
La Giostra di Mangiastorie è una rassegna animata di incipit dei nostri racconti, tratti dalla Dispensa dei Golosi. Attualmente abbiamo selezionato una saga molto divertente, quella di Nino Carulo, scritta dal mitico Sibilio. Un rapido carosello di parole tra le quali poter scegliere, per placare la tua fame di storie nuove ....
Lascia che gli incipit dei racconti scorrano liberamente sullo schermo, si alterneranno da soli come i cavalli di una giostra, seguendo intervalli da 20 secondi. Goditi lo spettacolo! Per leggere comodamente, lascia il cursore del mouse sul testo, e l'animazione andrà in pausa.
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Nino Carulo “Stavolta gli rispondo per le rime” pensò Nino mentre aspettava il suo turno fuori dall’ufficio del Direttore. Ogni lunedì mattina il Direttore convocava i suoi diretti sottoposti per un aggiornamento sull’andamento delle attività dei singoli reparti.
Quella mattina le urla del Direttore si udivano chiaramente nell’anticamera dell’ufficio. Il Direttore era a un passo dalla pensione ma non aveva nessuna intenzione di mollare le redini del comando.
Nino era un perito chimico, ma il suo sogno era stato diventare ingegnere. Aveva anche provato ad iscriversi all’università e aveva superato tre esami con voti scarsi, quindi aveva deciso che non era il caso di proseguire. Allora suo padre aveva contattato il Direttore, un caro buon vecchio amico di famiglia, che lo aveva sistemato in azienda.
Ogni volta che Nino faceva l’anticamera per andare al colloquio non riusciva a trattenersi dal muovere ritmicamente e freneticamente la gamba destra e le mani cominciavano a tremargli in maniera vistosa. Inoltre serrava e riapriva gli occhi con una frequenza di trenta, quaranta volte al minuto. I pensieri nella sua testa si accavallavano, cercava di giustificare ogni errore o svista che il capo avrebbe potuto rimproverargli e non ometteva di recitare qualche preghiera.
Anche quella mattina arrivò il suo turno e, non poco sudato che già faceva un odore acido, entrò nell’ufficio.
Il Direttore era un uomo di stazza, sempre ben rasato, i capelli ingrigiti ravviati da un lato e la cravatta sempre ben annodata, anche se l’abbinamento cromatico fra giacca e pantaloni era spesso discutibile.
“Vieni Nino, siediti”.
“Buongiorno dottore”.
“Ma che fai, mi dai del lei? Vuoi un caffè?”.
“No no grazie, è che ho la pressione alta e…”. Nino si ricordò che non aveva preso la mezza pasticca di beta-bloccante e cominciò a divenire preda di un’ansia che si autoalimentava.
“Nino io alla tua età avevo un metodo infallibile per abbassare le pressione ed era svuotare spesso le vesciche seminali. Chiedi a tuo padre quante volte…”. E si fermò come sovrappensiero.
Nino era stato un po’ spiazzato da quell’atteggiamento goliardico, decisamente insolito per i colloqui del lunedì mattina e abbozzò un mezzo sorriso di circostanza.
“Veniamo a noi,” riprese, “oggi non ho voglia di ascoltare i fallimenti del tuo reparto, ma devo chiederti una cosa importante e della massima riservatezza”. Nino si sentì, al tempo stesso, sollevato per lo scampato pericolo e orgoglioso per la fiducia che il Direttore stava riponendo in lui.
Terminato l’incontro il Direttore volle offrirgli un caffè alla macchinetta vicino al suo ufficio. “Quanto zucchero vuole?” chiese il Direttore che davanti ai colleghi gli dava del lei.
“No dottore, è che non prendo il caffè, sa… la pressione alta…”.
“Prenda un tè, allora”.
“Ecco sì prendo un tè, ci penso io dottore non si disturbi”. E schiacciò il tasto, ma la polvere di tè era finita, quindi la macchina erogò della semplice acqua bollente. Nemmeno zuccherata, perché lo zucchero è miscelato con il tè in quelle maledette macchine.
Nino se ne accorse immediatamente, ma che poteva fare? Dire al Direttore che non c’era il tè e che doveva offrirgli un’altra bevanda? E poi già gli aveva detto che non poteva prendere il caffè…
“Però per una volta forse non mi farà male” pensò, ma si ricordò che non aveva preso la mezza pasticca di Nalapress. Iniziò a sentire le prime gocce di sudore che gli imperlavano la fronte e il tremore delle mani iniziò a manifestarsi. Non aveva molto tempo per decidere, era una questione di secondi… Con la coda dell’occhio si accertò che nessuno lo stesse fissando. Il Direttore stava rispondendo al telefonino ma c’erano quei due che ridacchiavano.
“Non possono aver capito, staranno ridendo per fatti loro. Certo che se è capitato anche a loro prima di me e mi vedono bere che figura faccio? Però devo sbrigarmi altrimenti inizio a sudare sul serio e allora sono fottuto. Quasi quasi butto il bicchiere nel secchio e faccio finta che ho già bevuto... No, non ci crederebbe nessuno, lo sanno tutti che ho un po’ di colite e se bevo una cosa troppo calda devo correre in bagno… Se questo stronzo rimane ancora un minuto al telefono, lo butto e sono salvo”.
“Allora, ha finito questo tè?” chiese il Direttore riagganciando.
Nino bevve l’acqua bollente in un sorso.
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Nino Carulo al bancomat La mattina seguente Nino, come faceva quotidianamente prima di recarsi al lavoro, era a messa.
Il prete, però, si stava stranamente prolungando con la predica: non faceva che insistere sulla necessità del pentimento costante dei propri peccati a causa della imprevedibilità della morte. Questo prolungamento stava innervosendo Nino per due motivi: prima di tutto perché da buon cattolico aveva una paura fottuta della morte, e poi perché rischiava di arrivare in ritardo al lavoro.
“Cosa posso fare? Posso uscire prima che la messa finisca? E se poi non vale? Sono già le nove meno dieci e devo pure passare al bancomat. Magari esco e stasera mi fermo davanti alla statua di padre Pio e gli chiedo perdono”.
Così confabulando uscì dalla chiesa alla chetichella e si diresse verso il bancomat che stava dalla parte opposta della piazza. Arrivato a non più di cinque metri dalla banca si accorse che un vecchietto lo stava precedendo e che nemmeno con un’accelerazione improvvisa avrebbe potuto anticiparlo.
“Ma porco …” per poco non gli scappò una bestemmia. “Ora ci si mette anche questo vecchio rincoglionito, speriamo che si sbriga. Sei a un passo dalla morte e ancora prelievi. Perché non ti fai una bella assicurazione e lasci tutto a tuo figlio, come ho fatto io?”.
