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Permette, signora, che le racconti una storia? Non risponde. Va be’, chi tace acconsente. O no? (no, chi tace sta zitto, Chiaramonti, diceva Francesco Nuti) Io la prendo per buona. Chi tace acconsente. Vuoi venire a fare un giro con me? Oh, dio, io non sono mai stato invitato da una ragazza. Per la verità non ho mai invitato una ragazza nemmeno io. Che cosa devo fare? Come devo comportarmi? Devo accettare? Accetto. Dove vuoi che andiamo? Ecco, lo sapevo, la mia solita indecisione. E adesso che faccio? Che le dico? Forse potrei dirle... Andiamo al parco. Va bene. Ci avviamo. Siamo soli. Io le cammino al fianco. Sono inebriato. E’ molto bella. Tutti i ragazzi che casualmente incontriamo - perfetti sconosciuti - mi guardano con invidia. A me questo basta. Momentaneamente. Però basta. Basterà per qualche anno ancora. Non chiedo altro dalla vita. (chi sa cosa chiede lei? La vita non è altro che un continuo incontro di...
Ecco. Ci siamo. Egò. Io. Chi sono io, in realtà? O meglio, che cosa sono? E’ qui il punto focale. Non lo so nemmeno io. Tanto tempo fa avrei potuto dire... Lasciamo perdere. Tanto tempo fa era tanto tempo fa. Adesso è adesso. Allora forse sapevo chi ero. Adesso so soltanto questo. Che non lo so. Ne ho perso la concezione. La ragazza nuda giace ancora nel mio letto. Per forza. E’ morta. Eppure io non l’ho sfiorata neanche con un dito. Be’, lo so, ha un coltello ancora conficcato in gola. Sono stato io a infilarlo là. Però confermo quanto sopra. Con le dita non l’ho toccata. Ha sporcato tutte le lenzuola, è vero. E’ sangue, e ormai è secco. Sarà dura mandar via le macchie. Eppure, con l’aiuto di questo tempo caldo e asciutto penso di farcela per questo pomeriggio. Sempre che ne abbia voglia. Se vengono le Guardie e la trovano lì, stesa nel mio letto, fredda nonostante il caldo (buona, questa), sarò nei guai fino al collo. Probabilmente verrò processato e giustiziato. Impiccato. Fucilato. Ghigliottinato. Aaahhh... Penso che la ghigliottina...
La sognai ancora la notte seguente. Attesi la venuta del sonno quasi con fremente desiderio, ancorché con paura. Quando pensavo che, a causa del mio crescente stato di tensione, non sarei mai riuscito a prendere sonno, caddi addormentato profondamente - quasi per magia. Ed ecco apparire lei, diafana e terribile, suadente e affascinante, la mia dea - la dea della Morte - così come la desideravo. Quella notte mi parlò. E il suo fu un sussurro spaventoso, irresistibile e insieme repellente. La sua voce parve provenire da un luogo d’oltretomba. “Stai lontano dal bosco,” mi sussurrò. “Non avvicinarti ai pozzi.” Un gelo terribile si insinuò in me, non appena udii le parole pronunciate da Cassandra. Chiusi gli occhi, incapace di resistere oltre. Quando li riaprii, Cassandra era scomparsa. * * * Le visite della donna del sogno si susseguirono con regolarità per parecchie notti, e ogni volta Cassandra mi parlava. Ma il suo messaggio era sempre lo stesso, la sua voce sempre il medesimo sussurro denso di terrificanti suoni di morte. I miei sogni si...
