando per la fatica ed il sudore che gli imperlava la fronte, Gorg stava percorrendo la stupidissima salita che stupidamente saliva sulla stupidissima salita salente sulla stupida montagna stupida che saliva stupida. Queste furono più o meno le sue parole... La giornata era fantastica, col sole armonioso che lo salutava con i suoi raggi del primo pomeriggio. Lo stupidissimo sole con i stupidissimi raggi che stupidamente irraggiano stupidi i raggi stupidi del caldo stupido... Respirava affannosamente, strascicando le gambe. Senza accorgersene, preso com'era dalle sue lamentele infantili, aveva raggiunto la radura in vetta alla montagna. Uno spazio verde, incontaminato da uomo, stagliava la sua immagina perpetua. Erba folta e vigorosa, scoiattoli danzanti su alberi leggeri, merli neri che volteggiavano sopra la testa. Si sdraiò per terra, distrutto dalla stanchezza, lasciando che quel paradiso lo accogliesse nelle braccia dal tepore innaturale. Scordava solo un dettaglio... Venne svegliato da un cervo che gli leccava la guancia. ...
“Kyla dammene un'altra, presto!” “Subito mia signora” Senza alcuna esitazione la servetta afferrò una lunga freccia col piumaggio bianco dalla faretra che giaceva ai suoi piedi e la passò a Laery. La principessa scostò il manto di cerbiatto che indossava ogni volta che andava in battaglia e tese l'arco senza alcuno sforzo. Era una ragazza più esile rispetto agli altri sassoni e non possedeva la forza necessaria per usare con efficacia le armi del suo popolo. Per tal motivo suo padre aveva commissionato ai migliori artigiani sassoni un arco più leggero e flessibile del normale. Laery tese la corda fino all'orecchio, trattenendo il fiato per meglio prendere la mira. Puntò uno dei tanti soldati romani nella valle di fronte a sé e scoccò il dardo. Kyla non perse di vista la freccia durante tutto il volo. Tutti gli anni passati al fianco della principessa non le avevano ancora insegnato ad usare un'arma, ma almeno adesso riusciva a seguirne ogni singolo colpo. “Se solo avessimo il vento a nostro favore” imprecò Laery, stizzita per un colpo mancato. “Forse sarebbe una buona idea...
Capitolo 9 – Arriva il tuo eroe! Sapendo di non poter affrontare Treysandall senza una preparazione adeguata, fisica o psicologica che fosse, Borr aveva detto al suo amico di cercare il drago. In caso la mostruosa fiera fosse partita sulle loro tracce, l'avrebbe dovuta tenere occupata. Gorg, “tenerlo occupato? Un drago?” Borr, “sì” “E come?” “Che ne so io? Sbatti le braccia e fai il verso del pollo...” “Eh?”, spalancò la bocca. “Che idea è?” “Per le palle di fuoco del giocoliere Darten! Eurl il furioso ha vinto contro Grental il barbaro, proprio con quella mossa, ed è passato alla storia!” Il gigante brontolò sommesso, “voi nani avete troppe leggende”. Prese a camminare intorno alla montagna, “e sono pure stupide”, pochi passi ed era già lontano. Il compagno gli urlò dietro, “parla quello che crede alle talpe d'oro ed ai carciofi rosa!” “CARCIOFI ROSSI!”, disse, ed i suoi passi pesanti scomparvero nell'aria. “Mah”, grugnì il nano, afferrando la prima pietra della scalata. “Perché non rosa a questo punto...?” ...
