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L’affettatrice – “Colesterolo alto”  - 1/3   “Con questa, non sentirai nulla. Parola di Affettatrice”. Scarica il contenuto di un siringone enorme nel mio culo. Sdraiato prono nella penombra del suo furgone, perdo lentamente coscienza, le braghe calate, la testa sempre più pesante, proiettato verso un destino di riciclo universale. Di riequilibrio naturale. Sto ricongiungendomi all’universo intero. Sto donando il mio corpo e il mio sangue, proprio come qualcuno di più celebre prima di me, ma Lui non era fottutamente obeso. E si sa che i super grassoni non entrano nella storia. Prima di perdere il contatto con l’ultimo esile filo di realtà, ecco il roteare sordo della Grande Lama.     “Può anche cambiare subito alimentazione e mettersi a dieta stretta, ma lei tra una settimana ci lascia le penne. Sicuro come il bel culo della mia segretaria. Lo ha visto, no? No?! Katiuscia, vieni un po’ qui!”. Ho il colesterolo di un salame cacciatorino. 543 milligrammi per decilitro, più del doppio della soglia d’allarme. Sono un salame cacciatorino. Forma più tonda, pelle meno secca, ma stesso contenuto. Arriva e si gira:...
 
 
1) IL TRAGICO CONTE “ Tutte queste verze, e neanche un maiale da ammazzare per poterci fare la cassuola!”. A questo pensa il conte Sbarlucchi Giovanni in una notte buia e tempestosa nell’inverno del 1858 a Bareggio, piccola cittadina alle porte di Milano. Lì, nella sua villa, questo uomo ricco ma infelice passa il tempo a bere superalcolici e a coltivare verze e rape, sua grande passione. Insonne, passa le ore osservando la pioggia scendere sulle contrade. Le poche anime del paesello, umili contadini, riposano stremati da una giornata di duro lavoro nei campi e dalle continue angherie del dominante regime austriaco, senza neanche lo svago del campionato di calcio che inizierà solo nel 1898. Il conte all’improvviso, dal buio della via, vede emergere una tenera renna che intirizzita bruca l’erbetta del giardino. Egli sorpreso, schiude con delicatezza la finestra e dopo avere attirato verso di sè la bestiola lanciandogli un tozzo di pane, spara all’animale col suo moschetto, freddandolo sul colpo. Richiusa la finestra, egli si versa e si scola un abbondante bicchiere di barbera. “Alla faccia loro!” esclama, ebbro d’alcool. Il conte, infatti,...
 
 
La sicurezza ha sgomberato lo Star Wars Bar e ha lasciato noi dello staff al rito del riepilogo della giornata con birra di decompressione. Solo la mia collega trans Michelle, che dopo aver ucciso Squalo* è ancora più confusa sul proprio orientamento sessuale, si è allontanata per intrattenersi con una brunetta sul fondo del parterre, da dove giunge appena qualche parola e stridule risate uterine. Io lancio occhiate furtive e sospetto che la ragazza abbia il desiderio etero con una fantasia omosessuale. Sospetto confermato quando iniziano a baciarsi duro e la mora si eccita toccando Michelle sia nella parte maschile sia nella parte femminile. Mi scopro morboso nel guardarli non visto e poi scopro che la ragazza ha degli occhi da cerbiatto con i quali intercetta il mio sguardo. Non faccio in tempo a fingere casualità nel guardarli che la ragazza si distacca da Michelle e le dice qualcosa, toccandola fra le gambe. Michelle si trova d'accordo e senza girarsi mi chiama a loro. Mi vuole coinvolgere in una cosa a tre. Io tentenno, dico che ho promesso ad Akane** di andare a casa. Michelle mi rassicura che la mia sessualità non sarà turbata da esperienze che...
 