“Ti ho detto che sono uno scrittore anch’io. Forse non sai che sono uno scrittore del tuo stesso genere.” Lei lo ignorò volutamente. “Certo che non lo sai. Non lo puoi sapere. Io non sono famoso come te. Allora parliamo un po’ di te. So che scrivi di orrore.” La ragazza non poté fare a meno di replicare. “Sì, sono una scrittrice di storie dell’orrore.” “E che genere di orrore?” “Come sarebbe a dire che genere di orrore?” scattò la ragazza, ormai suo malgrado attirata nella conversazione. “Il genere che tu conosci, che entrambi conosciamo. Non c’è un genere, è tutto soltanto un...” “Hai mai letto Dracula?” chiese d’improvviso lui. “Cosa? Non...” “Frankenstein? Le storie gotiche della Radcliffe, di Maturin, o Il Monaco di Lewis? Hai mai letto i racconti di Poe e quelli di Lovecraft? Le storie fantastiche di Howard e Fritz Leiber? O anche i racconti di personaggi insospettabili come Kafka e Maupassant? Conosci Il Signore degli Anelli di Tolkien o il ciclo della Terra Morente di Jack Vance? Oppure...
La scrittrice era carina, snella e piacevolmente trasandata. Seduta al suo banchetto nella libreria affollata, aveva continuato a firmare copie del suo nuovo romanzo per tutta la sera. Il suo agente le sedeva protettivo al fianco. La ragazza era sui vent’anni. Era già al secondo libro di successo. Il negozio era affollato di ragazzi più o meno della stessa età. E tutti avevano con sé una copia firmata del suo favoloso libro nuovo. La scrittrice scosse la testa e i capelli bruni, a caschetto, ondeggiarono ammiccanti. Più di un giovane che affollava la libreria si trovò a considerarla estremamente attraente. La ragazza invece stava pensando che iniziavano a venirle dei tremendi crampi alla mano. Era ora di finirla con tutta quella pagliacciata. * * * La pagliacciata, invece, durò fino alle nove di sera. Quando finalmente anche l’ultimo degli entusiasti clienti se ne fu andato, la scrittrice si alzò e annunciò che sarebbe tornata in albergo. Il suo agente si offrì di accompagnarla con la sua auto. Ma lei declinò, sapendo che tanto quello non avrebbe perso occasione per riprovarci. “E’ pericoloso,” le ripeté per l’ennesima volta. Ma lei...
La volpe continuava a correre, disperatamente, con tutte le sue forze. Era trascorso molto tempo da quando le ultime eco delle grida dei suoi inseguitori si erano spente dietro di lei. Rifugiandosi nel folto della boscaglia sembrava essere riuscita nell’intento di seminarli. Ma non ne era certa. Udì il latrare dei cani quando ormai erano a pochi passi da lei. Purtroppo, non possedeva un olfatto così perfezionato come il loro. Così, non le restò tempo materiale per nascondersi. L’unica via di salvezza era la fuga. E la volpe, piccola creatura braccata allo spasimo, saltando oltre un cespuglio fuggì veloce. Un latrato feroce seguì la sua mossa. Una decina di cani si lanciarono alle terga del nemico che si era scoperto. L’inseguimento era iniziato. * * * A qualche lega di distanza, quattro cavalieri avanzavano con calma attraverso la boscaglia. Tutto era tranquillo, i cavalli freschi e riposati. Si trattava di tre uomini e una donna. I giovani, tutti appartenenti a famiglie di alto rango, indossavano giacche rosse che arrivavano fino a metà coscia e pantaloni...
Ecco, ci era riuscita. Era riuscita a stanare uno dei mortali. Quello sarebbe stato il primo. Poi si sarebbe dedicata ad ammaliare anche l’altro. C’era sempre qualcuno che cedeva alle sue lusinghe. Lei sapeva che i mortali non sapevano resistere a certe sue esibizioni. Per quanto terrorizzati, la loro irresistibile libido li portava invariabilmente ad amarla. E per lei amore significava morte. Ubbidienti, i suoi scudieri si ritirarono nell’ombra per permetterle di accogliere la sua prossima vittima. Per il mortale ci sarebbe stato solo un attimo di piacere assoluto, prima di sprofondare per sempre nei gorghi del terrore e dell’inferno più profondo. Gianni vide con orrore il collega abbandonare il nascondiglio e avviarsi verso lo spettro bellissimo. Si trattenne a stento dal cercare di fermarlo e quindi di farsi scoprire. Dopo un primo momento di sorpresa Gianni aveva riacquistato una certa padronanza di sé. Federico invece era andato sempre di più perdendosi, lo sguardo fisso alla scena che avevano davanti, la bocca semiaperta. Poi era scattato verso lo spettro, chiaramente ipnotizzato....
