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Associa un cibo

Un cibo o un piatto che assoceresti al tuo racconto
chipsters

1. LOS ANGELES, MEGALOPOLI OCCIDENTALE

 

Le venne da urlare quando l’aereo rollò pericolosamente prima di scendere  in picchiata, e si trattenne a stento.  Si era  appisolata, ed era immersa in una specie di sogno particolarmente complicato. La cabrata la colse completamente alla sprovvista. A dir la verità, questi nuovi aerei di linea ultraleggeri, in uso esclusivo per i voli interni, erano qualcosa che non riusciva ancora a convincerla. Ma, da quando erano arrivati gli alieni con la loro sorprendente tecnologia, l’aviazione civile non usava altro mezzo di trasporto.

Guardò fuori dall’oblò, ravviandosi inconsapevolmente i riccioli scuri. La costa occidentale era sempre la stessa. Un’unica, interminabile striscia di luci al neon fosforescenti. Le metteva addosso un senso di disagio, come una reminiscenza di sensazioni ataviche, primitive. Forse si sentiva così perché il tropico era vicino, a quelle latitudini. Il tropico: caldo, umido, odori e profumi intensi e persistenti. Odore di sangue, di ossa, di animali che combattono per la sopravvivenza. Le ricordava l’Africa: la patria di tutti quelli della sua razza, anche se il sangue che le scorreva nelle vene si era parecchio diluito da qualche secolo a quella parte. Ma, a pensarci bene, l’Africa era la patria di tutto quanto il genere umano. Guardò ancora in basso: sotto di lei Hollywood, Malibu, Orange County. Le veniva da vomitare.

La voce sintetica della compagnia aerea annunciò che stavano per arrivare a destinazione. Chissà cosa fa nella vita colei che ha registrato quel messaggio, si chiese lei oziosamente. Probabilmente in questo momento staziona allegramente sotto la scrivania di qualche direttore commerciale di settimo livello. Era un pensiero osceno e gratuito e lei sorrise della sua perfidia. Controllò istintivamente la presenza della valigetta ventiquattrore fra le gambe. Non aveva altro bagaglio.

Il cielo si stava lentamente scurendo a occidente. Le ultime luci del giorno morivano, lasciando come ricordo una tavolozza di colori fantastici, dal rosa, al fucsia, al viola. Osservò, come sempre affascinata, il netto contrasto della linea dell’orizzonte fra cielo e mare. Pensare all’oceano la fece star meglio, chissà perché. 

Rapidamente, silenzioso come un falco, l’aereo si avvicinò alle case in cerca della pista su cui atterrare. La metropoli aveva improvvisamente preso possesso di tutto ciò che si vedeva dagli oblò, ora, ed era impressionante come ogni volta ciò accadesse in così breve tempo. In capo a un lasso di tempo incredibilmente breve, il velivolo prese terra sulla pista illuminata da mille puntini luminosi. In un attimo tutto fu finito. Il mezzo rimase ben saldo sulla pista e le hostess cominciarono a scivolare fra le poltrone annunciando ai passeggeri che potevano slacciare le cinture e iniziare a prepararsi. Lei si alzò svogliatamente, quasi per ultima, stirando con grazia il corpo snello. Osservò di sottecchi i compagni di viaggio che sinora non aveva degnato di uno sguardo. Si trattava per lo più di uomini d’affari giapponesi di ritorno sulla costa occidentale. Forse soltanto un altro paio di americani come lei, provenienti dalla costa orientale. I musi gialli, fossero d’origine cinese o giapponese, erano ormai l’etnia di maggior numero a Los Angeles. C’erano molte donne, probabilmente più degli uomini.

Afferrò la valigetta e si diresse all’uscita. Osservò con disgusto il tailleur spiegazzato che indossava. Odiava i viaggi in aereo, per quanto oggigiorno fossero molto brevi. Cominciava anche a avvertire il tipico puzzo di smog che emanava dalla grande città, proveniente dal portellone spalancato. E il caldo. L’implacabile caldo californiano: si era in pieno agosto, cos’altro doveva aspettarsi? Appena arrivata in hotel avrebbe dovuto togliersi quantomeno le calze. O forse, pensò, meglio cambiarsi del tutto. Non poteva mica recarsi in tailleur e scarpe col tacco nel posto in cui doveva andare.   