 
Non è bello vedersi puntare addosso una pistola. Gli dico di mettere giù quel coso. “Rivoltella, si chiama rivoltella” mi dice nella penombra del piccolo soggiorno. E’ calmo, sembra che stia facendo cose che ha sempre fatto. Tiene la pistola stretta vicino al fianco, con una sola mano. E’ seminascosto dal pianoforte, come a pararsi da mie eventuali contromosse. “Rivoltella si diceva negli anni venti. E’ così vecchia quella cosa?”. Bisogna avere pazienza con i vecchi. “Sì, è degli anni ‘40 e spara ancora bene, giovane” ribatte come a dire di non sottovalutare le cose vecchie, lui compreso. E’ una pistola a tamburo piuttosto massiccia, con una lunga canna. Non è piacevole a vedersi ma non mi fa paura. Sono stranamente calmo anch’io. O la cura Podoqualcosa sta funzionando, o la mia mente si è finta morta, sperando che il vecchio mi annusi e passi oltre. I roditori preistorici parlano proprio come gli umani e lui ha ripreso a farlo giù di sotto, mentre stavamo liberando il pianoforte da tutta quella melma predigerita dal tempo. Pinocchio non si è visto, scommetto che...
 
 
  La moka borbotta e spengo il fornello. Annuso l’aroma di caffè e penso che la moka non la brucerò mai. Verrà seppellita con me, tra le mie mani conserte sul petto, e io sono contro la cremazione. Non faccio in tempo a sedermi al tavolo di cucina con la tazzina in mano che qualcuno bussa all’ingresso. Sciabatto fino alla porta a vetri, tagliata in diagonale dai primi raggi del sole mattutino che si stampano sul parquet liso. Porta ancora i segni del mio cane a cui non tagliavo mai le unghie. Sarà senz’altro il vecchio che mi viene a raccomandare qualcosa da immolare nel rogo di oggi. Attraverso il vetro intravedo invece un uomo ancora giovane, indossa una tuta da motocross multicolore e tiene un casco sottobraccio. Apro e lui mi saluta con la mano, nel mentre mi sorride in modo carismatico. In effetti lo è, carismatico. La luce solare lo inonda di poteri mistici e rivela il suo cuore puro. Sembra scappato da un film d’azione con le moto, mi immagino motociclisti contro zombie, o motociclisti contro criminalità organizzata, o motociclisti contro alieni, o motociclisti contro ciclisti. Comunque motociclisti contro qualcosa,...
 
 
Ciao topone, ti scrivo con carta e biro, all’antica, niente computer, non c’è mica da fidarsi troppo dei piccì. Sono la tua Mimì, anzi Lucia. “Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia”, ti ho detto quando siamo andati a cena la prima volta, ricordi? Sai, citavo “La Bohème”, l’opera di Puccini, ma tu di lirica non sapevi e non sai un cazzo, ti interessava solo guardare le mie tette giù per la scollatura. Lo so che erano in bella mostra, mi ero guardata bene allo specchio, le mie tettine mi hanno sempre reso un ottimo servizio. Sai, potevo sparire senza una parola, ma mi sei veramente simpatico, mi sembra persino di volerti bene; e quel soprannome poi, Topone: a letto te lo sei conquistato con onore. Quindi ti meriti almeno di essere protetto, che non ti capiti un’altra volta. Che non ti capiti cosa? Come, non lo hai ancora capito? Prima di proseguire, se non l’hai fatto negli ultimi giorni, corri ad accendere il computer e dai un’occhiata al tuo conto in banca, sì quel conto...
 
 
Tre settimane fa I resti umani disposti sul tavolo d’acciaio erano la cosa più vicina a un rompicapo che Bardi ricordasse di aver mai visto in un obitorio: un corpo umano completo, anche se privo del capo, ma composto da parti chiaramente provenienti da cadaveri diversi. - Dottor Childari, se vuole cominciare – lo invitò Sara. - Sì, certo – cominciò il medico – questo è quanto hanno recuperato sul luogo dell’incidente avvenuto qualche giorno fa sulla provinciale che costeggia il lago di Vagli - Veniamo al dunque – sbadigliò Bardi. L’altro gli restituì uno sguardo piccato e proseguì - Ci stavo arrivando commissario. Dicevo, vi sarà evidente che ogni parte proviene da un corpo differente -per quanto plateale l’affermazione provocò comunque un moto di disagio negli altri due. - Lo avete anticipato alla procura già qualche giorno fa. Ma c’è dell’altro mi pare. – lo sollecitò la ragazza. L’uomo annuì -Va fatta una premessa. In varie zone della Garfagnana, dopo il 2004, sono stati ritrovati corpi senza vita mutilati, privi della testa e di braccia...
 
