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COME TI SEI FATTA BELLA Vi ho mai raccontato del mio primo grande amore? Il primo e anche l’unico che io abbia mai avuto. Quanto ho pianto allora e da allora non ho mai smesso di farlo. Avevo quindici anni, portavo gli occhiali, ero goffo, imbranato e con un principio di acne. Chiara, invece, era la più bella della classe: tutti non avevano occhi e attenzioni che per lei e lei aveva attenzioni per tutti eccetto che per me. L’ho amata in silenzio, per colpa della mia stramaledetta timidezza, per tutti gli anni del liceo, vedendola andare alle feste degli altri, in discoteca o al cinema con altri, vedendola ridere e parlare con tutti. Eccetto che con me. Del resto non potevo neppure sognarmi che una come lei si accorgesse di uno come me. Mi accontentavo, quindi, di sognarla ad occhi aperti di giorno, di sognarla la notte e, dovrei vergognarmi a confessarlo, ma è la cosa più naturale e più diffusa fra gli adolescenti, di eccitarmi nell’immaginare avventure...
FARFALLE E ANGELI La stanza era bianca, asettica, con un letto altrettanto bianco, nel quale giaceva una bambina bianca come la stanza e come la biancheria del letto. Nella stanza bianca aleggiava un vago sentore di medicinali e di disinfettante che copriva altri tre odori peggiori: di feci, di urina e di morte. La bambina era malata di cancro, una malattia terribile e vigliacca e antidemocratica, al punto che colpisce bambini innocenti e risparmia vecchie carogne, mafiosi, residuati di regimi che hanno fatto gli stessi danni e che hanno la stessa vigliaccheria della malattia. La bambina aveva le labbra secche, che ogni tanto la mamma tamponava con una garza umida; sonnecchiava, intontita dai sedativi che cercavano di rendere più pietosi i suoi ultimi giorni, forse le sue ultime ore. La testa era fasciata da una benda altrettanto bianca del resto della stanza; sotto di questa non c’erano più i suoi bei capelli lisci e biondi: parte erano stati rasati per consentire l’operazione, ultimo disperato e superfluo tentativo, alla testa, mentre i superstiti erano stati falcidiati dalle terapie. La mamma di Sabrina aveva...
Passio e il vecchio pescatore
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PASSIO E IL VECCHIO PESCATORE (da "Le antiche gesta di Passio", XIV sec.) Passio Kawasaki Sushi Sampei è conosciuta ancora oggi come “l’Arrotina dell’amore”. Nell’antico Giappone feudale la sua figura era così popolare e leggendaria che qualcuno sostiene si tratti solo di un mito, di una credenza popolare. Le katane da lei arrotate, secondo una specialissima tecnica segreta, avevano il potere di fare innamorare perdutamente chi avesse ricevuto un leggero taglio di spada all’altezza del cuore. Imperatori, nobili e potenti di ogni sorta si servivano della sua maestria per ottenere non solo il corpo ma la sincera passione delle donne desiderate, o per combinare matrimoni di interesse osteggiati dalle fazioni rivali o intrighi di corte. Gli uomini comuni, più semplicemente, per vedere realizzato un amore non corrisposto di una contadina o di una pescatrice. Una piccola cicatrice sul petto: fu questa la firma misteriosa ma indelebile che Passio L’Arrotina dell’Amore appose per mano d’altri sulle donne più belle del Giappone antico. Un giorno di primavera del VII anno dell'era Tamagochi, Passio Kawasaki Sushi Sampei giunse camminando a passetti veloci sull'isola di Suzuki. I...
