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Fango Hot

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Associa un cibo

Un cibo o un piatto che assoceresti al tuo racconto
Venti chili di sformato di patate

N.d.a. Il racconto lunghissimo ed autoconclusivo che qui vedete, è l'incipit del mio primo ed unico romanzo di fantasy epico. Come vedrete, è comunque diverso dal genere. Lo posto agli scrittori come esempio da non seguire  :)

 

Fango

 

Cielo grigio, terra nera.

La pioggia scrosciante tintinnava assordante contro la corazza, entrava persino dentro le orecchie. Non sentiva niente, e poco importava.

Pettorina e maglia erano incrostate. Il colore marrone faceva intuire fango, il rosso ben altro.

Per fortuna l'odore dell'acqua copriva quello nauseabondo del sangue. Non lo sopportava. Non ne sopportava la consistenza, il fatto che si rapprendesse e fosse difficile da scrostarselo di dosso. Però quello che lo faceva veramente vomitare era l'odore.

Anni che uccideva, se lo ritrovava addosso di continuo, e ancora ne rimaneva disgustato.

Aveva intere zolle di terra sotto gli stivali. Ormai sollevare gli scarponi risultava faticoso. E non doveva semplicemente sollevarli, doveva correrci.

I guanti con cui brandiva Exstinguens erano logori, distrutti dal troppo uso. Erano rimasti brandelli, che conservava per non sapeva bene neanche lui quale motivo.

I suoi occhi facevano compassione. Stanchi, sognavano l'alba dal momento che si erano aperti la mattina.

Imprecò ancora contro la pioggia. Avesse potuto vedere, almeno avrebbe potuto capire quanto gli mancava ancora a Trejky.

Dannazione, pensò. Di tutti i momenti in cui potevano attaccare la frontiera, proprio quando diluvia.

Imprecò ancora.

Disponendo di più tempo sarebbe venuto con tutta la compagnia. In quelle condizioni ci sarebbero voluti giorni.

Ripensando all'insieme di circostanze, imprecò ancora. Di gusto.

Quasi a tentoni, avvertì che il terreno stava salendo. In pochi metri, si ritrovava sopra una salita. Una collina, a sud? Ah giusto, è il rialzamento prima della città.

Era arrivato.

Fermò sulla cima del piccolo promontorio. Accovacciandosi sui polpacci, riprese fiato, bevendo della stessa acqua piovana. Aspettò un minuto, si alzò di nuovo, distrattamente staccò la terra da sotto gli stivali, noncurante del continuo scrosciare dal cielo.

La sua attenzione venne poi catturata dal paesaggio che trovava spazio davanti a lui.

Il villaggio di Trejky andava in fiamme. Impossibile, la pioggia...!

Il cadere delle fitte gocce durava fino a pochi metri più in là. Esattamente ai piedi della collina, il terreno cominciava ad essere asciutto. La città, qualche centinaio di metri di distanza, era in fiamme.

Pioveva ovunque da miglia, e non dove ce n'era bisogno. Pareva accanimento divino.

Avanzò dal maltempo per farsi un'idea delle forze nemiche. Sputò per terra, alla vista di quello che già immaginava esserci.

Innocenti giacevano riversi, volti spaccati a metà, toraci trafitti e stomaci rivoltati. Fissò più in là, più in là della follia.

I soldati nemici erano accatastati in pile, stavano probabilmente per cremarli. Ce n'era veramente il bisogno? Potevano usare la legna delle case, dato che ha preso così bene. Guardò qualche metro più distante.

Un gruppo di nemici giocava con una ragazzina. La picchiavano, le sputavano addosso, le facevano mangiare la terra. I ghigni beffardi li notava da quella distanza.

Sputò di nuovo per terra. Con disgusto.

Scattò in avanti.

L'erba bagnata lo fece scivolare giù per la scarpata. Non perse tempo, rotolò e riandò direttamente su due piedi. Controllò che l'ascia fosse ancora al suo posto. C'era. Osservò i tristi macellai, loro e quelle loro inutili armature. Inutili poiché non li avrebbero salvati.

I polmoni stavano incominciando a cedergli.

