Racconti a Puntate
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E’ ancora ora di pranzo, il sagrato è deserto, la chiesa e l’oratorio sono chiusi. Aspetterò. Gli odori di cucina aleggiano nell'aria provocandomi rumorosi brontolii di stomaco. Seduta su una panchina, mi dedico alla contemplazione del paesaggio urbano. Sant'Agnese è nel cuore della città, in una zona verde e tranquilla. Anche se fiancheggiata da una strada che collega il traffico di due importanti vie parallele, la parrocchia, merito forse del piazzale antistante che degrada in un giardino pubblico grande quanto un fazzoletto, rimane appartata. Capitavo spesso da queste parti, anni fa, quando prendevo lezioni di inglese dalla timida signorina Fitzpatrick. Stava in un condominio appena dietro a quella schiera di villette laggiù. Chissà che ne sarà stato di lei, cara Miss di mezz'età, faccina bianca di bambolina anziana, caschetto e frangetta infantili, camicette accollate e gonne a pieghe, il bollitore del tè sempre pronto all'uso, l'odore di porridge appena bollito e un goccetto di cherry per affrontare le lezioni più… demanding. The Auntster (nomignolo confezionato su misura per lei dai nipoti, contrazione fulminante di aunt [zia] e spinster [zitella]), era un'insegnante sui generis, amabile e capace che, oltre alla lingua, trasmetteva il suo entusiasmo per la vita. ...
"E' quel signore laggiù, seduto sulla panchina - mi dice un'infermiera gentile - sarà contento di ricevere una visita, è un pezzo che non si vede nessuno…" aggiunge. Mi avvicino all'uomo e lo saluto come se lo conoscessi: "Buongiorno Aldo, come sta?" "Ce l'hai le sigarette? - mi chiede senza preamboli - Stop senza filtro, le hai portate?" Mi guarda e tira una lunga boccata da una sigaretta che tiene pinzata fra pollice e indice. "No Aldo, niente sigarette, mi spiace, non sapevo le avesse finite. Che ne dice se gliele porto la prossima volta?" Tento di comunicare, non senza difficoltà. Lui abbassa lo sguardo e tace. Ne osservo la figura: oltre i segni dell'età e della malattia, resta traccia di una bellezza giovanile, di un corpo che prima di sformarsi deve essere stato agile e forte. Le mani nervose, martoriate sul dorso da anni di aghi a farfalla, poggiano composte sulle cosce. Indossa una vecchia tuta da ginnastica, verde a bande bianche, lisa e bucherellata qua e là. La barba è fresca di rasatura e i capelli, brizzolati, misurano appena un centimetro. Somiglia a Gledis, qualcosa di lei...
E' l'alba del quarto giorno. Ascolto il respiro regolare e profondo di Olmo e guardo il muro sopra il termosifone. La parete bianca è albume montato a neve e io ci annaspo dentro, alla ricerca di un tuorlo di senso. Gledis, le lettere d'amore, il figlio smilzo della padrona di casa, Ernesta morta di crepacuore, l'affitto pagato, l'appartamento lasciato, il Foschi, Malerba, il singulto soffocato di Angela, l'uomo sudato al sexy-shop, il piccolo Eugenio annegato, la naiade ritrovata, l'uomo senza tronco nella foto, il maestro di musica, la Torrazzi che c'è o ci fa, il 1982... e tutto il resto: non potrei ricomporre questo mosaico neanche se fossi un genio dell'enigmistica!Cedo al calar delle palpebre e sprofondo in una nuvola di chiara d'uovo… La faccia larga del Foschi, bidimensionale, apre e chiude la bocca senza emettere suoni mentre, intorno, le orbitano tre santini: Eugenio, Ernesta e Gledis. Il santino di Gledis è una polaroid. C'è una quarta figurina che gira nell'aria, incrociandosi con le altre: è l'uomo solo gambe, mozzato dalla vita in su, con fibbia dorata ai lati dei mocassini marroni. Le immaginette compiono complete ellissi intorno al faccione in...