 

Anche per una con il suo sangue freddo entrare nel pub fu un’impresa. Mogambo-African Bar, diceva l’insegna fuori della porta. In realtà quello altro non era che una delle peggiori bettole della Megalopoli Occidentale. Vi entrò con una certa titubanza, sentendo con piacere la fondina della pistola a raggi infrarossi premere contro il suo seno sinistro. Adesso indossava una comoda djellaba in stile arabo e degli stivali, ma anche così si sentì ripetutamente squadrata dagli avventori. Aveva sempre con sé la sua ventiquattrore.

Rintracciare il suo uomo non le costò una gran fatica. Era l’unica faccia bianca in mezzo a un gran numero di neri. Sedeva da solo a un tavolo isolato, lo sguardo perso nel vuoto e davanti un boccale di birra mezzo pieno. Quando gli occhi della donna si posarono su di lui non dette segno di essersene accorto.

Si diresse verso il tavolo con passo deciso. Soltanto quando fu in piedi davanti a lui, l’uomo sollevò lo sguardo dal liquido dorato del bicchiere.

“Il signor Tool, suppongo?” chiese la donna.

Lui fece cenno di sì con la testa.

“Io sono Grace McDonald della compagnia assicurativa Noyuki-Takashi. Permette che mi sieda?” Lo fece senza attendere risposta.

L’uomo la fissò a lungo prima di tornare a concentrarsi sulla sua birra.

 

Grace McDonald osservò ancora una volta il suo interlocutore prima di cominciare a parlare. Cercava di capire bene con chi avesse a che fare.

“Signor Tool...” cominciò.

Lui la interruppe.

“Desidera bere qualcosa, signorina McDonald? Niente paura, offro io.”

Era la prima volta che le parlava. L’accento era quello tipico della costa orientale, come il suo. Forse era nato un po’ più a nord lungo l’agglomerato. Boston, forse? Providence? Certo non New York. Il suo, di accenti, sapeva ben riconoscerlo. La voce dell’uomo era assai rauca. Accettò, annuendo dopo un secondo.

“Scotch,” disse poi. “Con molto ghiaccio.”

L’uomo alzò un braccio e chiamò il cameriere.

“Uno scotch con ghiaccio, Lucas,” gridò rivolto a un giovane dietro al bancone. “E un’altra birra. Vengo a prenderli io appena sono pronti. Mettili pure sul mio conto.”

“Come al solito, Gatto,” commentò il barista. Cominciò a preparare lo scotch.

“Si tiene leggero,” sussurrò Grace. Non dette cenno di far caso al curioso nomignolo.

“Oh, ma solo perché la serata è appena iniziata. Di solito passo alle cariche pesanti verso le due o le tre del mattino.”

“Ah, meno male,” soffiò lei.

“Be’, neppure lei scherza, mi pare,” mormorò il Gatto.

“Signor Tool…” cominciò Grace, ostentando una calma glaciale.

“Cosa è venuta a fare qui, signorina McDonald?” tagliò corto il Gatto guardandola dritto negli occhi. “Non credo che lei si sia fatta l’intero viaggio da New York a qui per farmi la morale, o sbaglio?”     

“Sono di New York, è vero, ma vivo e lavoro nel nord della Megalopoli Occidentale. Seattle per la precisione. Provengo da lì.”

“Oh, dovevo immaginarmelo. Non è tipo da lunghi viaggi, lei.”

Rise fra sé.

“Cosa intende dire?” Grace McDonald sentì la rabbia montarle alla testa. Si sforzò di restare impassibile.

“Che lei mi sembra una viziata figlia di papà tipico prodotto delle compagnie della costa occidentale. Quando ho sentito che nominava la Noyuki-Takashi, per un attimo ho pensato: toh, guarda, i giaps mi mandano un controller direttamente da Nuova Tokyo. Ma dovevo immaginare che lei non è tipo da muoversi molto da casa. Ora, se vuole scusarmi...”

Tool si alzò per andare a prendere i bicchieri. 