All’improvviso il malcapitato ebbe un momento di esitazione, poi si bloccò del tutto e cadde riverso in terra. Fulminato da un infarto.
Nino sentì il cuore rimbalzargli in gola, la bocca gli si asciugò e le tempie cominciarono a pulsare all’impazzata.
“Ma non è che gli ho fatto il malocchio? E se poi è stata colpa mia? Devo andare subito a confessarmi… ma il lavoro...”. Poi si fermò un istante e un pensiero quasi lo tramortì: “E se il vecchio è morto perché ha preso una scossa dal bancomat? In questo caso non dovrei confessare niente” si consolò, “però potevo esserci io al posto suo. Allora devo andare subito a ringraziare padre Pio per la grazia che mi ha fatto”.
E tornò in chiesa lasciando sul marciapiede il povero vecchio che ancora respirava impercettibilmente.
Però un pensiero lo turbava ancora: “Non può essere una coincidenza che don Carmelo stamattina parlava della morte e subito dopo mi vedo uno morire davanti agli occhi. Deve essere un segno della volontà di Dio. Oggi voglio fare un fioretto così Dio mi parlerà e mi illuminerà: non mangerò il pane a mensa”.
Nonostante il faticoso tentativo, il sacrificio gastrico non riuscì a rasserenarlo e il tarlo della morte imminente e improvvisa lo sfinì.
Nel pomeriggio, però, ricevette una telefonata risolutiva: “Prooonto – imitò ancora quell’attore… quello più basso di lui ma che aveva successo con le donne – ciao Ludo” salutò Ludovica, il capo della Logistica.
“Certo che questa Ludovica aveva proprio un bel culo quando era giovane. Dieci anni fa mi ero proprio innamorato ma lei non mi ha mai cagato. Certo adesso mi vedete un po’ così… sfatto, ma dieci anni fa praticamente ero un’altra persona” pensò.
“Ciao Nino” fece Ludovica con la sua voce piagnucolosa che a Nino sembrava una melodia di Vivaldi. “Sono stata incaricata di darti una notizia spiacevole: è morta la madre del Direttore generale. Il funerale è previsto domani mattina, magari ci andiamo insieme”.
“Ecco, lo vedi che avevo ragione? Lo sapevo che il Signore mi voleva ancora bene” pensò Nino esultando . “Ma non è che la cara Ludo ci sta provando? In effetti non mi sono mai esposto con lei, magari stasera le mando un messaggio”.
“Mi dispiace moltissimo” disse Nino. “Era ancora così giovane. Guarda, mi stai dando un dolore grande, proprio stamattina stavo raccontando ai ragazzi che ho assistito alla morte di un poveretto e mi sono venuti in mente i miei genitori. Mio padre comincia ad avere qualche disturbo nel ragionamento” disse e contemporaneamente pensò: “Non sarà mica ereditario? Forse dovrei fare degli accertamenti”, “mentre mia madre è solo un po’ grassottella ma è in salute. Comunque ti mando un messaggio stasera così ci mettiamo d’accordo” concluse.
E con la mente si spostò a Cuba dove beveva un cocktail in compagnia di una figona con un culo mai visto e una voce ammaliante.
Quella notte, però, Nino non riuscì a dormire a causa del solito sogno che gli si riproponeva ogni volta che durante la giornata il pensiero della morte lo aveva assalito: sognò di essere morto da tre giorni, come Lazzaro, e Gesù veniva a resuscitarlo. “Nino risorgi, – diceva il Maestro – alzati e cammina, te lo ordina il tuo Signore!”. Nessuna risposta. “Nino mi hai sentito? Ti ho ordinato di alzarti!”, gridava a voce più alta.
Alla terza chiamata, che già il pubblico cominciava a vociare, Nino spuntava timidamente dalla tomba: “Signore… sei proprio sicuro che posso uscire? E’ che sono tre giorni che non mi muovo… mi sento le gambe molli… E se poi succede che le gambe non mi reggono, cado e muoio un’altra volta? Non è che non mi fido di te… ma non potresti chiamare padre Pio che lui magari è più esperto? Sai io sono devotissimo, tutte le mattine lo prego…” e il sogno svanì.
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Nino Carulo al funerale Al funerale la disperazione sui volti di dirigenti ed impiegati contrastava nettamente con la compostezza del dolore dei familiari della defunta, ormai centenaria. Tutti avevano indossato il vestito buono, quello scuro da cerimonia e anche Nino indossava il completo gessato con la camicia bianca che aveva messo solo una volta al matrimonio del cugino Peppino con la cugina Isotta. La camicia aveva una piccola macchia di sugo che non era andata via neanche dopo il lavaggio in tintoria, ma Nino se ne era accorto solo quella mattina: “Domani vado da questi stronzi e gli faccio vedere io” aveva pensato, ma non aveva un’altra camicia che si adattasse all’occasione.
“Tanto la macchia sta in un punto che non si vede, basta che non mi tolgo la giacca” aveva detto mentre si vestiva.
Purtroppo il matrimonio di Peppino e Isotta era avvenuto sette mesi prima, in dicembre. “Tanto è di fresco-lana” pensava Nino “secondo me va bene, non dovrei sentire caldo”.
Sbagliò.
Il funerale si svolgeva all’aperto sotto un sole estivo di metà mattina. Così a cerimonia appena iniziata, Nino stava già evaporando, che si riusciva a vedere il fumo salire dalla testa incandescente.“Porco cazzo, mi sa che ho sbagliato a mettermi questo vestito” pensò mentre una mosca gli ronzava intorno, forse per abbeverarsi dal sudore che ormai gli colava copioso dalla fronte.
“Non posso neanche togliermi la giacca che ho questa macchia e farei mala figura. Speriamo che questo prete è rapido, d’altronde cos’ha tanto da dire: era una vecchia rincoglionita di cento anni, quanto ancora voleva campare?”.
Nel preciso istante in cui stava pensando queste cose si sentì un trillo di cellulare, la classica figura di merda che lo sfigato di turno fa in queste occasioni.
“Ecco il solito coglione” pensò Nino e scambiò un’occhiata beffarda con il collega vicino. Poi sussurrò: “Non c’è rispetto nemmeno per i morti”.
Un altro squillo e nessuno rispose. Al terzo squillo si girò di nuovo verso il collega e vide che lo fissava con un sorriso a mezza bocca.
“Cazzo, avevo tolto la vibrazione ma non la suoneria!” pensò allarmato Nino.
“Come devo fare adesso?” Provò a spegnerlo ma il tremore delle mani gli impedì di aprire lo sportelletto e schiacciare il tasto.
Quarto squillo, volume leggermente più alto.