 
Il povero pastore, dopo un’ora buona di cammino, era finalmente arrivato al villaggio dell’isola di Suzuki. Era giorno di mercato e la via principale straripava di bancarelle di ogni genere. Quante volte aveva desiderato comprare anche la più misera mercanzia! Una semplice ciotola, un cesto, o un pesce marmitta, con la grossa pancia tonda e la sporgente bocca “a tubo”: ricordava quando da bambini, una volta svuotato di polpa, viscere e scheletro e gonfiato d’aria, lo si usava nei festeggiamenti per fare le pernacchie finte o burlarsi degli anziani incontinenti. Ma le sue tasche, terribilmente vuote da troppi anni, avevano abituato il suo capo a rimanere chino, i suoi occhi a limitarsi a sguardi schivi e vergognosi, le sue gambe ad affrettare il passo fra la piccola folla degli acquirenti. Ora però aveva un gran tesoro da portare a frutto: una figlia bella e gentile, certo cieca come il fondo di un barile, ma a quello avrebbe posto rimedio la Santa Arrotina! Percorsa in fretta la via del mercato si inerpicò pensieroso per uno stretto vicolo che, salendo a tornanti, lo avrebbe portato alla casa del Capo Villaggio, Toyota...
 
 
“La combriccola del Lector, era tutta gente a posto…” Cantava così Lector X. Lui era un fan del Blasco, e come lui, voleva avere la sua combriccola, o meglio, un seguito di sostenitori, anche fanatici, ma soprattutto groupies coscia-lunga disposte a notti di fuoco e faville. “Come sei triviale!” gli ripeteva Prosciuttella, che in fondo, amava il suo sguardo vespertino. In esso erano racchiusi i misteri di un passato sofferto, ma mai rivelato. Lector X, al secolo Massimino, era stato un bambino molto infelice. Dislessico, isolato dai compagni di classe, che lo prendevano sempre in giro, con la solita tiritera: “Gna gna, gna gna, gna gna, ritardato tu sei e con te un libro non leggerei”. L’emarginato, sbocciato improvvisamente a quattordici anni. Al liceo passava le versioni di latino e sapeva tutto di letteratura. Ma le ferite dell’infanzia, con l’esposizione alla gogna della diversità, sanguinavano ancora. “I bambini ti calpestano, gli adulti ti annullano”. Lesse la frase che aveva scritto, poi stracciò il pezzo di carta igienica su cui l’aveva appuntato. Già l’ispirazione gli era venuta proprio come in quel momento. E lui aveva seguito il consiglio di Montale. “Scrivere, scrivere. Ovunque, anche sul cesso”. No, questo...
 
 
Lo lasciai andare, e per il resto della giornata tutto filò liscio. Oltretutto, nella giornata seguente, probabilmente nel tardo pomeriggio, era previsto il nostro arrivo a Caracas. Il viaggio era stato più rapido del solito, perché il carico era stato completato a New Orleans e non c’era stato bisogno dei consueti scali nelle isole delle Antille. La mattina dopo, come promesso, mi recai alla cabina di Sam per ascoltare il resto della storia di quel povero diavolo, ma trovai la porta inspiegabilmente sprangata. Bussai, ma per tutta risposta mi giunse soltanto un debole rantolo. Corsi all’oblò per rendermi conto di ciò che stava accadendo. Fortunatamente (o dovrei dire il contrario?) le tendine non erano state tirate come due giorni prima. Mancò poco che ci restassi secco: un enorme ragno peloso giaceva sulla cuccetta addosso al povero Sammy, di cui si vedevano solo le gambe agitarsi spasmodicamente. Tornai alla porta e, radunando tutto il mio coraggio, la sfondai con una spallata. Ma, una volta entrato, non trovai la minima traccia di quell’orribile bestia. Mi avvicinai a Sam, disteso supino, immobile, sulla sua brandina. Era morto. I lineamenti erano stravolti in un orrendo...
 
 
 
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