"… Veramente il tizio io non lo conosco", confessa la Torrazzi. "Come non lo conosci? Spiegati meglio!", abbasso le palpebre, respiro profondamente e tento di ritrovare la calma. "Proprio così, non so chi sia! Si firma Malerba, ma è solo un “ninneim”. Mi ha scritto una e-mail giorni fa, dicendo di avere avuto il mio nominativo dal maestro di musica…" "Il solito Iori del coro?" "Quanti maestri di musica vuoi che conosca?" (La Torrazzi è contralto nel coro della chiesa di Sant'Agnese, coro modesto ma dignitoso alla cui conduzione spicca, da anni, l'apprezzato maestro Iori)"Va bene Thor, vai avanti." "Mi interrompi!" "E va bene, scusa!" "Insomma, nella mail, 'sto Malerba, diceva di avere alcuni oggetti da vendere, cose appartenute da sempre alla sua famiglia e depositate, solo temporaneamente, presso un amico." "Quindi? Si può sapere dove l'hai ritirata questa roba?" Sono al limite. Emette un grugnito per trattenere il riso: "Non ci crederai, Manx: alla fine - mostra tutti i denti e sbotta nella sua risata assordante - alla fine, mi è toccato andare a prenderla al Sexy Shop!" ...
Inspiegabilmente, ho dormito tutta la notte come un sasso, preda del materasso cedevole, con Olmo a guardia del mio corpo inerte. Inspiegabilmente, il rimbombo di quella voce, orribile ieri al telefono, funziona oggi da adrenalinico pungolo e mi spinge a ritenere questa indagine (ora di indagine si tratta!) una questione personale. Passato lo spavento, conservo la sensazione fisica del mio corpo nervoso e dico a me stessa che, chiunque sia il tizio della telefonata, beh, ha sbagliato indirizzo! Il cielo azzurro mi invoglia a prendere la bici. Per il centro sono circa sei chilometri, ma in giornate così, fresche e serene, godo di ogni pedalata. Mi fermo dal pasticciere per un pezzo di gnocco fritto fumante e cappuccio, e mi spunta il sorriso. Ancora pochi colpi di pedale e ci sono: sollevo la saracinesca e apro il negozio rimasto chiuso per due giorni. Voglio tornare a un’apparente normalità. Assentarmi per visitare aste e mercatini locali o per visionare oggetti da privati, rientra nella routine di questo lavoro. Insomma, nulla di strano nell'essere dentro e fuori il negozio senza regolarità di orari; ma sparire per giorni interi,...
Ho le chiavi e il permesso della padrona di casa!” E’ sorpreso. Ho urlato la mia difesa come un "tana per me-e!" e il tizio aguzzo ha smesso di infilzarmi con la solita domanda. Ma il temporaneo stupore non lo distoglie: “Mia madre è un’ingenua, si fida di tutti. Mi dica la ragione della sua visita, avanti! Sto al piano di sotto e lei ha fatto un rumore infernale. Cosa è venuta a fare, cosa cerca qui?”Tengo la parte (di nuovo!) e mi presento. Gli propino la stessa storia scodellata poco prima alla padrona e gli dico che proprio sua madre mi ha invitato a salire. Il vice padrone mi squadra da capo a piedi e, stranamente, non indaga oltre sulle ragioni della mia visita, ma si premura di dire la sua: ”La signora Mussi non ha mai disdetto il contratto di affitto, è partita pagando un trimestre anticipato e quindi, per quanto ci riguarda, è tutto regolare, almeno fino alla scadenza del trimestre. La stessa cosa ho riferito a quell’insistente dell’ex marito e perfino ai carabinieri. Ora mi ridia le chiavi per cortesia, penserò io a restituirle a mia madre"."Signor? Il suo nome mi è sfuggito... (in realtà...
Salgo le scale. Al primo piano ignoro l'unica porta e proseguo. Mi fermo al secondo: una porta per piano, nessun dubbio possibile. Non so a che titolo, entro nell’appartamento di Gledis. Il bilocale è in perfetto ordine. Il mobilio della proprietaria, di stile sobrio ed elegante, si mischia a oggetti ed effetti personali di Gledis. Tutto qui parla di lei, nulla sembra dire che non tornerà. Potrebbe entrare dalla porta anche ora, lasciare chiavi e borsa sul tavolo, appoggiare il cappotto, togliersi gli stivali e infilarsi le ciabatte, che sono lì, sotto il termosifone dell’ingresso, dove deve averle lasciate prima di uscire, l'ultima volta. Invece Gledis è sparita, andata via, più vista né sentita da almeno sei settimane. Mi muovo per le stanze. Nella camera, il letto è intatto. Accanto, su un pouf finto déco, una abat-jour di alabastro, priva di lampadina, fa compagnia a una scatolina di raso senza niente dentro. I vestiti di Gledis giacciono, profumati, nell'oscurità di un vecchio armadio. Apro ante e chiudo cassetti, m’impiccio, tocco, non frugo ancora. Mi inginocchio sul parquet a spina di pesce per guardare sotto il letto e mi allungo verso l’alto per vedere...