“E’ tutta colpa di mio figlio che si è messo a giocare con questo coso e mi ha impostato la suoneria a volume crescente” pensò ormai nel panico. “Non posso nemmeno uscire che quella Ludovica si è voluta sedere praticamente sotto all’altare e logicamente l’ho dovuta accompagnare. Signore perché non mi aiuti? Mi pento di aver desiderato Ludovica, ti prometto che non lo farò mai più”.
Al quinto squillo sembrava di essere in discoteca. Il fazzoletto di Nino non assorbiva più il sudore, tanto era fradicio. Ormai solo la defunta non si era accorta della musica.
“Ora mi gioco tutto” pensò Nino e con un colpo di polso aprì il cellulare e riuscì a spegnerlo. Distribuì qualche mezzo sorriso a destra e a manca e incrociò lo sguardo di Ludovica che lo incenerì.
Quando uscirono dalla chiesa il Direttore si avvicinò a Nino e gli sussurrò: “Nino, quando torni in azienda passa nel mio ufficio che devo darti un incarico importante”.
“Certamente dottore… vuole che la accompagno, ho la macchina proprio qui…” rispose Nino che gongolava per questo momento di intimità che si era creato con il Direttore. “Chissà cosa vorrà dirmi, magari c’è in vista una promozione” sognò Nino, “sarebbe pure ora! In tutti questi anni ho dato molto all’azienda.”
“Ma non era venuto con la Franceschini?” lo interruppe il Direttore.
“No, no dottore. La dottoressa Franceschini ha la sua macchina” mentì Nino, pensando “se non la accompagno mi evito pure questa figura di merda con la Ludo che, dopo quello che mi è successo oggi, di sicuro sarà incazzata con me”.
“Non si preoccupi Carulo” riprese il Direttore tornando alla formalità, l’autista mi sta aspettando.
“Speriamo che la Ludo non mi ha sentito sennò potrebbe pensare male…” non fece in tempo a formulare il pensiero che vide Ludovica salire sulla macchina della sua amica Teresina, mentre gesticolava furibonda all’indirizzo di Nino.
Così Nino fece ritorno in azienda da solo, sulla sua fedele Peugeot Talbot del 1988. La macchina era di colore marrone chiaro, fra il nocciola e l’arancio pallido, motore diesel prima maniera, di quelli che bisognava lasciare scaldare cinque, dieci minuti prima di partire. Come tutti i diesel di una certa età, anche la Talbot di Nino emetteva il classico, terribile fischio della cinghia di distribuzione indurita dal tempo. Avrebbe dovuto cambiarla già da un anno, ma aveva sempre rimandato un po’ per la sua indolenza e un po’ perché sperava in una promozione con annessa concessione di auto aziendale.
“Vuoi vedere che questa è la volta buona? Forse finalmente il Direttore ha deciso di mollare quella poltrona, che ci sta attaccato come una cozza, e vuole offrirmi il suo posto” fantasticava Nino durante il tragitto. E già si immaginava di viaggiare sulle strade de L’Avana con una decappottabile fiammante con gli interni in pelle e le borchie cromate. Fu riportato alla realtà da un tir che si immise sulla sua corsia senza dargli la precedenza, che per poco non lo travolse.
“Questo deficiente!” urlò Nino. “Adesso prendo il numero di telefono e ti becchi una bella denuncia!”. Ingranò la terza e poi la quarta, la Talbot tossì e sputò veleno dal tubo di scappamento, ma riuscì lo stesso a farsi sotto al tir che aveva una targa straniera, dell’Europa dell’est e, ovviamente, nessun numero di telefono visibile.
Giunto ormai a poco più di due metri dal tir, Nino fu colto da illuminazione celeste: “Signore e padre Pio vi offro questa mia incazz… arrabbiatura ma aiutatemi ad avere questa promozione secondo la vostra volontà”.
Pregando e sognando giunse a destinazione.
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Nino Carulo a mensa Il turno per il pranzo in mensa era fissato per le dodici e trenta per il reparto di Nino, ma lui cominciava a scalpitare già un’ora prima. “Ragazzi non potete capire che fame ho oggi. Solo che devo mettermi a dieta” ripeteva quasi quotidianamente ai suoi collaboratori, esibendosi in ampi e disarticolati sbadigli.
Arrivato davanti al vetro che divideva il vassoio dalle cibarie, però, Nino cominciava ad osservarle con cura e poi chiedeva una porzione abbondante, dimenticandosi dei propositi di dieta formulati appena mezz’ora prima.
Una volta aveva fatto una scenata per via di una mozzarella che secondo lui pesava meno di quanto era scritto sull’etichetta: “Adesso la porto in reparto e la peso con una bilancia di precisione e se ho ragione, lei passerà un brutto quarto d’ora” aveva minacciato.
Effettivamente quella volta aveva ragione e casualmente aveva scoperto una truffa ai danni dell’azienda, tanto che i colleghi lo avevano invitato a denunciare l’accaduto. Ma la pietà cristiana aveva avuto il sopravvento: “Non mi va di rovinare la vita di una persona” aveva detto a tutti, che nella sua testa si traduceva: “Il Direttore mi dice sempre di stare manzo che prima o poi arriverà il mio momento”.
La conseguenza della faccenda era stata che, per protesta, Nino non aveva più mangiato a mensa per i successivi quattro mesi. Della protesta non si era accorto nessuno, ma per la sua assenza tutti si erano sentiti sollevati.
Quel lunedì era al tavolo con i suoi collaboratori e aveva quasi finito di ingollarsi il panino che aveva preparato unendo una bistecca ai ferri, l’insalata, una bustina di ketchup e una di maionese, quando sopraggiunse il Direttore che prese posto a quello che i dipendenti chiamavano “il tavolo dei grandi”, che solitamente era occupato dai manager.
Nino lo salutò e notò che era solo.
“Cosa devo fare adesso?” pensò. “Di certo non posso lasciarlo pranzare da solo perché sicuramente ha notato che ho quasi finito e di certo si aspetta che gli faccio compagnia. Però non posso mica fare la figura del leccaculo”.
Il collega Mentola, che sedeva al suo fianco, si era accorto immediatamente dell’incertezza di Nino perché aveva notato lo rapidità con cui il suo sguardo era passato dal Direttore alla mela che aveva appena iniziato a sbucciare. Il perfido Mentola, allora, rallentò vistosamente le operazioni per gustarsi la scena.
“Maledetto!” pensò Nino e la gamba destra iniziò a tremare coinvolgendo nel movimento tutto il tavolo. Anche le palpebre iniziarono il loro balletto e una gocciolina di sudore comparve sulla tempia destra.
“Se solo questo stronzo si sbriga a mangiare quella fottutissima mela non sono costretto a fare questa mala figura” quasi digrignò.
