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La cittadella - parte prima Hot

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Svalberg tirò le redini del cavallo e si guardò intorno. Lì nella foresta la neve imbiancava tutto, e una nebbiolina grigia segnava in lontananza il contorno degli alberi. Era uscito a caccia quella mattina ma non aveva ancora catturato nessuna preda. Fra non molto avrebbero cominciato a calare le ombre e lui doveva affrettarsi a rientrare. Ma non se la sentiva di tornare a mani vuote.

Ulwang tornò indietro verso di lui, abbaiando. Era felice. Una giornata a caccia con il padrone, anche senza prede, per lui era comunque una giornata di festa. Svalberg si chinò e carezzò il cane lupo sulla testa.

Proprio in quell’istante sentì un rumore alla sua destra. Si tirò su e s’irrigidì, ma notò che sia Ulwang che Wulfgar – il cavallo – erano rimasti tranquilli. Si tranquillizzò a sua volta. Attese con calma e dopo un po’ dalla nebbia si materializzò la figura di un altro cavaliere. Svalberg non ci mise molto a riconoscere il suo amico Starkwanger.

Starkwanger e il suo cavallo si affiancarono a Svalberg e a Wulfgar. Ulwang cominciò ad abbaiare facendogli festa e lui sorrise in risposta. Starkwanger non aveva nessun cane con sé, ma la faretra accanto all’arco alle sue spalle era vuota, e il cadavere di un giovane daino giaceva di traverso sulla groppa del cavallo.

“Salve, Svalberg, amico mio,” fece Starkwanger non appena lo riconobbe. “Anche tu a caccia, quest’oggi?”

“Sì, ma non sono stato molto fortunato,” ammise Svalberg. “Al contrario di te, devo dire.”

“Non posso lamentarmi,” rispose l’altro. Erano entrambi molto giovani, nessuno dei due arrivava a diciott’anni. “Ascoltami: che ne diresti di condividere con me un cosciotto di questo bel daino? E’ tutto il giorno che sono in giro per la foresta e non sono riuscito ancora a mettere niente sotto i denti.”

Svalberg ci pensò su per un attimo. Rischiavano di fare tardi, è vero, accampandosi per mangiare lì nella foresta, anche se era soltanto il primo pomeriggio. Ma anche lui era digiuno e il pensiero del cosciotto arrosto gli aveva fatto venire l’acquolina in bocca.

“E’ la tua preda, Starkwanger,” obiettò per cortesia. “Cosa dirai alla tua famiglia?”

“Che ho condiviso una parte della preda con un amico,” sorrise Starkwanger.

“Allora accetto!” rise Svalberg.

Scesero da cavallo e iniziarono a preparare il falò.

 

Due ore dopo erano di nuovo in viaggio verso la città.

Le prime ombre della sera avevano già cominciato a calare, a est, e il freddo si faceva sempre più pungente. La nebbiolina era diventata adesso un bel nebbione, e in più sembrava dovesse mettersi anche a nevicare da un momento all’altro. Come se ce ne fosse poca, di neve, lì attorno. La foresta non era altro che un unico manto bianco da settimane. Quell’inverno prometteva di essere uno dei più duri degli ultimi anni.

Svalberg e Starkwanger cavalcavano tranquilli e sicuri, nonostante tutto. Il piacevole tepore del fuoco e il sapore della carne arrosto li avevano rinfrancati. Non era mancato un bell’osso da rosicchiare per Ulwang, che adesso correva davanti ai cavalli felice e contento.

Sì, il nemico bianco stazionava lì attorno, con le sue schiere di pericolosi alleati, i lupi del nord, ma Svalberg e Starkwanger correvano sicuri verso casa, certi di non perdere la strada nonostante la nebbia, e il brivido dell’eccitazione e quel pizzico di paura erano qualcosa che dava la carica invece di spaventare.

Proprio in quel momento – quando si trovavano a poche leghe dalla grande pianura in cui si stendeva la capitale del regno, ovvero casa – Ulwang si bloccò d’improvviso davanti a loro e iniziò a fiutare l’aria, ringhiando. In un attimo lo raggiunsero e, fermando i loro animali, si resero conto che anche i cavalli erano decisamente nervosi.

Svalberg si guardò attorno allarmato. La foresta era ancora fitta e padrona del campo, lì attorno.

“I lupi,” disse soltanto.

“Mi sa di sì,” confermò Starkwanger.

“La foresta ha scatenato i suoi cacciatori,” mormorò Svalberg. “Andiamocene alla svelta di qui!”

Senza por tempo in mezzo, spronarono i cavalli in direzione della città, incitando il cane a fare altrettanto. Ulwang non ci pensò due volte e cominciò a correre come un pazzo, riuscendo perfino a precedere i cavalli che arrancavano nella neve, lontano dalla pista.

Per fortuna, videro il branco di lupi neri uscire dalla foresta quando loro erano già nella pianura, a mezza lega di distanza dalla città.

Le loro grida e l’abbaiare del cane, che giunse per primo alle porte, permisero alle guardie di aprire i pesanti portali e farli entrare all’interno, al sicuro della cerchia delle mura, prima che i lupi fossero a portata di tiro.