L'indirizzo è quello giusto, il nome sul campanello corrisponde, suono. Una telecamerina ronzante mi punta e, quasi subito, il cancello si apre. Mentre, a piccoli passi, avanzo su una palladiana dissestata, si apre anche il portone e mi ci infilo, chiedendo permesso. L'anta, pesante e scura, si chiude e io rimango nell’androne annaspando nel buio alla ricerca dell'interruttore. Nella cecità momentanea mi arriva, penetrante, odore di cantina. Striscia sulla parete il dito nervoso e trova, infossato nel muro, il dispositivo che accende. Adesso ci vedo. E’ una vecchia casa: pavimento in cementine liberty, scale eleganti con ringhiera in ferro e corrimano in legno. Il genere di case che adoro! Al piano terreno due porte: quella chiusa con chiavistello e lucchetto deve portare allo scantinato, l'altra, socchiusa, sembra l'ingresso di un'abitazione e se il Foschi non parla a vanvera, lì dovrebbe abitare la padrona dell'immobile. Mi avvicino per bussare ma l'uscio, cigolante, si apre da sé, svelando un tinello mal governato. Il cigolio della porta si somma a un secondo cigolio che non distinguo. "E' permesso?" domando e aspetto, ferma. Un forte odore mi investe e faccio una smorfia. "Chi cerca?", è una voce gentile a chiedere....
Il Foschi suda. Una goccia parte dalla tempia imperlata e, subito inseguita da un’altra, scende, lenta, solcando la guancia paffuta e terminando sulla gola puntinata di barba. La goccia inseguitrice, condizionata nel suo moto da un colpo di tosse improvviso, rimane invece imprigionata fra il mento e il suo doppio, finendo annegata in se stessa.Il Foschi parla. Tiene gli occhi bassi, fissi al piano del tavolo, ancora apparecchiato dall’ultimo pasto: una tovaglietta all’americana di plastica trasparente con briciole e tacconi di sugo per decoro.Le labbra violastre, combuste per il fumo di sigaretta sempre accesa, non smettono di produrre parole.Racconta di lei, di Ledi, che è Gledis in realtà; di come si sono incontrati, del matrimonio inizialmente felice, poi finito in pezzi. E si incolpa di tutto. Continua a parlare, testa bassa e occhi fissi alla tavola, e lascia che le dita tamburellino fra il briciolame. Fa digressioni su eventi del passato remoto: c'è un figlio morto, figlio di primo letto lo definisce, annegato al lago. Ledi è la seconda moglie. E la prima che fine ha fatto? Non faccio in tempo a domandarmelo che già spiega come la prima moglie sia morta anche...
Da qualche giorno cammino radente i muri per evitare brutti incontri. Scendo le scale con circospezione, mi assicuro che l’androne sia libero e che il Foschi non sia lì ad aspettarmi, appostato magari dietro una colonna del porticato o nascosto nel rosmarino gigante del Gozzi, quindi, in una marcia affannosa, superata anche l'ultima siepe sospetta, raggiungo l’auto per allontanarmi velocemente dall’incubo. La sera, quando rientro, va anche peggio: mi avventuro come una ladra, nella speranza di potermi intrufolare dentro casa senza incappare in quella blatta ossessionante. Quella specie di piattola mi tempesta di messaggi che infila sistematicamente nella buca delle lettere. Già sette ne ho ricevuti, e tutti insopportabili: 1. La scadenza è stasera alle 18.00. 2. Non c'è più tempo, cosa ha deciso? 3. Tempo scaduto ieri alle 18.00. 4. Dov'è finita, Manx? 5. Non vorrà mica scappare, eh, Manx? 6. Perché non risponde ai messaggi, dannazione? 7. Presto o tardi la becco, Manx! Come ho fatto a cacciarmi in questo pasticcio? E come ne esco? Meglio pensare ad altro, o provarci, almeno! ...
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