“Queste mele fanno veramente cagare, io non le mangio mai perché sei costretto a buttarne metà”. Con questa battuta Nino cercò di convincere Mentola ad abbandonare il frutto che, infatti, era mezzo marcio.
“Io preferisco la frutta matura a quella acerba” ribattè il Mentola che ormai tratteneva a stento il godimento.
“Dovresti stare attento perché ho letto che la frutta matura può contenere delle sostanze nocive” disse Nino.
“Dove lo hai letto, sull’etichetta della marmellata?” sbottò il Mentola, ma quasi non fece in tempo a finire la battuta che un pezzo di mela gli andò di traverso e iniziò a tossire violentemente e il viso gli divenne paonazzo.
Immediatamente i colleghi cercarono di soccorrerlo dandogli vigorose pacche sulla schiena e tentando, infine e con successo, la manovra di Heimlich.
Nino, invece, approfittò della situazione di confusione per lasciare il suo tavolo e raggiungere il Direttore pensando: “Ride bene chi ride ultimo”.
“Nino, non ti avevo visto. Hai fatto il lavoro che ti avevo chiesto?” domandò il Direttore che mangiava tranquillamente e non amava essere importunato.Il Direttore era un professionista della mangiata e, in quanto tale, concepiva il pranzo come un rito, un cerimoniale che andava rispettato meticolosamente, a partire dall’immancabile tovagliolo a protezione della camicia. Ogni forchettata e colpo di coltello erano vibrati con sapienza e ogni boccone era masticato trentadue volte, come prevedono le linee guida gastro-entero-galateologiche.
Ma il Direttore dava il meglio di sé nell’esecuzione della scarpetta che non mancava mai dopo primo e secondo piatto: innanzitutto tagliava dei pezzetti di pane quadrati di tre centimetri di lato e poi ne afferrava uno con la mano destra, con il pollice opposto all’indice e al medio. A quel punto eseguiva un movimento lineare e deciso dal centro alla periferia del piatto, prima di rovescio e poi di dritto in maniera da bagnare entrambe le facce del pane, quindi portava la preda alla bocca e la divodava come un tritaossa.
“Sì dottore, ci sono stato stamattina e mi sembra tutto regolare” rispose Nino.
“Allora smettila di fissarmi e lasciami in pace” riprese il Direttore.
“Certamente dottore” concluse Nino e lasciò la mensa.
Era consuetudine che gli impiegati si fermassero cinque, dieci minuti per prendere un caffè alla macchinetta dopo la pausa pranzo. Nino ne approfittava per passarci una buona mezz’oretta. In quelle occasioni Nino dava il meglio di sé perché si creava quella commistione fra operai e "colletti bianchi" di cui si approfittava per dare sfogo alla sua repressa necessità di rivalsa sociale. In particolare ci teneva che gli operai lo vedessero come uno che ha qualche potere e che può permettersi di criticare i capi senza timori. “L’altro giorno sono stato alla villa del Direttore” esordì Nino. “Si sta costruendo un campo da tennis. Lo farà solo per gli ospiti, visto che è praticamente un capodoglio e secondo me non ha mai toccato una racchetta in vita sua.” E proruppe in una risata sguaiata.
“Ma che… t’aveva invitato?” chiese Picchiatelli, l’elettricista.
“Ma quando mai… Sono andato a dare una controllata ai lavori, che me lo aveva chiesto il Direttore” rispose Nino.
“Ovvero sei andato a leccare il culo” risuonarono i cervelli dei presenti.
“Sei passato ad incarichi prestigiosi!” esclamò una voce alle sue spalle: era il Mentola che, di ritorno dal pranzo, si era fermato a pochi passi dal gruppetto.
“Dove vai in vacanza quest’anno, Nino?” gli chiese il Mentola desideroso di vendicarsi dell’episodio della mela. “Dalle tue parti ci sono delle isole bellissime. Probabilmente le conosci a memoria”.
“Questo stronzo vuole farmi fare mala figura. Quante volte gli ho detto che non ci sono mai stato? E’ che mi vergognavo della mia pancia sennò ci andavo. Cosa ci posso fare se ho le ossa grandi e accumulo il grasso sui fianchi?” pensò Nino. “Andrea, cosa prendi?” chiese il Mentola rivolgendosi ad un altro collega.
“Un caffè, grazie” rispose Andrea che attese il suo turno.
“E tu Nino? Dai che offro io. La solita acqua calda?”
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Nino Carulo e la chianina Quella mattina Nino doveva ricevere una visita da parte di Michele Arenante, un fornitore con cui doveva discutere dell’acquisto di alcune parti elettroniche concordato con il Direttore.
Come al solito, stava alla sua scrivania con i piedi sul tavolo e la sedia reclinata a fantasticare di avventure erotiche ai Caraibi, ora che aveva saputo che suo cugino Tuzzo aveva conosciuto una cubana durante il suo ultimo viaggio.
“Certo ha un po’ il tipico naso a forma di culo” pensava ricordando la foto che il cugino gli aveva mostrato il giorno prima, “ma è veramente una strafica. Quasi quasi a Natale me ne vado anch’io a Cuba, magari sfrutto finalmente queste Millemiglia prima che l’Alitalia vada definitivamente a picco”. Mentre formulava questi pensieri suonò il campanello e Arenante entrò.
“Carissimo Michele” esordì. Poi scavallò le gambe e con un colpo di reni raddrizzò lo schienale della sedia. Non si era accorto, però, che i fili del telefono e del computer erano giusto sotto alle sue ginocchia, perciò provocò la caduta del primo e per poco non mandò in frantumi il pc aziendale.
“Porco cazzo” pensò. “Non sai quante volte gliel’ho detto alla signora delle pulizie che non mi deve impicciare i fili” si giustificò.
Nino conosceva Michele da parecchi anni, ormai, e lo considerava praticamente un amico nonostante più volte gli avesse rifilato materiale scadente ad un prezzo esagerato. “Che mi frega” aveva pensato Nino nei rari casi in cui se ne era accorto “Mica sono soldi miei. E poi se posso fare un favore a un amico…”.
Questa volta Arenante doveva piazzare dei transistor thailandesi che giacevano in magazzino da due anni e nessuno aveva voluto, ma glieli aveva spacciati come gli ultimi ritrovati della tecnologia giapponese.
“Buongiorno Nino, come andiamo?” disse.
“Allora Michele quando mi porti queste famose bistecche chianine, che il Direttore me le ha chieste già tre volte?”. Incidentalmente, infatti, Arenante aveva uno zio macellaio in Val di Chiana e ogni tanto riforniva di lombi e costate i suoi clienti più affezionati.
“Te le porto la settimana prossima. Avete già ordinato quei pezzi? Guarda che ho richieste da mezza Europa e se non ti sbrighi dovrai aspettare parecchio per averli”.