Sapeva che non doveva fermarsi, è la prima regola. In mezzo ad una corsa, fermarsi per poi riprendere fa più male che altro. Avvertiva l'aria gelida che graffiava entrando, e non bastava mai. Scattò ancora più forte, cercando di eludere il freno del cervello, il dolore.

Eccola di nuovo quella puzza, incominciavano ad esserci diversi cadaveri. Gente che aveva provato a scappare, ora giaceva con le guance sulla terra, il corpo gelido.

Trattenne il conato di vomito che stava già salendo, lo sentiva. Nello sforzo inciampò un'altra volta, come prima continuò. Forse era rimasta una sola persona in tutto il villaggio, e voleva fare di tutto per salvarla.

Qualcosa gli era finito nell'orecchio, sentiva tutto otturato. Piegò la testa di lato, batté dall'altra parte, e dell'acqua colò dai timpani. D'un tratto, poté udire quello che i porci davanti a lui stavano dicendo.

"Avete visto?", guardava in faccia gli altri compagni, sollevando le mani in segno di superiorità. "Prima ci viene a rompere il cazzo, attacca briga, e ora non sa neanche cosa fare!", tirò un calcio alle sue tenere costole. La piccola rotolò per terra, tossì ripetutamente, sputando succhi intestinali.

La prese per i capelli, la sollevò di forza. "Mi fate veramente schifo voi altri", le sopracciglia nere potevano solamente essere intraviste dall'elmo.

Era uno spauracchio nerboruto, a cui uscivano capelli ricci dal retro, corporatura massiccia e una lancia grande quanto lui. Era il suo sorriso tutto sommato la cosa più particolare. Nessun essere umano sarebbe potuto nascere con un sorriso così perverso. Doveva essersi allenato.

Aveva frotte di sangue sul metallo dell'armatura, tanto da far pensare che avesse rotolato in mezzo ai cadaveri, e non era ferito. Maiale Perverso, solo quello era il suo nome.

"Basta!", staccò gli spallacci di dosso. "Voglio fare qualche altro gioco con questa ragazzina", sorridendo slacciò anche la cintura.

I soldati accanto, un gruppo di una decina di persone, prese a ridere. Solo uno provò a contestare, " signore! Cosa dobbiamo fare coi prigionieri?"

"Sai cosa me ne fotte!", strappò il vestito di dosso alla bambina. "Uccideteli, stuprateli, giocateci al tiro al bersaglio. Fatene quello che vi pare", saltellando fece cascare i suoi pantaloni, in mezzo ai fischi compiaciuti.

"Signore, non ritiene che dovremmo...?"

"Basta ora!", sputacchiò nel parlare. "Non riesco a concentrarmi!"

Cupa e minacciosa, una voce comparve alle sue spalle, "e se faccio così ti concentri?"

I testicoli del soldato vennero presi in una morsa, stretti finché non esplosero. Fiumi di sangue scesero dall' inguine, mentre lui si accasciava a terra, contorto in una smorfia di dolore. "Da dove sbuchi fuori tu?", furono le sue ultime parole balbettate.

I compagni sguainarono le spade. "Voi l'avete visto arrivare?"

"No cazzo! E' comparso d'improvviso da dietro il capo...!"

"Forse è arrivato saltando e non ce ne siamo accorti!"

"Sei scemo? Non vedi che ci stanno delle orme dietro di lui! Deve saper usare la magia!"

Allora ce l'hanno un cervello, pose il corpo davanti a quello della bambina.

Aveva fatto il giro delle case per arrivare alle spalle di quel mostro, di modo che non potessero accorgersi di lui coi rumori, orme, odori o quant'altro. La prudenza non è mai troppa, ripeteva.

"Stai bene?", le accarezzò i capelli, non abbassando lo sguardo per evitare di dare spazio ai nemici. Lei non rispose. Questo non è il momento migliore per la conversazione. Prima pensiamo a metterla in salvo.

Gli altri continuavano ad abbaiare, feroci, "bastardo!"

"Ce la pagherai!"

"Vendicheremo il capo!"

Le voci erano sempre più grosse, i volti sempre più preoccupati. La stazza impressionante del nemico scoraggiava chiunque.

"Rimani ferma", prese la bambina e la attaccò ad una gamba.