Flavinio sgranò gli occhi. Ad una decina di metri vide un sassone biondo con dei lunghi baffi intrecciati correre verso di lui. Deglutì al pensiero della grande ascia nelle mani del nemico. Alzò lo spesso scudo di metallo fino a nascondere completamente il viso, pensando che era meglio non vedere ciò che sarebbe accaduto. Con una mano toccò un ciondolo portafortuna, preparandosì come meglio poteva all'urto. Il suo respiro si fece affannato e proprio a pochi secondi dall'impatto capì di aver paura. Volse lo sguardo quasi smarrito verso Acilio. Anche l'amico si era riparato dietro l'ampio scudo. Teneva gli stivali ben piantati nel terreno nella speranza di resistere, il suo viso mostrava segni di rabbia. “Sporchi sassoni. Attento Flavinio, arrivano!” Il soldato romani avvertì distintamente il morso dell'ascia sull'acciaio. Al clangore metallico seguì un urto, poi un altro e un altro ancora. Flavinio faticò a credere che tutta quella forza potesse derivare da un solo uomo. Il romano si sentì addosso la pressione di decine di nemici, che premevano e annaspavano in cerca di spazio. Non fu in grado di soffocare un gemito. Il suo viso era sudato e aveva caldo....
“Fra gli Elfi Silvani raramente si vuol parlare del giorno dell'esilio della Compagnia del Crepuscolo. La gente preferisce dimenticare ciò che reca dolore. E quel giorno Edheldur ne recò molti di dolori. Aveva tradito il suo villaggio natio. Aveva trascinato con sé alcuni fra i più valenti elfi – persino Maric il Principe – . Aveva spezzato il cuore alla bella Lorelin, ma – cosa ben più grave – aveva tolto agli Elfi Silvani i sogni, le speranze e le certezze. Perfino gli Dei sembravano piangere poiché una fitta pioggia prese a cadere per tutto il giorno. […] In principio vagarono senza alcuna meta. Volevano solo allontanarsi alcune miglia dal villaggio per assicurarsi che nessuno li seguisse. Poche furono le parole pronunciate perché ognuno meditava sull'accaduto. Non volevano arrivare a tanto. Nessuno era preparato per una fuga dal villaggio. Non era nei piani della Compagnia. Non era nei piani di Edheldur. Ma ormai si era passato il punto di non ritorno. Volti gravi ed espressioni tristi seguirono i cinque elfi per diverse ore. Edheldur guardava i suoi compagni e capì che quella era la sua nuova famiglia – non più Fulvio né Lorelin -. Era...
“È vero che i soldati che combattono in prima linea sono destinati a morire?” Flavinio si morse le labbra con fare nervoso guardandosi attorno. Per molte decine di metri vide solo soldati ordinatamente disposti uno a fianco all'altro, come un vero e proprio muro. Dietro di sé contò fino a cinquanta uomini. Non si definiva certo un codardo, ma avrebbe di gran lunga preferito avere qualche compagno di fronte. Con un certo disappunto invece aveva scoperto che gli era stato assegnato un posto in prima fila. “Non essere sciocco, non è certo la prima battaglia a cui partecipiamo” Acilio si assicurò lo scudo al braccio sinistro fissando la piana davanti a sé. Era un candido manto d'erba reso umido dalla brina mattutina, ma presto si sarebbe riempito di nemici. Lavinio rispose con una risata nervosa alle parole dell'amico. “Erano solo scaramucce, Acilio. Poco più che risse. Qui rischiamo di morire davvero” “Ma di che ti preoccupi? Siamo preparati a tutto ciò che ci attende” ...
(NDA : Mi dispiace per l'inizio campato un po' in aria ma in realtà questa parte e la precedente era tutto un capitolo. Sono stato costretto a spezzare l'episodio per rispettare i vincoli delle battute permesse. Riprendo da qualche riga più sopra, per cercare di dare continuità XD ) Il biondo ragazzo guardò pensieroso l'angolo della tenda in cui giaceva il suo scudo, su cui risaltava l'aquila imperiale. “Ho già riferito a tuo padre che non dirò nulla. Potete anche uccidermi, ma porterò con me ogni informazione” “Io non sono mio padre” Kyla pensò che la sua signora era davvero dolce. Sapeva essere testarda e si mostrava risoluta nell'agire, ma in quell'attimo sembrava una bambina. Le sue parole e la sua curiosità erano innocenti come chi vede il mondo per la prima volta. L'ancella indovinò che qualsiasi cosa Laery avesse udito lo avrebbe tenuto per sé, e lo intuì anche Dinas. “Ordini dell'imperatore. Dovevamo tenere d'occhio gli spostamenti e stimare il vostro numero. Ha mandato un gruppo di cavalieri scelti. Avvicinarsi tanto da poter capire, ma non così tanto da farci...