“Non ti preoccupare caro” rispose Nino. “Ho lavorato per te. Il Direttore li aveva messi in priorità 2 e mi sono dovuto litigare per farglieli acquistare immediatamente. Secondo me il Direttore è veramente un coglione e non è minimamente in grado di riconoscere un vero affare. Certe volte mi chiedo come ha fatto ad arrivare così in alto”.
In quel momento squillò il telefono. “Prooonto” fece Nino cercando di imitare la voce di quell’attore americano, quello basso ma che aveva sempre avuto un gran successo con le donne, di cui non ricordava mai il nome.
“Dottore mi scusi… non l’avevo riconosciuta… Devo venire da lei immediatamente? Salgo subito… C’è qui Arenante che mi stava parlando delle chianine”.
“Ma chi è?” disse la voce all’altro capo. “Ah sei tu, Nino. Ho sbagliato numero.” e riattaccò.
Nino rimase qualche secondo in ascolto, poi disse “Certo, certo come avevamo stabilito. Arrivederci. Ha detto di salutarti” mentì riattaccando.
Dopo pochi secondi il trillo del campanello lo trasse d’impaccio: era la dottoressa Marelli dell’ufficio relazioni con il pubblico. La Marelli era sulla trentina, capelli rossi a caschetto, occhi celesti, labbra carnose e un fisico da paura. Inutile dire che la mandria di dipendenti maschi le sbavava dietro e Nino non poteva essere da meno.
“Buongiorno dottor Carulo. Forse disturbo, vedo che è impegnato”.
“Bonjour carisssssima dottoressa! Lei non disturba mai, vero Michele?” disse Nino alzandosi precipitosamente dalla sedia e inciampando con l’addome prominente sullo schermo del portatile. Arenante annuì timidamente.
“No, è che devo chiederle alcune cose, magari le telefono così quando ha un buco posso passare con più calma”.Il tempo si fermò.
L’ingenua Marelli non poteva sapere che alcune parole scatenavano nel cervello di Nino una ridda di pensieri e sensazioni primordiali e incontrollabili; la parola “buco” pronunciata da quelle labbra lucide esaltate dal lip gloss era inevitabilmente una di queste.
“Dottoressa, voi donne siete le esperte di buchi... al vostro buon cuore…” disse Nino gongolando.
Il sangue della Marelli coagulò.
Arenante finse un trombo ai polpacci e si piegò verso la borsa in cerca di una dose di curaro con cui porre fine al suo imbarazzo.
Nino si beò per qualche secondo. Quindi la Marelli si riprese e si congedò frettolosamente.
“Quella Marelli mi fa proprio sangue. Che ne dici Michele?” proruppe Nino.
“Beh è una bella ragazza…” balbettò Arenante, “però… forse hai un po’ esagerato”.
“Che ti devo dire? Io sono un tipo schietto”.
“Forse l’aggettivo ‘coglione’ si adatta meglio alle sfumature del tuo carattere” pensò Arenante.
Nino riprese la sua posizione con i piedi sul tavolo e lo schienale reclinato e cominciò a sognare un’improbabile cubana con i capelli rossi e gli occhi celesti.
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Nino Carulo e Christine I colleghi la chiamavano Christine. Come Christine, la macchina infernale, quella del film. Alcuni si erano spinti a Generale Lee, la fuoriserie dei cugini Duke di Hazzard. Era la fedele Talbot cammellata di fine anni ’80, un diesel di quasi due tonnellate di stazza duro a morire: cinquecentomila chilometri e sentirli tutti! Rumorosamente.
Non è che Nino fosse particolarmente affezionato a quel ferro e certamente non avrebbe avuto difficoltà ad acquistare una macchina nuova, visto che godeva di un generoso stipendio. Stava aspettando pazientemente che gli fosse concessa l’auto aziendale: “ Il Direttore me l’ha promessa” si ripeteva spesso. E rispondeva così anche ai colleghi che gli facevano notare che l’azienda non attraversava un buon momento e che il periodo dei benefit era da considerarsi ormai trapassato.
Ma Nino credeva nella parola data.
Una volta il collega Mentola gli fece notare che le ruote posteriori convergevano spaventosamente invece di essere perpendicolari al suolo e ricordavano un po’ la vecchia Ape Piaggio 50.
“Ma no… deve essere perché ho fatto da poco la convergenza!” rispose Nino. “Se guardi bene anche la tua ce le ha così”. Ma intanto pensava: “Porco cazzo, devo andare dal mio cugino meccanico. Ma tanto devo fare la revisione fra sei mesi, posso anche aspettare”. Il cugino meccanico si trovava a trecento chilometri da casa di Nino ma lui ci andava, sosteneva, per risparmiare i 70 euro dell’operazione. A chi gli faceva notare che più o meno li spendeva per il gasolio e che 70 euro una volta ogni due anni non era poi un esborso così pingue rispondeva che con quel gioiellino faceva ancora più di venticinque chilometri al litro, anzi al l’itro, per scriverla come lui. La realtà era che andava lì solo perché suo cugino aveva già belli e stampati i risultati della revisione ancora prima che Nino e Christine mettessero piede e ruota nell’officina.
Intanto, però, il tempo passava e la macchina aziendale si stava trasformando in un’utopia. Perciò Nino, suo malgrado, dovette iniziare a cercare un’auto per sostituire Christine. Ma non voleva un’auto qualunque: lui si definiva un “alfista” e voleva solo quella: l’Alfa Mito.
Rossa.
Usata, s’intende.
Una volta Arenante, l’amico delle chianine, gli aveva permesso di guidare la sua Alfa, dopo un lungo e insistente martellamento. Subito Nino aveva indossato i guanti di pelle da pilota, quelli con le dita mancanti e aveva assunto la posizione di guida del manager rampante: busto piegato a destra con inclinazione di quarantacinque gradi, polso sinistro appoggiato sul volante a ore dodici con mano penzolante, mano destra sul pomello del cambio e occhi socchiusi con sguardo ammiccante. Si era calato nel personaggio talmente tanto che la mano destra gli era scivolata sulla gamba di Arenante. Solo un sonoro :”Ma che cazzo fai!” aveva posto fine alle sue fantasie erotico-alfiste.
Intanto, sebbene non ne avesse bisogno, aveva preso un finanziamento da ventimila euro che aveva cominciato a rimborsare molto prima dell’acquisto dell’auto, tanto per essere sicuro di avere i soldi a disposizione: aveva acquistato denaro, insomma, come un vero broker.