UN CASO LAMPANTE
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UN CASO LAMPANTE Quando Il commissario Alfonso Grieco, sezione omicidi della questura di Milano, arrivò in taxi (lui non possedeva una macchina propria) sul luogo della chiamata, erano già là tutti, schierati come un picchetto d’onore: c’erano il tenente Marchetti della scientifica, il dottor Riva, medico legale, il sostituto procuratore Santambrogio e i due aiutanti fidati di Grieco: Trentin e Jovine. “Alfonso, che ci fai tu qui? Questo non è un caso per la omicidi: è così lampante che sarei in grado di risolverlo anche io da solo!” lo apostrofò il suo amico di vecchia data, il dottor Riva che stava, come sempre, divorando un enorme panino con la mortadella, sbucato da chissà dove. Quando aveva ricevuto la chiamata Grieco era a casa a preparare la valigia: il mattino seguente alle otto circa aveva il treno per Sestri Levante, per i suoi unici dieci giorni di vacanza ad abbuffarsi di trenette e fritto misto da Bono, la pensione dove andava da anni, situata in una viuzza in discesa proprio davanti alla stazione e a non più di duecento metri...
IL PIFFERAIO MAGICO Questa è una favola quasi vera, perché perfino in una città asettica e a volte disattenta e crudele come Milano, a volte si può ambientare una fiaba se si ha ancora voglia di emozioni semplici e pulite, se si ha voglia di credere nelle cose ingenue, semplici e belle. Come tutte le fiabe inizia con: “C’era una volta”... C’era una volta un uomo anziano, ma non così anziano come si potrebbe pensare. Era un uomo modesto, un pensionato che viveva con un sussidio da fame dopo una vita di lavoro per arricchire altri, ma era pulito, ordinato, sempre sbarbato e con un sogno ed un’arte nel cuore. Lui suonava l’armonica e sapeva milioni di storie, forse tutte quelle più belle dell’universo. C’era stato un tempo, il tempo e l’età in cui si sa, o si crede, di avere davanti a sé tutto il tempo necessario per fare qualsiasi cosa, nel quale avrebbe voluto pubblicarle, le sue storie, non tanto per sete di guadagno, ma per farle conoscere, perché a volte...
Solo un bicchiere. Solo un ultimo dannato bicchiere, un bianco di quelli che picchiano peggio di un rosso, ma quando lo scopri, nella bottiglia è rimasta solo... aria! E che aria! Fitta di piombo! Il locale è quello giusto lha scelto lei -Dai è lultimo, con due occhi così a Cinzia non puoi dire di no e che fai? ...Ok Ok, ti gira già la testa, ma lei te la fa girare di più! Che fai? Prendi il calice con la sinistra la bottiglia con la destra, versi e guardi il liquido giallo oro srotolarsi nellincavo di cristallo, pensi che spettacolo! E mentre pensi non lo sai ancora che lo spettacolo di questa sera sei tu. Lultimo... sì è lultimo lo so, e allora devo gustarmelo, inspiro a bordo bicchiere e il profumo mi parla di legni preziosi, il colore mostra metalli preziosi, gli occhi di Cinzia mi parlano di... Poi la festa inizia. Non lo so cosè, almeno non in quel preciso istante, è qualcosa di molto, molto veloce e quando si ferma fa male. Fidatevi ne so qualcosa, la spalla è la mia, sì quella dalla parte del bicchiere. Cade,...
Sirene con le gambe - parte prima
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Una sirena con le gambe non serve a niente. Ma non serve a niente nemmeno cercare sempre un’utilità a tutto. E ora che sto morendo soffocato fra le cosce di questa sirena, mi accorgo di quanto tempo ho sprecato a cercare di dare un senso agli avvenimenti. Colpa del bisogno di controllo. Se avessi preso le cose per quello che sono, senza appiccicarci sopra etichette personali, sarei vissuto senz’altro meglio. Ora sto semplicemente soffocando, la mia testa è immobilizzata fra le cosce sode e giovani di questa sirena, serrate come una pressa idraulica. E la sua vulva, questa fitta foresta calda e umida che non mi permette di respirare, passatemi la battuta, non odora nemmeno di pesce. Non mi lamento. Ho smesso di divincolarmi, di tirare pugni, di graffiare, di pensare. Lascio che tutto divenga pian piano nero. Qualcuno potrebbe pensare che non combatto più perché è la morte che ho sempre desiderato. Un impossibile viaggio a ritroso dentro un nuovo utero, attraverso la passera di una donna pesce. Per poi rinascere in esotiche località marine. Forse. Ma ammetto che non mi era mai venuto in mente. ...
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