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Un cibo o un piatto che assoceresti al tuo racconto
insalatina (leggera leggera) di batteri e virus

3. IL PRESIDENTE RIMUGINA

 

Il Presidente si agitò sulla sedia.

Era seduto nel suo ufficio all’ultimo piano di un grattacielo di Nuova Tokyo, e attorno a lui brillavano le luci di tutti gli altri edifici commerciali che svettavano nella notte scura.

A Hokkaido, specialmente a quell’ora e a quell’altezza, nonostante fosse agosto, faceva già fresco. Il Presidente rimpianse l’afa e il puzzo di smog della vecchia Tokyo, un ricordo caldo e accogliente come quello della mamma.

Ma i tempi cambiano, e lui non poteva farci niente: anzi, erano lui e quelli come lui i primi a crearlo, il futuro. E il futuro, adesso, erano gli imponenti uffici direzionali di Nuova Tokyo.

Il Presidente non era tranquillo: c’era qualcosa che disturbava la perfetta disposizione di tutti i tasselli del mosaico, e lui ancora non era riuscito a indovinare di cosa si trattasse. Già, proprio come il Go con tutte le pedine squadernate davanti a lui sul tavolo.

Ci giocava on-line a quell’antico gioco cinese, bellissimo e crudele, e anche adesso era collegato via internet col suo avversario, un degnissimo collega di una zaibatsu concorrente (se lo poteva immaginare, seduto proprio come lui davanti allo schermo 42”, in un ufficio analogo di un grattacielo analogo a pochi isolati da lì): eppure, aveva bisogno di vedere materialmente le pedine disposte sul tavolo, e continuava a spostarle secondando le mosse proprie e dell’avversario, nel tentativo di metterlo in trappola.

La situazione stava precipitando.

Il Presidente si agitò, mentre spostava una pedina e successivamente digitava sulla tastiera touch-screen della scrivania la nuova mossa: ci aveva messo tre ore per decidersi.

Non c’era di che stare allegri.

Mentre attendeva la contromossa del suo avversario, il Presidente gettò un’occhio alla piantina olografica appesa alla parete sul lato sud del suo ufficio. Il suo sguardo cadde sull’Europa.

Erano di nuovo sull’orlo della guerra, in Europa. L’Unione Europea in pratica non esisteva più, gli ultimi brandelli di coesione si reggevano unicamente sull’euro. Ma prima o poi anche la moneta unica sarebbe crollata.

Francia e Gran Bretagna da una parte, e Germania dall’altra si fronteggiavano come nel ’39: stavolta la scusa erano gli alieni, ma il Presidente sapeva che erano gli interessi economici, al solito, i maledetti interessi economici la chiave di tutto.

Sperava soltanto che il Giappone stavolta non si lasciasse coinvolgere, e che anzi approfittasse della situazione soprattutto nei confronti della Cina e dell’India, che stavano diventando un po’ troppo potenti.

D’altronde, a quell’altezza cronologica, guerra poteva significare soltanto guerra nucleare, e questa sarebbe potuta durare un paio di giorni, una settimana al massimo, non cinque anni come l’ultima volta.

La situazione laggiù era tutta da decifrare, comunque: a parte i tre paesi più direttamente coinvolti, non era chiara la posizione di Spagna, Russia e dei paesi balcanici, da sempre una polveriera pronta a esplodere. E a far da cuscinetto non c’era più l’Italia, dilaniata da spinte secessioniste che avevano determinato una situazione di guerriglia permanente fra nord e sud. L’Italia, come e più di prima, era un paese ingovernabile, e non c’era da fidarsi.

Eppure nel 2019 ci sarà la Grande Esposizione Universale, a Parigi, si disse il Presidente. Abbiamo troppi interessi in ballo, laggiù. Delle Olimpiadi del 2020 non mi preoccupo ancora, abbiamo tempo. Ma la Grande Esposizione… bisogna da salvarla a ogni costo!

Il Presidente tornò a concentrarsi sul video, e notò con stupore che il suo avversario aveva già fatto la sua mossa. Sorprendente. Questo non se lo sarebbe mai aspettato.