Due soldati fecero il primo passo avanti, brandendo la spada senza un piano preciso. Prese il polso del primo, lo tirò a sé, e gli sganciò un pugno in piena faccia. Afferrò la spada al volo prima che cadesse, e la piantò nel petto dell'altro.

Indietreggiando, i rimanenti continuavano a gridare. "Voi orchi fate schifo!"

"Esistete solo per uccidere!"

"Pezzi di merda!"

Lo stesso che prima aveva fatto proposte di umanità spalancò gli occhi e cadde a terra.

"Che succede, Pelk?"

Non rispose, atterrito. Fissava la sagoma verde che ritrovava davanti alle pupille.

"Andiamo rispondi!"

"Ragazzi", deglutì. "Quello è Wergh Serfedan!"

Gli umani erano in preda al panico, eppure cercavano di non scoraggiarsi e di mantenere la calma. "Non dire sciocchezze. Lui, Serfedan...?!"

"E' così", cominciò a spostarsi coi gomiti. "Capelli neri come pece, più alto e grosso di tutti gli orchi mai visti. Sguardo duro, serio, sopracciglia spesse. E poi guardate l'arma...!"

L'orco ancora non aveva mosso un dito, cercava un piano per uscire dal di lì senza mettere in ulteriore pericolo la bambina. Per il momento, le stava passando la sua energia spirituale, cercando di armonizzarla. Provava a calmarla usando la magia. Sarebbe stata molto più utile da cosciente.

Senza capire gli umani e quello che dicevano nel loro linguaggio, sentì gli sguardi di tutti puntati sulla sua ascia, Exstinguens, l'arma più prestigiosa e conosciuta di tutto il regno di Warschna. Grande due volte un uomo, anche più di un orco, pesava quintali e quintali. Solo due persone in tutta la storia l'avevano usata, dando prova di incredibile forza. Lui, e Warschna, il Dio degli orchi.

"Aspettate", un tizio con l'elmo calato abbassò leggermente la spada. "Ma se è veramente lui, significa che noi non abbiamo speranze!"

Uno con una cicatrice sul volto gli sbraitò contro, "siamo pur sempre otto!”, erano di più. Non sapeva contare. “Possiamo ucciderlo comunque!"

"Sei pazzo! Dicono che sia forte quanto un esercito intero!"

Basta, Wergh scattò in avanti, tirò un fendente ai due che avevano leggermente ritratto le mani.

Ne rimangono sei, se scappano li risparmio.

Un altro gli corse incontro, lui fece uno scatto in avanti, l'ascia lo tranciò in due, al busto. Mentre l'arma era ancora protesa in avanti, uno provò ad attaccarlo al fianco sinistro. Gli prese il collo col braccio, un braccio grande quanto il torso del misero umano. Con forza ne distrusse il collo usando il ginocchio. Settimo e ottavo attaccarono insieme, prese con un calcio in faccia uno, vedendone tutti i denti saltare in aria, le lamiere dell'elmo entrargli nel cervello. Il secondo lo stese col piatto dell'ascia, la spina dorsale piegò su sé stessa.

"Sta, sta fermo!", il nono aveva preso per il collo la ragazzina, ferma immobile dove Wergh l'aveva lasciata. "Sta, sta fermo, o, o, l'ammazzo!"

Alzò le mani e le portò dietro la nuca, lasciando cadere Exstinguens. "Lo sai vero, che se tu ammazzi lei, io prima ti torturo, ti stacco le gambe, te le infilo su per il culo, e se ne ho voglia, poi forse ti ammazzo, vero?", lo capì nonostante stesse parlando in orchesco.

Deglutì, era quello con l'elmo calato. La ferraglia tremolava di terrore, sudava pure lei. "Non, non", era diventato balbuziente. "Non mi freghi! Io-io, lo so, che ci tieni a lei!"

Wergh guardò la bambina.

Stava piangendo, aveva gli occhi praticamente chiusi. Teneva le manine sull'avambraccio del soldato, ed era tutta distorta in una smorfia di rabbia, dolore e disperazione.

"Hai ragione", posò in terra le ginocchia. "La sua vita è troppo importante per me", inalò molta più aria del solito, facendo in modo che non se ne accorgesse. Chiuse gli occhi, raffigurando le formule runiche nella sua testa.