Aveva passato giornate intere su internet sul portatile aziendale a caccia di una buona offerta su ogni sito specializzato in tutta Italia. Questo lavoro era intervallato con un po’ di svago che si concedeva al simulatore di locomotiva del Frecciarossa che si era fatto installare sul pc. Un gioco che gli dava l’ebbrezza della velocità unita alla responsabilità, solo virtuale per fortuna, della vita di centinaia di persone. In realtà il suo intervento sul programma era minimo: decideva la tratta e cliccava su “START”. Poi poteva anche appisolarsi e spesso lo faceva, sognando qualche collega in uniforme da hostess (un berretto verde e uno striminzito perizoma con la scritta: ”Attenzione, state per entrare in galleria” sull’elastico intorno ai fianchi) che lo sollazzava in cabina.
Ma il duro lavoro alla fine aveva dato i suoi frutti: dopo tre mesi (e tre rate del finanziamento rimborsate) aveva trovato finalmente l’oggetto dei suoi desideri in un concessionario sperduto fra le Alpi Carsiche. La trattativa era stata estenuante, ma alla fine l’affare era praticamente concluso, mancava solo la firma. Solo che il giorno prima della firma con un’email il concessionario gli aveva comunicato che l’auto era stata appena venduta. “Ora questo si becca una bella denuncia!” aveva tuonato Nino raccontando la vicenda ai colleghi durante la pausa caffè “Eppure eravamo d’accordo che metà la pagavo in nero”.
“E allora per che cosa lo denunci?” chiese Mentola “Per mancata truffa?” generando una risata collettiva.
“Dai non te la prendere. Piuttosto ho visto che hai messo in vendita Christ… ehm… la tua Talbot” riprese Mentola. Da qualche giorno, infatti, Nino aveva appeso un foglio con la scritta “SI VENDE.” sul lunotto posteriore di Christine, anche se risultava mezzo coperto dalla luce del freno che penzolava dalla capote.
“C’è un collega dell’ufficio recupero crediti che è interessato. Quanto vuoi?”
“Solo perché è un collega e non mi va di speculare, facciamo quattrocento euro” rispose Nino.
“Adesso lo chiamo e gli dico di scendere”.
“Vuoi vedere che mi ripago un paio di rate del finanziamento? Ma se ora la vendo e non ho ancora la macchina nuova, come vengo al lavoro? Potrei chiedere a Ludovica che è di strada e magari la sera, che ora comincia a fare buio presto, ne approfitto per vedere se ci sta…”. Mentre Nino fantasticava e con la mente era già al distributore automatico di preservativi e cominciava a sudare perché quel maledetto aggeggio non prendeva i cinque euro in nessun verso e rischiava di essere visto da qualcuno, scese le scale il candidato acquirente con in mano una banconota da cinquecento.
Bella. Viola. Grande.
Ma quanto era grande ‘sta banconota? Quasi un foglio A4!
“Ma non è che per caso che mi stanno prendendo per il cul…”. Nino non fece in tempo a formulare il pensiero che i colleghi proruppero in una grassa e sguaiata risata.
“Ce dovevi scrive: SI BUTTA e no SI VENDE”.
“Ce l’hai cento euro di resto?”
E giù grosse pacche sulle spalle.
Proprio in quell’istante si materializzò l’imponente figura del Direttore. Le risate si interruppero di colpo.
“Che succede qui? Dottor Carulo, venga nel mio ufficio che dobbiamo parlare di una cosa importante”.
Nino raccolse gli occhiali che le manate dei colleghi avevano fatto cadere e li inforcò, anche se erano ormai sbilenchi a causa dell’impatto con il pavimento e una lente era irrimediabilmente incrinata. Si aggiustò la camicia, e ancora rosso in viso rispose: “Arrivo dottore”.
E girandosi verso i colleghi mentre seguiva il Direttore sulle scale, allargò le braccia, alzò le spalle e un mezzo sorriso gli comparve sulle labbra: “La prossima volta offro io, ragazzi”.
-
Nino Carulo ad Atene Non aveva mai viaggiato che per lavoro. Non è che si potessero definire esattamente viaggi di lavoro. Se li organizzava da solo con il beneplacito del Direttore e di tutti quelli che se lo toglievano dalle scatole per qualche giorno, una volta ogni tanto. Ma non andava mai da solo, portava sempre qualche collega con sé, maschio, con cui fantasticava di compiere bravate goliardiche.
Quella volta Nino aveva scelto di farsi un bel viaggio spesato ad Atene dove aveva trovato, girovagando su internet, un’azienda che poteva essere interessata ad una collaborazione.
All’imbarco sul Boeing 737 disse al Mentola, il prescelto suo malgrado: “Questo lo potrei guidare anche io, con il Flight Simulator ho fatto migliaia di traversate”. “La differenza è che qui devi stare sveglio mentre l’aereo vola” rispose Mentola.
Forse per questa pretesa familiarità con lo chassis degli aeromobili, Nino si sentiva a casa negli aeroporti, specialmente a Fiumicino. Si muoveva con disinvoltura tra check-in e imbarchi, conosceva al millimetro le dimensioni consentite per il bagaglio a mano e, naturalmente, conosceva la maggior parte dei ristoranti e fast food. Entrava talmente nel personaggio che per lui non si diceva: “siamo a Fiumicino”, ma “siamo su Fiumicino”, come se la sua prospettiva fosse quella di un’aquila. O di una quaglia. Sì, perché la baldanza e il coraggio diminuivano paurosamente al momento del rollio in pista, quando i motori raggiungono il massimo della potenza, i freni vengono mollati e l’accelerazione ti schiaccia sul sedile. In quell’istante Nino si guardava intorno furtivamente, portava la mano destra alla fronte abbassando leggermente la testa in maniera che il percorso fosse più breve, quindi meno visibile, e segnava il suo viso con una piccola croce al padre (meglio se Pio), al figlio e allo spirito santo. Quindi giaculava qualcosa sommessamente, senza voce ma con un leggero movimento delle labbra, perché la preghiera detta solo con la mente non è valida. Lo diceva sempre anche don Carmelo che non bisogna vergognarsi di pregare perché altrimenti, l’ultimo giorno, anche Dio si vergognerà di noi. Quella volta il Mentola avrebbe giurato di averlo visto inanellare anche qualche ave maria sgranando l’anello-rosario che portava al posto della fede nuziale.
Durante il volo non riusciva a dormire anche perché sceglieva sempre il posto che le statistiche (!?) davano come il meno rischioso in caso di incidente e cioè quello vicino all’uscita di emergenza, proprio in corrispondenza dell’ala. Peccato che sia anche il più maledettamente rumoroso.
All’atterraggio, come spesso succede sui voli pieni di Italiani, Nino era uno degli iniziatori dell’immancabile applauso al pilota, anche quando le condizioni atmosferiche erano ideali e in volo non c’era stato nessun inconveniente, nemmeno una minima turbolenza.
Quella volta ad Atene erano a cena con il Mentola in un ristorante ai piedi dell’Acropoli.