Per non essere da meno, rispose immediatamente muovendo una pedina (era una mossa che studiava da mesi, e dunque – anche se sembrava impulsiva – era stata ponderata a lungo, e non rischiava di compromettere il paziente disegno di perfetto equilibrio nella sua partita che portava avanti da quasi un anno. Anzi, era tempo che il suo avversario si decidesse a scoprirsi, per permettergli di effettuare quella splendida contromossa).

Il Presidente si dispose di nuovo all’attesa, fissando lo schermo con occhi vacui. Dentro di sé, si godeva la faccia stupita che doveva aver fatto il suo rivale quando si fosse accorto che il suo gioco era stato scoperto.

E poi c’era l’America…

Già, l’America. Il suo amico Robert Johnson era in una situazione delicata, e non del tutto per colpa sua. Robert era il secondo presidente nero d’America dopo otto anni di Obama, ma se le cose con gli alieni continuavano a andare in merda, non sarebbe riuscito a eguagliare il suo predecessore. Intanto, quell’autunno avrebbe avuto le elezioni di medio termine e già lì gli si sarebbe potuta misurare la febbre.

Il Presidente si alzò e andò ad aprire un armadietto nascosto nel muro proprio dietro la cassaforte. Digitò una combinazione elettronica e la serratura si aprì di scatto. Il Presidente infilò una mano nell’armadietto, arraffò una presa di sintococa e la ingollò. Poi richiuse accuratamente il tutto, tornandosene a sedere davanti al suo schermo retroilluminato a LED.

C’era da supportarlo, il suo amico, senza dubbio. E c’era anche da tenere sott’occhio il nuovo segretario generale dell’ONU, quel bosniaco, quel tal Vicic Kuzmanovic… (chissà perché poi, si chiese oziosamente il Presidente, tutti i segretari ONU devono avere il doppio cognome: Pérez de Cuéllar, Boutros-Ghali, Kofi Annan, Ban Ki-Moon. Senza, non si può venire eletti?)

Non si fidava dei balcanici, il Presidente. Che fossero serbi, o croati, o montenegrini, o macedoni. Non si fidava di nessuno che non fosse giapponese, lui. E poco anche dei suoi compatrioti.

Ma in fondo in fondo il problema principale non erano i terrestri, erano gli alieni. La Nazione Aliena aveva preso fin troppo campo, fin da quando quella specie di mutanti erano precipitati sulla terra. C’era da tener conto anche di loro, e non li si poteva infinocchiare come e quando si voleva, erano troppo intelligenti, quelli…

Adesso poi che era venuta fuori quella storia che potevano essere “nocivi”… agenti patogeni per gli umani, addirittura! A ben pensarci, questa è una vicenda che può volgersi a nostro favore, se ben giocata, pensò il Presidente, su di giri grazie soprattutto agli additivi.

La situazione è nebulosa, poco chiara, in perenne evoluzione, e l’opinione pubblica è combattuta. Francesi e tedeschi contribuiscono a rimescolare le carte… sono patogeni o non sono patogeni, questi alieni? Non si sa. Nessuno lo sa.

La guerra batteriologica: la guerra batteriologica era la chiave di tutto. C’era da giocarsi bene le proprie carte, rimestare nel torbido, confondere le acque, ingannare, mistificare, gettare una cortina fumogena su tutto quanto. Ma era fattibile: si poteva ottenere un buon risultato. E scaricare tutte le colpe solo e soltanto su di loro.

Sì sì: la guerra batteriologica era la risposta. Niente di meglio, oggi come oggi.

Il Presidente annuì vigorosamente col capo, come se si rivolgesse a qualcuno seduto davanti a lui. Poi scattò in piedi e premette un bottone sulla scrivania.

Il Presidente si fidava soltanto dei giapponesi. E c’erano dei giapponesi di cui si fidava più di altri, di cui si fidava ciecamente: i suoi Yak.

 

Di notte, le strade di Nuova Tokyo illuminate di luci al neon pullulavano di giovani di entrambi i sessi che si vendevano ai ricconi sfaccendati, ai politici e agli alti dirigenti delle grandi zaibatsu.

Erano ragazzi di ogni origine e provenienza. Arrivati lì attirati dalla ricchezza facile della new economy, erano rimasti per lo più al verde una volta arrivata la recessione. E a quel punto i giapponesi avevano ricominciato a puntare unicamente sui giapponesi.