Sentì dei rumori, riaprì gli occhi, quel soldato di prima, Pelk, era saltato addosso al suo stesso compagno. Gli trafisse la gola con la propria lama, posò il cadavere per terra, e rimase con lo sguardo fisso su di lui.

Wergh si rimise in piedi, il solo spostamento d'aria era un rumore considerevole. "Adesso vorresti che io ti risparmiassi la vita?"

"Non sono così ingenuo", pianse. "Molti dei cadaveri che hai calpestato venendo fin qui, sono opera mia. Solo", lasciò cadere le mani sulle ginocchia, "fai una cosa veloce se non ti dispiace"

"Dove sono i prigionieri?"

"Sono, sono", sollevò a stento un braccio, indicando una zona della città dalle fiamme ancora più alte. "Nella chiesa"

"Bene. Sono previsti dei rinforzi per voi umani?"

"Almeno trecento da nord. Dovrebbe incominciare a scappare"

"Non c'è ne bisogno", lo sollevò di peso per una spalla. "Ma tu sì che ne hai bisogno. Corri in cima alla collina a sud"

"Cosa...?"

"Fai come ti dico", alzò le sopracciglia e distolse lo sguardo, "sempre che tu non voglia morire"

"Collina a sud", smise di lacrimare, "ricevuto!"

"Portati dietro la ragazzina", il soldato prese la bambina, provando a farla camminare. "Sollevala di peso. Probabilmente è ancora troppo scossa"

"Ricevuto", se la caricò in spalla, e cominciò a correre in direzione della piccola collina.

Wergh svoltò a destra, destreggiandosi tra le macerie ardenti. Saltò un carro in fiamme, e la sagoma nera fumante di un grosso capannone con il tetto a punta gli si parò davanti.

Era una byurf, quelle che gli umani chiamavano chiese. Il tetto per metà era crollato, nessuno chiamava aiuto.

Scandagliò la zona con la magia, e comprese. Comprese che non c'era alcun sopravvissuto.

Un cane rimaneva fermo in quella spaventosa immagine. Abbaiava al corpo di un orco sdraiato per terra, il bacino e gli arti inferiori spappolati da un ammasso rovente, probabilmente un muro caduto.

Wergh afferrò il cane, salviamo il salvabile.

Tornò alla piazza principale, sentì il terreno tremare.

Conosceva già quel rumore, la marcia perfetta dei soldati umani, camminavano sempre a passo unito, con stesso ritmo e cadenza. Mai ne comprese la ragione.

Corse verso la collina. In cima poteva vedere due lineette, quella più alta e scintillante faceva segni strani con la mano.

L'orco prese a correre più velocemente, alle volte girando il torso indietro. E ogni volta che guardava di nuovo alle sue spalle, i nemici erano sempre più vicini alla città. Prima sembravano mancare pochi chilometri, adesso sentiva il loro fiato sulle spalle.

Tranquillo, sei già stato nella merda fino a questo punto già altre volte. Bassa energia, fisica e mentale, ciò nonostante ancora non era arrivato in cima e già si arrovellava su come batterli. Pensa a cos'altro ti può tornare utile. I polpacci dolenti gli ricordarono che stava in salita. Salita? Certo, il terreno!

"Senti, io ora come gli spiego ai miei compagni che sono dalla loro parte?", Pelk era per metà ironico. In parte, invece, aveva perso la speranza di vivere.

"Tranquillo. Quelli non sopravvivono", incrociò le mani. "Quindi se hai qualche amico fai dei segnali di fumo. E in fretta"

"No guarda", scosse la testa, "sto a posto così", aveva un buon orchesco, abbastanza da dire cinismi simili.

Wergh fissò serio tutti e due i compagni, "per nessun motivo, dovete scendere da questa collina. Chiaro?"

La bambina non rispose, ma l'umano la teneva per le spalle con una mano. Con l'altra alzò il pollice.

Entrò in contemplazione. Chiuse gli occhi, tenendo le mani nella stessa posizione di prima, poste davanti al petto, non attaccate. Una sorte di posa da preghiera. Mentre che continuava a sussurrare cose incomprensibili, i nemici erano sempre più vicini.

"Wergh?", fece l'umano.