“Una volta ci voglio proprio andare a vedere questo Partenone che il Direttore mi ha detto che è bello” aveva detto Nino prima di ordinare bistecca, patatine e un’insalata greca con feta di contorno.
Alla fine della cena presero un taxi che doveva ricondurli all’albergo. Il tassista aveva inquadrato la situazione in un secondo: “Voi Italiani?”
“Come ha fatto, che neanche ci ha sentito parlare?” chiese Nino.
“Io stato Italia tante volte. Voi avete bellissime donne”
“Eh…” sospirò Nino.
“Io adesso porta in posto con belle donne. Paga poco. Beve e vede belle donne.”
“Nino, sta per arrivare l’inculata” avvertì il Mentola.
“Ma no, dai. Andiamo a divertirci un po’. E poi mi sembra un brav’uomo, non ci tirerebbe mai una fregatura”.
Arrivarono davanti a un locale senza insegne, qualche luce soffusa e una sagoma indistinta, scura, nascosta nel buio. Sembrava un guardaroba.
Il tassista scambiò due parole con quello che doveva essere il buttafuori e disse: “Buon divertimento. Quando finito lui chiama taxi e porta albergo.”
“Te lo dicevo che era un brav’uomo. Grazie amico”.
Il locale era arredato con divanetti semicircolari con l’apertura orientata verso il centro della sala in cui spiccava un palo di lap-dance. Non c’erano ballerine quella sera, era un lunedi, pochi clienti, qualche specchio e un odore dolciastro misto a fumo di sigaretta.
“Certo da noi è meglio che non si può fumare nei locali” esordì Nino.
Immediatamente due signorine si avvicinarono e li invitarono ad un tavolo. Erano una quarantenne sfatta, di sembianze sudestasiatiche e una giovane dell’est Europa, alta, mora, entrambe in abiti minimi. La quarantenne sedette vicino a Nino, l’altra praticamente in braccio al Mentola e si scambiarono qualche battuta metà in inglese, metà in italiano.
“Ci hanno mandato pure due che parlano italiano, stanno per fotterci” il Mentola non riuscì a finire la frase che Nino pronunciò l’unica frase che non bisogna mai pronunciare in una situazione del genere: “Can we offer something to drink?”.
Un ologramma sarebbe comparso in un intervallo di tempo più lungo di quanto non fece il barista, un vecchio gobbo con capelli unti e barba incolta, che si presentò al tavolo con una bottiglia di champagne e quattro bicchieri. Il tappo saltò e le due ragazze bevvero prima che Nino e il Mentola realizzassero l’accaduto.
Quindi Nino, che era astemio, ordinò una sprite.
Non passarono due minuti che il vecchio si ripresentò e fece saltare un altro tappo.
Fu solo lì che Nino capì che stavano correndo un pericolo: “Forse è meglio se ce ne andiamo” disse e chiese il conto.
“Ora ci fanno piangere” notò il Mentola.
“Si ma adesso mi sentono. Noi non abbiamo ordinato niente, hanno fatto tutto queste due puttane”.
“700 euro??” Nino protestò con il barista: “Is not right! We don’t… come si dice ordinare… ordin nothing”.
“E’ tutto in regola. Fuori c’è il menu” chiosò il barista che fece un cenno con la mano verso l’uscita.
“Ah lei parla italiano, bene. Veda, noi non abbiamo ord…” in quell’istante un cono d’ombra si allungò alle spalle di Nino che intanto gesticolava all’indirizzo del vecchio.
“Ehm… Nino, lascia stare. Paghiamo e andiamocene” brillò di saggezza Mentola.
“No, io volevo dire che non è giusto. Le signorine hanno ordinato da sole…”
L’oggetto che produceva il cono d’ombra si spostò e si palesò agli occhi di Nino: era il guardaroba che stava all’entrata, un negrone alto due metri e largo uno, senza testa. Cioè nei due metri non era compresa la testa che, del resto, Nino nemmeno riusciva a vedere.
“Ecco stavo dicendo che non abbiamo contanti con noi” disse Nino “ma se ci accompagnate ad un bancomat... Però io posso preve… prelie… previeliare solo 600 euro” balbettò sconnesso Nino.
“Saranno sufficienti” chiuse il vecchio.
Nino uscì accompagnato dal guardaroba. Il bancomat era strategicamente a pochi metri dal locale.
Durante il tragitto Nino cercò di far valere tutte le migliori doti dialettiche che la natura generosamente concede e l’istruzione altrettanto munificamente raffina nella stragrande maggioranza di noi italiani: “Ehmm… mister… I am agree… but my colleague is stupid… in Italy I have a car … quasi… new… this is a foto. E tirò fuori la foto che aveva fatto alla sua Talbot
con la scritta SI VENDE. I can… porco cazzo come si dice regalare… we can trov… find… come si dice accordo… and I go away”. Il negrone prese la foto e la accartocciò.
Il cervello del Mentola non ha mai registrato quei due minuti nel locale ad aspettare il ritorno di Nino.
Saldato il conto, il vecchio chiamò un taxi e i due fecero ritorno in albergo.
“Se lo sa mia moglie, questa volta chiede il divorzio” disse Nino sul sedile del taxi.
“Ma che vi siete detti mentre andavate al bancomat?” domandò il Mentola.
“Ma niente. Quello non parlava inglese, questi greci sono rimasti indietro. Ho provato a chiedergli uno sconto, di fare pagare solo me che in fondo è stata colpa mia che ho insistito per andare nel locale, ma non c’è stato verso”.
“Ah si? E la foto accartocciata di Christ… della tua macchina che ti ha tirato addosso?”
“Quando ho aperto il portafogli l’ha vista e la voleva comprare ma ha detto che era troppo piccola per lui”
“Ma non avevi detto che i greci non parlano inglese?”
“E quello mica era greco? Non hai visto quanto era alto? I greci sono più bassi di noi. E poi che mi frega? Ho pagato con la carta aziendale”.
-
Quashquai E alla fine il giorno arrivò.
Mesi di attesa, notti insonni popolate da incubi metalmeccanici, notizie di scioperi con relativo fermo delle catene di montaggio che provocano ritardi nelle consegne, rate di finanziamenti pagate a vuoto, ore di telefonate con i concessionari più sperduti, anticipi versati e mai restituiti, ne aveva passate di tutti i colori, ma ne era valsa la pena.
Ora lei era lì.
Davanti a tutti.
La sostituta di Christine.
Era l’occasione che Nino aspettava da mesi, la sua rivincita contro chi lo aveva sbeffeggiato il giorno in cui quel “coglione, ma tanto lo sapevo che alla fine ti licenziavano” lo aveva illuso con la storia della banconota falsa da cinquecento euro con cui voleva acquistare la vecchia Talbot.