Proprio in quell’istante, Grace McDonald si alzò dalla sedia a sua volta e scattò verso di lui. Lo afferrò per il bavero della camicia hawaiana e lo sbatté contro una colonna del locale.

 

Tool tentò di divincolarsi, ma un po’ per colpa dell’alcool un po’ per la presa ferrea della donna riuscì soltanto a farsi del male. Sentì dietro di sé i commenti sorpresi e divertiti degli avventori del locale. Comprese di aver perso d’un colpo gran parte della fama che si era faticosamente costruito in tutti quegli anni. Contemporaneamente, però, sentì anche la morbidezza delle curve di Grace McDonald che premevano sul suo corpo. Ma non riuscì a goderne più di tanto.

“Che... che cosa vuole da me, signorina McDonald?” balbettò, sentendosi leggermente stordito.

“Che tu mi segua in albergo. Dobbiamo parlare.”

Tool, detto il Gatto, non notò nemmeno che la donna era passata dal lei al tu con indifferenza. Decise che era meglio obbedire. Tanto, da quel momento in poi quel posto era off-limits, per lui.

Uscirono in silenzio. Solo dopo un po’, quando furono fuori, Tool udì dietro di sé la voce di Lucas.

“Ehi voi due, non avete consumato! Che me ne faccio di questo scotch e della birra, adesso? Ehi, Gatto! Guarda che io te li metto in conto ugualmente, fottuto bastardo!”

Tool si limitò a sputare per terra e continuò a seguire la donna.

 

Il giorno seguente, due figure impeccabilmente vestite scendevano dall’aereo delle East Coast Airlines che li aveva trasportati da Los Angeles a New York. La donna portava una valigetta ventiquattrore e indossava un tailleur grigio da manager. L’uomo era in giacca e cravatta, ma dava la chiara sensazione di sentirsi a disagio, in quell’abbigliamento. Trasportava due piccole valigie tipo bagaglio a mano. Salirono sul bussino che li condusse rapidamente al terminal. In breve sparirono oltre la grande vetrata del check-in. Senza aspettare i controlli uscirono dalla parte opposta e si diressero a una postazione di taxi.

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Lagos parte 2 2012-02-12 13:33:10 ab normal
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ab normal Opinione inserita da ab normal    12 Febbraio, 2012
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Yummy!

Si profila un'altro bel racconto del nostro maestro Gianluca, ottimamente scritto e coinvolgente ;)

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
una birra media gelata nella torrida estate

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Opinioni inserite: 2

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Lagos parte 2 2012-02-12 17:43:22 Frantumaj
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Frantumaj Opinione inserita da Frantumaj    12 Febbraio, 2012
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Vai così Gianlu'!!

Ecco la mia signorina!!

Mi lascerò andare ai sogni più sconci in attesa del destino che hai deciso per lei :D

Grande stile Gianlu'...sei in gamba!

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
Lingua di bue

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Pro e Contro

Pro
Gianluca quando si mette seriamente "sotto" è una sicurezza
Contro
dire che parti "da lontano" è un eufemismo :D Però mi piace questo racconto, sia chiaro
Risposte dell'autore

Ben tornato Fratè!!!
Aspetta aspetta che viene il bello...

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Lagos parte 2 2012-02-06 17:18:32 SirCredo
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SirCredo Opinione inserita da SirCredo    06 Febbraio, 2012
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Mmh...

Io aspetto ancora per dare un commento serio :D
Solo una curiosità, il cognome del Gatto l'hai pensato ascoltando i Tool...? (lo chiedo perchè mi sembri il tipo di persona che potrebbe farlo. Ed è un complimento...)

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
pasta al pesto di pistacchio

Consiglio

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Consiglio la lettura

Pro e Contro

Pro
Interessante e veloce come il primo
Contro
Questo è ancora l'antipasto, non il primo piatto :)
Risposte dell'autore

Grazie del complimento SirCredo... No, in realtà il nome Tool lo avevo scelto per il suo significato letterale, "attrezzo", in quanto il tipo è bravo con le mani... Ma mi fa piacere che ti sia venuto in mente. A proposito, ma le avevi "prese" tutte le citazioni musicali in Egò? ;-)))

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