Le urla dei soldati li chiamavano.

"Wergh?", lo avvicinò, tenendo la bimba.

Le loro spade cozzavano contro gli scudi, inneggianti.

"Senti, ti ricordi di me?", gli si piazzò davanti.

I loro passi erano pesanti, tremiti che scuotevano il terreno.

"Sono Pelk. P-E-L-K"

I più feroci, sui loro cavalli, galoppavano, armi all'aria.

"Mi avevi detto che ci avresti pensato tu", guardò in basso.

E ora, ogni loro singola parola era distinguibile. Erano arrivati.

"E invece guarda un po'", cominciò a urlare. "A quelli mancano al massimo duecento metri! Wergh!"

"Sherfdana!"[lett: inondazione]

L'urlo dell'orco sovrastò ogni altro rumore, gli stessi nemici vennero fermati, all'unisono. Il loro istinto primordiale, vale a dire la paura, aveva permesso di capire che era una saggia decisione girarsi, e correre. Finché i polmoni non avessero ceduto, più di quanto non potessero sopportare. E ancora non aveva fatto niente. Aveva solo urlato.

Alzò un braccio, osservando il brulicare in fuga.

Un cerchio blu, composto da segni e lettere sinuose, comparve a mezz'aria, poco sopra le loro teste qualche metro più avanti. Grande quanto la ruota di un carro, si espanse, allargò la propria mole, coprì tutta la collina. La sua energia azzurrina pulsava a intermittenza, la sua imponenza era inaudita.

Uno zampillo, questo fu il primo risultato di tutto ciò. Semplici gocce d'acqua, che saltellando sbucarono fuori dal mezzo. Toccarono terra, senza fare nient'altro.

Altre le seguirono, e poi di nuovo, e ancora.

Sempre di più, ormai avevano creato un flusso. Un ruscelletto aperto scendeva da tutte le parti. Anche lui non esitava a diventare più grande. Secondo dopo secondo, l'acqua aumentava.

Ruscello, torrente, fiume. Mare

Una corrente impetuosa, che per assurdo scendeva in una cascata. La sua forza era tutta rivolta contro a delle formiche in fuga, a causa del dislivello del terreno che la rendeva micidiale.

Travolse tutto.

I pochi alberi, i fili d'erba staccati dal terreno, le rocce.

Le orecchie dei nemici vennero inondate del rumore scrosciante, in un attimo smisero di udire. I timpani tappati dal liquido.

Smisero di respirare, per i polmoni affogati.

Smisero di pensare. Il loro ultimo senso, l'ultima capacità, era andata.

Le onde travolsero anche il villaggio, spegnendo le fiamme.

Tanto ormai non c'era nulla da fare. Era andato distrutto. Trejky non esisteva più. E gli unici sopravvissuti erano loro quattro. Un orco, una bambina di egual razza, un umano e un cane.

"Sai", Wergh riprese fiato dopo lo sforzo, lentamente incrociò le gambe e sedette per terra. "Quando uno deve fare una magia, ha bisogno di concentrazione"

Pelk aveva la bocca spalancata, fissava il villaggio distrutto, i suoi compagni stesi per terra, portati centinaia di metri più in là. "E io che diavolo ne sapevo che te ne scappavi con una cosa simile!"

"Mai vista una magia?"

"Sì, ma cose piccoline!", gesticolava come impazzito. "Che ne so, uno che accendeva il fuoco con un dito. Uno che riempiva una pentola d'acqua dal nulla, e la bolliva istantaneamente. Forse uno che tagliava il metallo col pisello", spalancò la bocca, "ma questo no!"

"Chissà perché la gente ha sempre la stessa reazione?", sorrise.

Il cane gli saltò sulle gambe. Accovacciandosi, appoggiò il mento sul ginocchio. Era piccolo e con un pelo bianco riccioluto, un barbone in tutto e per tutto. Al momento era più marroncino che altro. Prese a pulirlo con le dita, almeno a togliergli lo sporco davanti agli occhi. L'animale leccò le dita lerce, pieno di gratitudine.

"I vostri cani sono curiosi", continuò condensando l'acqua nelle mani e lavando il resto del pelo. "Il mio fregret è già tanto non si mi stacca la mano con un morso"

"Fregret?", evidentemente gli mancava la parola al suo vocabolario.