Sì, perché Nino questa volta aveva fatto le cose in grande. Giacca di velluto color bignè su pantaloni blu, aveva organizzato un rinfresco per la pausa caffè della mattina e non aveva badato a spese: paste fresche, tramezzini e una bottiglia di Cinzano di colore blu sinistramente simile a quella contenuta nel pacco dono natalizio aziendale.
“Tanto chi vuoi che se ne accorge, nessuno li apre mai questi pacchi da pezzenti. Voglio proprio vedere che faccia farà la Ludo quando vede la macchina. Stavolta un giro me lo deve permettere e allora io…” sognava gongolante in corridoio, ma…
BAM!!!
SQUELCH!!!
CRASH!!!
In un eccesso di fiducia nelle sue presunte capacità di giocoliere, mentre con una botta d’anca spalancava la porta che conduceva alla saletta ricreativa, perse l’equilibrio e rovesciò i due vassoi e la bottiglia, che teneva tutti con una mano, tanto si sentiva sicuro di sè. Legge di gravità universale e legge di Murphy si accordarono per far cadere i due vassoi uno sull’altro rendendone il contenuto inutilizzabile e per mandare in frantumi la bottiglia: “Cazzo, mi pensavo che era di plastica” fu il primo commento di Nino.
“E adesso come faccio? Non posso mica dire a tutti che hanno sbagliato giorno. Sono due settimane che invio email a tutti, l’ho messo anche sul calendar di Outlook. Forse potrei mandare presto presto un messaggio a tutti dicendo che stamattina mentre scendevo dal letto mi sono fatto male a un piede e sono rimasto a casa. No, non posso, in portineria mi hanno già visto e poi questa scusa l’ho già usata”.
Mentre escogitava una scusa plausibile, si avvide di qualcosa nella saletta ricreativa che poteva salvarlo e il suo cervello guizzò d’ingegno. Ma aveva bisogno di qualche minuto e monetine, tante monetine. Come un missile uscì dalla stanza, imboccò le scale, mise un piede in fallo, cadde e si rialzò (“Non potevo cadere a casa così avevo la scusa per non venire?”), guadagnò l’uscita e si diresse al bar più vicino. Ordinò un cappuccino e lo bevve d’un fiato, rischiò la perforazione dell’esofago, pagò con una banconota da cinquanta euro, pretese il resto in monetine, uscì.
Tornò indietro, aveva dimenticato di acquistare una bottiglia di spumante. Non badò a spese: prese un Berlucchi da quarantacinque euro. Pagò rischiando di rimanere di nuovo senza monetine, quindi ripiegò su un più economico Ferrari.
Rientrò in azienda e gettò via l’ultima cartaccia giusto in tempo per la pausa caffè.
Aveva appena finito di preparare la tavola che iniziarono ad arrivare i primi colleghi: “Allora, Nino. Finalmente ce l’hai fatta! Eppure con Chris… con la tua Talbot ne avete fatta di strada insieme”.
“Sapete… è un pezzo di cuore che se ne va. E pensare che appena comprata, a guardarla da davanti, mi sembrava una berlina! Mi è venuto pure il magone mentre la lasciavo in quella viuzza senza uscita, da sola, senza targhe, al freddo”.
“Ma come, l’hai abbandonata? Non lo sai che rischi una multa e una denuncia?”
“Porco cazzo, ma che sta dicendo?” pensò Nino mentre il sopracciglio destro iniziava il solito nervoso balletto “no… è che c’è un tacito accordo con quelli della spazzatura. Io vedo che anche gli altri le lasciano lì e poi a un certo punto spariscono… quindi… penso che ci avranno pensato loro… è come quando cambi la batteria della macchina e la lasci vicino al muretto di fronte casa…”
“Infatti anche quello è un comportamento da incivili”.
Nino divenne paonazzo e assunse quel mezzo sorriso imbarazzato del ragazzino pizzicato con un vecchio numero di Penthouse in mano. Ma l’arrivo del dottor Lanziano lo tolse d’impaccio: “Che si festeggia qui? E’ il tuo compleanno?”
“Ehm… no dottore… è che ho acquistato un’auto nuova”
“Ah già, è vero. Infatti avevo notato che da qualche giorno venivi con quella Panda gialla”.
“Ma no dottore… quella era solo l’auto di cortesia. La mia macchina nuova è la Quaschquai bianca”.
Attimo di silenzio.
“Come?”
“La Quaschquai, della Nissan, il mezzo suv. Volevo prendere il Freemond della FIAT, che ha lo stesso motore dell’Alfa 159, sapete che sono un alfista nato, ma ci voleva troppo tempo per averlo”.
“E’ una bella macchina” s’intromise Mentola “e poi è grande. Quanti litri fa il serbatoio?”
“Settantacinque” scandì Nino.
“Allora con un pieno ci vai fino al polo nord!” aggiunse Lanziano.
“Beh… veramente… no… fa dieci chilometri al litro”.
“Beh… è un consumo buono nel traffico”.
“No… ne fa dieci in autostrada… a 120… Però penso che, finito il rodaggio, i consumi si abbasseranno” arrossì Nino preso nuovamente in fallo.
“Ma guarda che oggi non si fa più il rodaggio e poi, al massimo, i consumi aumentano con il passare del tempo” chiosò il puntiglioso Lanziano mentre addentava famelico un cornetto.
“Sono un po’ strani questi cornetti, Nino. Dove li hai comprati? Hanno tutte le scagliette di cioccolato raggruppate sul fondo” disse Lanziano “mi ricordano i croissant…”
“…della Bauli, quelli delle macchinette?” chiese il perfido Mentola.
Il viso di Nino cominciò a colorarsi di viola e balbettò una scusa: “Ora mi sentono questi del bar. Gli avevo detto di darmeli freschi…”
“Nino, stai morendo di caldo?” fece il subdolo Mentola: c’è qualcosa di peggio che chiedere se ha caldo a chi sta sudando per la vergogna?
In quel preciso istante entrò Ludovica.
“Vieni carissima, stavamo aspettando solo te” mentì Nino quasi sicuro di esserne uscito e andandole incontro a braccia aperte che l’odore acre del sudore da tensione nervosa iniziava a riempire l’aria. Ma nella foga di distogliere l’attenzione dal discorso sull’origine dei cornetti unita alla recondita speranza di un abbraccio o anche solo di una stretta di mano di ricambio, inciampò sul cestino dell’immondizia.
Il cestino iniziò a roteare e roteò sulla sua base circolare descrivendo cerchi via via più ampi come se fosse in lotta con la legge di gravità, maledetta quel giorno, finchè il baricentro non ne uscì sconfitto e la bocca del cestino vomitò: quindici involucri rosa con l’interno argentato e dei cocci di vetro blu.





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