Frustrati, e consapevoli del rischio che correvano se fossero giunti a tiro degli arcieri sulle mura, i lupi fecero dietrofront e si immersero di nuovo nella foresta, uggiolando delusi.

“Fatto tardi, ragazzi?” disse loro una delle guardie, ammiccando, mentre Svalberg e Starkwanger, ancora in sella ai loro cavalli che sbuffavano, si avviarono impauriti ma felici verso le rispettive abitazioni.

“Un po’,” ammise Svalberg sorridendo. Non aveva voglia di farsi rovinare la giornata nemmeno dalle prese in giro di una guardia un po’ spaccona. Non aveva preso nulla e aveva rischiato di farsi divorare dai lupi, è vero, ma l’adrenalina dell’inseguimento era ancora in circolo e lui si sentiva contento di essere vivo e di nuovo al sicuro dentro la cerchia delle mura.

Fecero un tratto di strada insieme, poi Svalberg giunse alla propria abitazione. Salutò l’amico che proseguiva verso casa.

“A domani, Starkwanger. E grazie per il cosciotto!”

“Ma figurati,” fece l’altro. “Magari, la prossima volta facciamo un po’ più alla svelta…”
Svalberg rise e salutò di nuovo, mentre si avviava alla stalla prima di rientrare in casa. Le strade della capitale erano tutte invase dalla neve, e non c’era molta differenza fra dentro e fuori. Ma il tepore della stalla era piacevole anche per lui, mentre accompagnava Wulfgar all’interno, seguito sempre da Ulwang. Sistemò il cavallo all’interno del suo recinto, e lo fornì in abbondanza di biada. Salutò poi con una carezza la capretta che gli faceva da compagna e il grosso gatto bianco e rosso, il micio di casa, che d’inverno preferiva passare la notte al calduccio della stalla in compagnia delle altre bestie anziché a caccia di topi sui tetti. Dotò di abbondante foraggio il vecchio asino di suo padre e le quattro mucche da latte, prima di sistemare per la notte anche il suo cane. Ulwang si avviò alla sua cuccia, sistemata in un angolino particolarmente caldo della stalla, e lo salutò uggiolando e leccandogli la mano. Infine, Svalberg uscì dalla stalla ed entrò in casa, passando direttamente da una porticina interna dopo esser salito su per una botola.

Sua madre lo accolse con un sorriso.

“Vuoi un po’ di minestra, per cena?” gli disse. Il fuoco scoppiettava allegramente nel camino e lui si sentì finalmente a casa, tranquillo e disteso.

“No, grazie, ma’,” rispose. “Ho appena mangiato qualcosa con Starkwanger, là fuori. Magari domani mattina.”

“Come vuoi,” sospirò lei, rassegnata. Erano ormai passati i giorni in cui poteva dire a suo figlio cosa fare.

“Chi c’è di là, ancora sveglio?” domandò Svalberg sentendo il brusìo di numerose voci provenire sussurrando dalla sala grande.

“C’è il nonno, che racconta le sue storie.”

“Vado a sentirlo,” disse Svalberg, e si avviò. I racconti del nonno erano sempre qualcosa da non perdere.

Svalberg passò oltre l’ingresso della sala grande e si fermò, appoggiandosi allo stipite della porta dopo averla socchiusa.

C’erano una dozzina di ragazzi e bambini, maschi e femmine, di un’età compresa fra i sei e i quattordici anni, seduti per terra, in ginocchio, in piedi, raggruppati attorno al caminetto, dovunque ci fosse posto, e tutti pendevano dalle sue labbra: il nonno, un vecchio quasi centenario, ma ancora lucidissimo – in realtà si trattava del bisnonno di Svalberg, e anche di molti di loro – era seduto su una consunta poltrona e parlava con la sua voce bassa e suadente. I racconti della sua vita erano una leggenda, in famiglia.

Svalberg ormai era grande, ma i racconti del nonno avevano un fascino che niente poteva superare: erano la fuga in avanti con la fantasia, erano la difesa che teneva fuori i mostri provenienti dall’esterno, erano casa.

Svalberg chiuse gli occhi e si lasciò cullare dalla voce del vecchio, mentre restava là appoggiato allo stipite ad ascoltare, alle spalle di tutti. La pace scese su di lui.

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La cittadella - parte prima 2012-02-22 12:59:46 SirCredo
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SirCredo Opinione inserita da SirCredo    22 Febbraio, 2012
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Incomincia l'odissea \m/

Non so se lo fai apposta o cosa, ma i tuoi nomi sono strani. Sono finti, eppure allo stesso tempo danno delle immagini strane, in quanto sembrano rimandare ad altro. In linea di massima sembrano tutti molto tedeschi, in particolare modo Starkwager (lett. forza-scommessa)

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Pro
Veloce, fondamentale come tutti i primi capitoli di gianluca
Contro
è solo l'inizio, i nomi
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La storia dei nomi è interessante, e ho una mia opinione: mi riservo di risponderti al commento nella parte ottava

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