"Voi umani lo chiamate qualcosa tipo segugio infernale"

"Ah, quelli", sorrise. Ripensò ai fregret che aveva visto in precedenza.

Molossi più grandi di un umano stesso, più o meno quanto un cavallo. Glabri sulla pancia, peluria spessa e corta sul resto del corpo, spesso bicolore, solitamente di toni cupi. Avevano zanne capaci di frantumare rocce, artigli che squartavano le armature senza batter ciglio. Non importava che fossero addestrati o no, avevano sempre corporature muscolose, ed erano in grado di fare un centinaio di chilometri al giorno. Almeno.

"Beh, io a quei cosi non la avvicinerei mai una mano"

"Neanche io lo farei, se fossi un umano. Siete così piccoli che per lui siete poco più, anzi, poco meno di un pranzo", rise sguaiatamente, provocando un ilarità mista a disgusto nel compagno. Il modo con cui aveva pronunciato la frase però, era curioso. Sembrava razzista, eppure non aveva niente a che fare col razzismo.

Forse era proprio Wergh ad essere curioso. Uno dei guerrieri più acclamati di tutto il regno, se ne stava lì a parlare con un nemico, accarezzando un cane e scherzando su cose a caso? Pelk se lo era sempre immaginato con la bava alla bocca, occhi rossi incandescenti, una furia incontaminabile che non conosceva pietà, in groppa al più feroce di tutti i mastini, che sventrasse nemici solo per il gusto di farlo.

E invece...

L'orco alzò il cane di peso. Il piccolo arricciò il naso con lo sguardo perso, provocando tenerezza, avvolto da quelle due mani immense. Lo poggiò per terra usando delicatezza estrema, immaginò che animali simili poteva romperli in ogni singolo istante. Col dito, lo spinse verso la bambina.

Stava raggomitolata per terra, gambe portate al petto. Guardava davanti a sé, teneva la parte inferiore del volto coperta dalle ginocchia. Pure gli occhi erano coperti dai capelli, lisci capelli rossi. Wergh l'aveva lasciata in pace fino a quel momento, pensando fosse più opportuno darle del tempo per pensare.

Il cane la avvicinò, le odorò le gambe e storse il naso. I pantaloni cotonati erano intrisi di sangue, la pelle che scappava fuori dalle pieghe sgualcite, interamente coperta di fango. Abbaiò, una, due volte. Cominciò a girarle attorno scodinzolando. Vedendo che non funzionava, mugolò, abbassando la parte anteriore del corpo, come in posizione di attacco.

Lei tenne il viso rivolto in avanti. Secondo dopo secondo, sentì il bisogno di guardarlo. Di guardare chi stava cercando così disperatamente la sua attenzione. Tenne il volto dove stava, ma gli occhi semicoperti li girò verso quel piccolo ammasso di peli bianchiccio, a labbra coperte. Sorrise. Smosse tutto il corpo, allungando le braccia per prenderlo, e lo portò a sé, accarezzandolo.

Wergh si sentì molto meglio. Non poteva aggiustare la situazione, aveva fatto quello che poteva per farla sentire meglio. Pelk tratteneva allo stento i pianti. Il vicino, a sentirlo tirare su il moccio dal naso, pensò fosse più una donnetta che un soldato.

L'orco girò la piccola borsa attaccata alla cinta, situata alla sue spalle. La portò davanti, aprì, rovistò dentro, e tirò fuori un panno piegato su stesso, un pugno della sua mano. Lo svolse, rivelando dei piccoli semi violacei.

"Tieni", ne prese una manciata e la porse alla bambina. "E' pryh. Ti piace?"

Annuì.

"Prendi allora, no?"

Di scatto, afferrò i frutti con una singola mano.

"Allora hai fame", ironizzò. Con una mano, ed un piccolo panno bagnato con la magia, le pulì il viso. Era carinissima, da adulta sarebbe di sicuro diventata una bellezza.

Pelk sentiva i pugni della fame. Però si vergognava troppo per elemosinarne un po'. Si limitò a sbavare, in silenzio.

"Ne vuoi anche tu?", Wergh girò al testa, notò la bava del compagno. "Bastava chiederlo", gliene diede una manciata più consistente.

