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La Leggenda del Cavaliere Nero (Capitolo V) Hot

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CAPITOLO V : GIOIE E DOLORI

 

Mentre la Compagnia del Crepuscolo ritornava al villaggio degli Elfi Silvani, fu vista una piccola colonna di fumo salire da una radura poco distante dal loro cammino. Edheldur decise di andare cautamente a dare un'occhiata. Divenne un gatto nero e si avvicinò con passo leggero e felpato. Attorno ad un piccolo fuoco da campo vide la figura di un guerriero, intento a scaldarsi. Fu deciso di circondare quel misterioso guerriero, per bene intendere di cosa si trattasse. […] Tutto si svolse in fretta. L'uomo seduto nella radura altro non era che un'esca e una trappola. Per difendere i compagni Edheldur – piuttosto che ripararsi – strinse forte a sé il fantoccio. Si udì un gran boato e la lamiera di cui era fatto l'automa si smembrò in mille frammenti, che colpirono il figlio di Anfindur. Era un'imboscata di Wolf detto il Freddo Sangue. Questo era il nome di un nano a lungo nemico di Anfindur, del Clan del Popolo Nascosto. Il suo viso era ben noto agli Elfi Silvani poiché in più di un'occasione aveva procurato gran dolore al villaggio. Wolf era famoso per l'agilità e l'astuzia con cui colpiva, ma prima ancora per la sua fellonia. Si diceva infatti che fosse stato esiliato persino dal suo popolo e vagasse solitario per il mondo. […] Quella notte Edheldur Arhathel e i suoi compagni uscirono vittoriosi dove tanti avevano più volte fallito : Wolf il Freddo Sangue fu catturato. […] Al villaggio furono giorni di gioia poiché si riconobbe il valore e il coraggio del figlio di Anfindur e dei suoi compagni. La gente lo acclamò come un eroe e fu fatta gran festa. Ricordo bene che mancavano solo tre giorni al solstizio di inverno, quando fu deciso di nominare veterano il giovane Arhathel e il resto della sua compagnia. Ogni elfo del villaggio si accalcò vicino al lago poiché tutti avevano saputo che Edheldur stava per ricevere le armi e l'armatura di Anfindur. Era una corazza interamente nera, come la notte più buia. Coloro che la guardavano rimanevano incantati dalla sua bellezza. Nero era anche il manto che copriva le spalle e scendeva fino a terra. Era abitudine di Anfindur indossare un elmo anch'esso nero col cimiero grigio, forgiato a guisa di un demone […] Re Mildur stesso cinse alla vita del giovane Arhathel le due spade del padre. Non erano lame come tante altre poiché erano incantate. Si diceva che le lame rispecchiassero l'animo di colui che le portava. Brillavano di una luce argentea quando il portatore faceva nobili gesta e diventavano sempre più scure per ogni azione ignobile. Le lame erano state forgiate per Caranthir Arhathel, che le lasciò in dono al figlio Anfindur. Il Campione aveva duramente faticato per renderle lucenti, come mai elfo l'ebbe viste. Quel giorno le nobili lame degli Arhathel furono impugnate per la prima volta da Edheldur. […] Lorelin guardava il fratello con occhi pieni di emozione e ricoprì le sue guance di mille baci. Ce l'hai fatta, tesoro mio – disse ad Edheldur – sei riuscito ad avere le armi di papà, sono sicura sarebbe fiero di te. Si disse che era Destino di Edheldur compire gesta, grandi quanto quelle del padre. Si disse che era Destino di Edheldur divenire il nuovo Campione. Si disse che era nobile come ogni altro Arhathel. […] Passarono giorni tranquilli durante i quali divenne abitudine di Edhel trasformarsi in gatto – lontano da occhi indiscreti – e andare a trovare Lorelin. La sorella fece gran festa al piccolo gattino nero, ignara del fatto che si trattasse del fratello. Parlava al piccolo micio come ad un amico rivelando mille dolci parole su Edheldur. Lui stava lì ad ascoltarla, a guardarla e a farle tante fusa. […] Era desiderio del cuore del giovane Arhathel rivelare a Lorelin ciò che era successo poiché non voleva serbarle segreti di alcun genere, ma sapeva che non poteva farlo. Si sentiva a disagio quando tutti nel villaggio lo elogiavano perché sapeva che in lui non v'era la nobiltà del padre. Ma non era il solo a saperlo e una notte si accorse – con orrore – che le lame incantate del padre divennero completamente nere. Le lame sapevano che aveva partecipato ad un rito oscuro. Le lame sapeva che nel suo cuore albergava odio e rancore. Le lame lo accusavano. Il resto della Compagnia – che sapeva di condividere il fato di Edheldur – gli suggerì di portarle sempre con sé ma di non estrarle mai dal fodero. […] Avvenne allora che Re Mildur, Fulvio e gli altri elfi più anziani del villaggio interrogassero Wolf il Freddo Sangue. Il fellone rispose ad ogni domanda con parole che riportare in questo manoscritto mi recherebbe gran vergogna. Wolf non si piegava al volere degli Elfi Silvani e rivolse parole di sfida ad Edheldur. – Perché non lasciate che ad interrogarmi sia colui che mi