3. Si era levato anche il vento, mentre la pioggia non accennava a smettere. Gianni guardò l’ora. Mezzanotte e trentacinque. Arrivare alle sei sarebbe stata dura. Calcolò un paio d’ore per scavare il loculo. Una mezz’ora per prendere il caffè all’unico bar aperto del posto, fuori dal cimitero, in zona fiorai. Mezz’ora compreso il viaggio di andata e ritorno. Con un po’ di fortuna anche trentacinque, quaranta minuti. Così si facevano le tre e un quarto. Un’altra ora e mezzo per rifinire le altre due fosse. Forse anche due ore. E poi catenaccio fino alle sei. Non vedeva altra via. Si avviò dietro al collega. In breve raggiunsero il luogo in cui avrebbero dovuto scavare. Si trovavano in mezzo a un campo avvolto nel buio. Alla luce incerta delle torce si vedevano soltanto poche tombe disadorne. Il vento, sibilando, contribuiva a rendere la scena ancora più spettrale. Le lampade dei due becchini ballavano come impazzite. Gianni osservò con curiosità i due loculi da rifinire. Rifinire per modo di dire. Gli escavatori non erano arrivati neppure a mezzo. Probabilmente avevano dovuto interrompere il lavoro per evitare di finire...
PROLOGO Mezzanotte. Silenzio nel cimitero deserto. La luna è già alta nel cielo, nonostante una velatura insistente di nubi. La luce violenta dei fari di un’auto di passaggio illumina i mattoni scrostati del muro di cinta. Il rumore del motore scompare talmente veloce in lontananza da sembrare quasi irreale. Ma tutto questo non ha alcuna importanza per gli occupanti del Lotto 33, Loculo 15. Il rumore della strada non arriva, laggiù. Piano piano un sepolcro si apre, strane figure ne scivolano fuori. Sono impalpabili, eteree, ma non terrificanti. Si abbracciano e si baciano come vecchi conoscenti che si sono appena ritrovati. Una di esse ha figura di donna, una donna bellissima. Gli altri sono indistinguibili. Il loro aspetto è quasi piacevole, attraente. Ma ugualmente ispirano una vaga sensazione di inquietudine. E non a torto. Uno a uno, si muovono verso una zona meno solitaria dello sterminato camposanto. E’ giunta l’ora di nutrirsi. 1. Federico Belli Montagnani era nervoso. Odiava quei maledetti turni...
Questa è forse la storia più strana che abbiate mai ascoltato. Ho un certo pudore a narrarvela: temo di venire preso per pazzo. Eppure ciò che sto per dirvi è la pura verità, ogni parola che da ora in poi sentirete uscire dalle mie labbra non è altro che il racconto scarno e distaccato di ciò che è avvenuto nella realtà. Dunque, dovete sapere che in paese vengo considerato un tipo strano e ombroso. Sono l’unico abitante dotato di una cultura superiore alla media, a parte forse il parroco e il medico condotto. Ma, contrariamente a loro, prediligo la solitudine e una passeggiata nella brughiera di notte a una serata trascorsa al caldo a bere e a raccontare pettegolezzi nella taverna in piazza. Forse questo mio gusto nell’appartarmi è stato scambiato per arroganza dalla gente del paese e dai contadini dei dintorni, adusi alla bonaria cordialità del dottore e del parroco. Ma non si tratta di niente di tutto questo. Mi piace soltanto trascorrere le mie giornate da solo, perso nei miei pensieri. Il vecchio cimitero di campagna, a...
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