Ne rimanevano pochi per lui, che vennero mangiati all'istante dal cane mentre non guardava, lasciandogli la sensazione della saliva sulla mano. Sbuffò. In realtà, era lui il più affamato di tutti. Vide di sopportare.

“Cosa dovrebbero essere questi frutti?"

"E' pryh, il nostro corrispondente dei melograni"

Se non fosse per il colore infatti li avrei confusi. "Sono squisiti. Spero non ti siano costati molto", sorrise.

"Certo che ormai non ti fai più problemi", abbassò lo sguardo, ridendo. "No, sono molto comuni. Crescono tutto l'anno, però non qui nelle città di frontiera. Purtroppo sono poco sostanziosi"

"Vedo", appoggiò una mano sullo stomaco.

"Senti", tornò a guardare la bambina, compassionevole. "Ora che farai, Pelk?"

"Venire con voi non se ne parla vero?"

"Abbiamo una legge che ci obbliga ad uccidere ogni umano che si introduce nel nostro regno"

"Bastava un no", tolse l'armatura di dosso. "Penso che tornerò strisciando alla città più vicina in questo caso. Anche se, dubito che continuerò a fare il soldato"

"Ti ho fatto cagare addosso prima, eh?"

"Indubbiamente", lo disse senza alcuna vergogna. "Ma è che mi fa senso"

"Cosa?"

"Come dire", virò i palmi delle mani al cielo, per chiedere al creatore stesso le parole giuste. "Vi ho sempre immaginati come creature mostruose. E invece guardati qui, sei come noi!" Solo più verde e più grosso, tenne questo pensiero per sé. "Con l'elmo in faccia pensavo foste rivoltanti anche solo allo sguardo. Guarda quella bambina! Una volta che le hai tolto il fango dalla faccia..."

"E' logico", sorrise, in un modo profondo, più forte di quanto non avesse fatto prima. "Il fango rende brutto tutto e tutti. Per questo bisogna pulirsi"

Il messaggio ineccepibile risultava rovinato dalla metafora rozza. Comunque Pelk lo recepì appieno. "Spero di vederti di nuovo. Anche se non così", cominciò a scendere lentamente la collina, verso nord.

A chi lo dici. "Andiamo noi tre, d'accordo?", senza aspettare una risposta, prese per mano la bambina, posò il cane su di una spalla, e camminò verso sud.

 

Ker-pom-tery, un villaggio dai colori vivaci, senza nessun'altra caratteristica peculiare. Solo un orfanotrofio, uno dei più rinomati per bellezza e gentilezza delle tutrici.

Arrivarono all'edificio, alla sua grande facciata in mattoni, le finestre rettangolari ed i tetti spioventi. Aprirono il portone in legno massiccio sbarrando gli occhi alla vista del giardino, immensa distesa di verde prato, vicino a due dormitori. E le cime innevate nella distanza, scomparivano nella trasparenza del cielo, lasciando solamente al cervello l'immaginazione di dove potessero finire. Stupendo.

Parlò con la direttrice del posto, le passò una manciata di soldi senza permettere che la bambina vedesse. Forse si sarebbe fatta strane idee.

Scesero di nuovo le scale assieme. La donna aspettò alla fine della tromba, mentre Wergh dava il suo commiato.

Lei stringeva forte il cagnolino che avevano raccolto.

Si piegò, "senti. Mi dispiace ma io non ho tempo per badare a te. E sinceramente", sorrise, "sono un disastro come padre. Ma queste persone, beh, loro sono tra le migliori che io conosca. Fidati, ti piacerà". Non sentì alcuna risposta, imbarazzato, tornò ritto in piedi. "Ciao allora"

Toni dolci e melodiosi arrivarono dalle sue spalle. "Insegnami la magia"

Voltò di nuovo, osservò le labbra semiaperte della bambina. Era stata proprio lei a parlare.

"Finalmente mi parli, e mi dici delle sciocchezze simili..."

"Che c'è di male?", pianse a puro cuore. "Se io la imparo, poi divento forte come te. E se divento forte così, poi dopo chi la tocca la mia famiglia...?"