catturò? – disse al Re e agli altri anziani – in verità grande è il valore di quest'elfo e solo a lui risponderò –. Fu deciso di fare un tentativo. Edheldur aveva gran forza e verso i nemici non mostrava né pietà né gentilezza. Sollevò il nano una spanna dal pavimento e gli intimò di parlare. Fece tutto questo mentre lo minacciava, puntandogli contro una delle sue lame. Grande fu lo stupore dei presenti nel vedere le nobili lame di Anfindur – quelle lame che erano abituati a vedere splendenti – macchiate di nero. Allora tutti pensarono e dissero che il cuore di Edheldur era oscuro. Il giovane Arhathel provò vergogna e timore. Approfittò della confusione per trasformarsi in gatto e scappare via. Correva per le strade del villaggio e i suoi compagni capirono che qualcosa era successo. Lo seguirono e si ritrovarono alla Caverna del Crepuscolo. Aveva poco tempo per pensare ma sapeva cosa doveva essere fatto. Disse ai compagni che era il momento di lasciare il villaggio degli Elfi Silvani. Ariel sorrise al pensiero poiché vide in Edheldur grande risolutezza, Sariel e Tick rimasero sbigottiti, Maric credette stesse solo scherzando. Elùvien non voleva voltare le spalle agli Elfi Silvani e per tal motivo rifiutò di lasciare il villaggio. Edhel – disse l'elfa dai capelli verdi – questa storia sta andando troppo oltre. In verità temo che la corruzione stia inquinando il tuo cuore. Rinuncia ai tuoi propositi, figlio di Anfindur. Poche cose potevano fare desistere il Cavaliere Nero dai suoi intenti – ed Eluvien non era fra queste –. Fu così che le loro strade si separarono per sempre. Mentre i compagni raccolsero in breve tempo le poche cose che avevano, Edheldur si recò dalla sorella. Lorelin era a letto a piangere poiché aveva saputo ciò che era successo. Al giovane Arhathel si spezzò il cuore nel vedere la sorella amata versare lacrime. Tesoro mio – disse Lorelin con un filo di voce – quali oscuri segreti serbi a chi ti sta accanto? - Sorella mia adorata – ammise Edheldur – in verità ci siamo recati dagli elfi oscuri. Ho preso parte ad un rito e io stesso posseggo le abilità di un elfo oscuro. Io sono quel gatto che ti recò gran diletto. Gli altri mi prenderanno. Gli altri non accetteranno mai la mia condizione di elfo oscuro. Gli altri mi faranno del male, gli altri ci separeranno. Sto lasciando il villaggio, Lorelin. Scappa insieme a me, sorella mia. Non lasciarmi solo. Lorelin non ebbe più le forze nemmeno per piangere e si mise ad urlare tale era il dolore che le parole del fratello le procurarono. Gli diede uno schiaffo e lo spinse via. [...] La folla degli Elfi si stava diffondendo per il villaggio. Sapeva che lo stavano cercando. Sapeva che non aveva molto tempo. Sapeva anche che avrebbe dovuto lasciare il villaggio e che Lorelin non l'avrebbe seguito. Le lacrime gli sbavarono il trucco nero mentre tornava alla Caverna del Crepuscolo. I suoi compagni erano lì e capirono la gravità della situazione. Edheldur li guardò uno per uno, si chiese quanto giusto fosse stato ciò che avevano fatto. Si chiese quanto giusto fosse stato trascinare i suoi compagni in tutto questo. Edhel decise di fare il bene della Compagnia, e lasciò il villaggio. Una fila di frecce si piantarono ai loro piedi. Non erano solo fuggiti via, erano stati anche esiliati. Cacciati via da un villaggio in cui avevano scelto di non vivere. Quando furono soli Ariel, Sariel, Tick e Maric si inginocchiarono di fronte ad Edheldur e lo nominarono proprio comandante. Decisero di non rivelare a nessuno i propri nomi. Ariel divenne nota come la Sentinella poiché la sua vista era la più lunga di tutti. Maric divenne l'Ambasciatore poiché conosceva l'arte della favella. Sariel divenne lo Stratega poiché la sua mente era molto fine. Tick si fece chiamare il Difensore poiché grande era la sua forza e la fedeltà ai suoi amici. Fu da quel giorno che Edheldur si fece chiamare per la prima volta il Cavaliere Nero. Erano solo in cinque. Non avevano nulla se non le armi e le armature che portavano addosso. Soli in un mondo dilaniato dalla guerra fra Uomini ed Elfi. Senza più una casa, senza più una famiglia. Avevano perso tutto ma avevano guadagnato la Libertà. Era iniziata l'ascesa del Cavaliere Nero, il Comandante degli Elfi del Crepuscolo”

 

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recensioni redazione

 
La Leggenda del Cavaliere Nero (Capitolo V) 2012-02-23 13:23:36 Gianluca
Voto medio 
 
4.2
Qualità della trama 
 
4.0
Stile 
 
4.5
Scorrevolezza 
 
4.0
Coinvolgimento 
 
4.5
Originalità 
 
4.0
Gianluca Opinione inserita da Gianluca    23 Febbraio, 2012
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sempre meglio

Non male, la vicenda del Cavaliere Nero scorre via come al solito. Continuare così

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
Rognone bruciacchiato (nerastro)

Consiglio

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