Capitolo 8 – Stupidità nanica Settimane di cammino tra praterie e boschi, dormite nel freddo autunnale, guadi di fiumi ghiacciati. Per solidarietà, molto spesso facevano queste attività insieme a Gorg. A ben pensarci, quando si facevano portare in spalla, erano quasi passabili per sfruttamento minorile... Le enormi difficoltà degli stomachi vuoti e dei piedi callosi raggiunsero una meta, dal placido nome di Mortelenta. Sì, il “placido” era ironico. In realtà il nome della cittadina sarebbe dovuta essere Pecoragrigia, ma era stato cambiato tempo fa. Il motivo lo avrebbe scoperto chiunque avesse visitato il posto. “Mortelenta”, Borr lesse il cartello all'entrata del villaggio, grattando la barba. “La gente qui probabilmente si sposa da giovane”, rise a crepapelle. Mariel, “altro umorismo nanico?” Lui riprese contegno, abbassò la testa un secondo, la rialzò e disse, “che facciamo? Entriamo?” “Non vedo perché no...”, varcò il cancello aperto delle mura. Il signor Cacciatopi guardò il gigante, fermo a fissare le piccole case di legno smunto. “Che fai Gorg? Non entri?”...
“Mia signora non dovremmo essere fuori a quest’ora” La voce di Kyla non osava essere più d’un sussurro. La giovane ancella sassone si guardava attorno con aria impaurita. Al vago chiarore della luna la radura le sembrava una massa scura, in cui i rozzi ripari costruiti dai sassoni erano poco più che sagome indistinte. “Se mi starai vicino andrà tutto bene” Le parole di Laery ebbero tutt’altro effetto che rincuorarla. Non osava pensare cosa le avrebbero fatto se solo l’avessero vista. Lei non era tagliata per i pericoli. Amava molto ascoltare le storie avventurose, non certo viverle. Avevano lasciato l’accampamento sul Danubio da non più di due giorni diretti verso la frontiera romana. Durante la marcia i sassoni avevano incontrato un gruppo di cinque cavalieri romani. Non appena la principessa aveva saputo che erano stati catturati, non aveva resistito alla curiosità di dare un'occhiata ai prigionieri – nonostante il padre le avesse raccomandato di stare loro lontano – . Senza alcuna esitazione Laery era sgusciata via dalla tenda poche ore prima dell'alba, proprio mentre il resto dell'esercito era sprofondato nel torpore del sonno. Kyla aveva provato a fermare la Principessa, ma era stato tutto vano. A volte la...
“Secondo te che aspetto hanno i sassoni, Acilio?” Domande del genere non alleviavano certo la sofferenza del lungo turno di guardia a cui erano stati assegnati i due compagni. Il soldato romano si grattò un po' la barba prima di rispondere. “Devi sapere che sono molto simili a noi, Flavinio. Se non fosse per i lunghi artigli che hanno al posto delle dita”. Il guerriero rimuginò in silenzio per qualche minuto prima di tornare ad importunare di nuovo il compagno. Qualcosa della descrizione fatta da Acilio sembrava convincerlo ben poco. “Hai mai visto un sassone con i tuoi occhi?” Dall'occhiata che ricevette, Flavinio capì che doveva mettere fine al discorso. Non che ci fosse molto da fare in quella notte buia oltre al parlare un po'. Gli ordini ricevuti erano chiari. Sorvegliare il confine dell'impero tenendo gli occhi ben aperti nel caso in cui i nemici si facessero vivi. Dall'alto di quell'imponente muraglia – che segnava il confine fra il mondo civilizzato e l'ignoto – avevano scrutato la folta boscaglia per più di un'ora, ma l'unica cosa che avevano visto era un cinghiale. Acilio si...
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