Un punto per te. "La magia è qualcosa di instabile, un potere che neanche io vorrei saper usare", le pose le mani sulle spalle. "Non hai bisogno di una cosa simile per diventare forte", le pulì le lacrime. "Piuttosto pensa a non piangere. Sei più carina quando sorridi"

Trattenne a stento il pianto, accennando un sorriso. "Come mai ti interessava sapere il mio nome? Me l'hai chiesto molte volte mentre venivamo qui..."

"Beh, lo sai..."

"No, non credo"

"Per noi orchi", distolse lo sguardo, cercando le parole. "Ecco, per noi il nome è molto importante. Prendiamo parole dal linguaggio arcaico, le mettiamo assieme, dando il carattere di questa persona. Se il nome è giusto, già da quello, ci si arriva subito con chi stai parlando. Per questo viene dato dopo i primi tre, quattro anni di vita"

"E il tuo, Wergh, cosa significa?"

Sorrise, imbarazzato. "Orso"

La bambina rise, "sembri un po' un orso"

"Mi dicono sempre così", sbuffò.

Lei allungò la mano, mantenendo il sorriso. "Rejkya"

"Visto? Avevo ragione"

"Cosa?"

"Rejkya. Il tuo nome, sai cosa significa?"

Scosse la testa.

"Luna gaudente. E' un invito a sorridere sempre", con le dita le tirò le guance verso l'alto.

"Lo farò", annuì.

"Bene", tornò al fregret.

"Wergh"

"Sì..?"

"Anche se un po' orso, invece sono sicura che sei un bel papà"

Piegò la testa, "grazie"

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recensioni redazione

 
Fango 2012-02-23 13:30:11 Gianluca
Voto medio 
 
4.3
Qualità della trama 
 
4.0
Stile 
 
4.5
Scorrevolezza 
 
4.5
Coinvolgimento 
 
4.5
Originalità 
 
4.0
Gianluca Opinione inserita da Gianluca    23 Febbraio, 2012
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E invece.........

Sai invece che non è male? SirCredo mi piaci assai anche come scrittore di fantasy "seria" (oh, soltanto come scrittore, intendiamoci......... ;-))))) Spero vivamente che vorrai darci un seguito (ovvero: e scrivilo sto c... di romanzo!)

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
Bolas de toros

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Pro e Contro

Pro
il ribaltamento di prospettive, lo stile impeccabile
Contro
ho notato soltanto un piccolissimo refuso ("linguine", se non mi sbaglio)
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Opinioni inserite: 1

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Voto medio 
 
4.1
Qualità della trama 
 
4.0  (1)
Stile 
 
4.0  (1)
Scorrevolezza 
 
4.5  (1)
Coinvolgimento 
 
4.0  (1)
Originalità 
 
4.0  (1)
 
Fango 2012-02-22 12:44:29 Pepppers
Voto medio 
 
4.1
Qualità della trama 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Scorrevolezza 
 
4.5
Coinvolgimento 
 
4.0
Originalità 
 
4.0
Pepppers Opinione inserita da Pepppers    22 Febbraio, 2012
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Werg, L'Orco Umano

Un bel esempio di fantasy del nostro SirCredo. Mi ha particolarmente colpito la figura dell'Orco che sembra "più umano" degli umani. La domanda è chi è la vera bestia? Il fatto che dal passo non si evincomo le vere motivazioni dell'attacco degli Umani a Trejky non fa che aumentare questo contrasto che rende gli uomini come bestie e la vera bestia quasi un uomo ( non so se è dovuto solo al fatto che è un estratto di un testo di ben maggiore lunghezza ). Attenzione però che questa mancanza di motivazioni può far scadere l'episodio in una "situazione classica" che non agevola il racconto

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
Una manciata di Pryh

Consiglio

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Pro e Contro

Pro
Ottime descrizioni delle azioni.Nelle fasi iniziali mi sono sentito un'armatura addosso XD XD L'ironia di Pelk non ha prezzo :) Molto dettagli curati. Si evince che l'ambientazione della storia non è campata in aria, ma ha un suo spessore.
Contro
Le motivazioni di alcune fazioni in gioco non sono chiare. ( a mio parere ) il cambiamento del protagonista nei confronti di Pelk è stato troppo improvviso.
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