I ragazzi provenienti dagli USA, soprattutto, ma anche dall’India, dalla Cina, dal Brasile erano finiti presto in disgrazia. E a quel punto, per restare in piedi in qualche modo, non c’era che il mercato della droga e del sesso a pagamento.

Ma dove girano soldi c’è anche la malavita, e adesso come adesso il flusso maggiore di denaro passava ancora per Nuova Tokyo. La Yakuza reclutava schiavi e corrieri della droga fra le fila di questi nuovi disperati. Ma non c’era soltanto la Yakuza: la Mafia Gialla aveva nuovi concorrenti giusto in casa propria, le Triadi di Pechino, i latinos e i neri americani provenienti dalla costa occidentale e dall’America Latina. Gli Yak si trovavano sempre più spesso a dover fronteggiare l’immigrazione di delinquenza straniera e della loro manovalanza, tanto che ormai la stessa Mafia Gialla si era rassegnata a convivere con queste nuove leve: spesso si trattava di rivali sanguinari, altre volte diventavano comodi alleati o bassa forza nelle mani degli Yak. 

Vestiti impeccabilmente in giacca e cravatta (anziché nel tradizionale completo nero con le maschere a coprire la faccia), a bordo di una BMW X12M dai vetri oscurati, gli Yak della banda di Shinya Kobayashi pattugliavano le strade di Sapporo, un tempo capitale dell’isola e adesso ridotta a quartiere malfamato della Megalopoli.

C’era una fila di battone sul marciapiede all’angolo di Kanjo Dori con Ishiyama Dori, nella zona di Minami. Non era facile stabilire quali fossero uomini e quali donne, visto che di solito stazionavano lì tutte insieme.

La BMW accostò. Il vetro elettrico scese silenziosamente e un gomito venne posato fuori dal finestrino. Faceva molto caldo quell’agosto, giù in città, e l’aria condizionata soffiava un alito gelido fuori dalla macchina superlusso.

La faccia di Daijiro, un sigaretta incollata all’angolo della bocca, comparve nel riverbero delle luci al neon e chiamò con un cenno una delle ragazze.

“C’è Shirley? Fai svelta, che non voglio sprecare troppa aria condizionata.”

Wendy si chinò verso la macchina e chiese una sigaretta a Daijiro. Le si affiancò una tipa vestita da drag queen e alta come minimo un metro e ottanta.

“No, non c’è. Prova alla stazione della metro. Ce l’hai una siga?”

Daijiro porse il pacchetto alle due.

Wendy era inglese e Lucy brasiliana (in realtà si chiamava Lucinda): si vestiva come un travestito, e quello sembrava, ma in realtà era una donna. Wendy di solito rubava vestiti nei supermercati a poco prezzo e quando la beccavano la dava ai poliziotti per non farsi sbatter dentro.

Due ragazzotti si avvicinarono alla macchina. Uno aveva i brufoli e l’altro parlava di suicidio: si vendevano ai gay per pochi spiccioli, o in cambio di qualche presa di sintococa.

“Veloci, filate,” ordinò Daijiro ai quattro, e fece un cenno all’autista. Prima che quelli potessero obbedire, la BMW era già sgommata via. Si fermò davanti alla stazione di Seishugakuenmae.

Daijiro e altri due scesero. L’autista rimase a bordo, il motore acceso.

“Eccoli là, Daijiro,” fece uno dei due mentre avanzavano a passo svelto lungo il marciapiede.

Daijiro annuì.

“Muoviamoci, Tetsuya,” mormorò Daijiro.

Raggiunsero un gruppetto di puttanoni che bighellonavano vicino all’ingresso, in precario equilibrio sui loro sandali con le zeppe. Erano tutti travestiti, Daijiro li conosceva bene: Jackie, Holly, Candy e un altro paio di cui non conosceva il nome. Più avanti ce n’erano altri ancora.

Daijiro allungò una mano e afferrò Candy per un braccio, torcendoglielo leggermente. I suoi due compari gli fecero ala intorno. Holly e Jackie si dileguarono.

“Dov’è Shirley?” domandò, secco.

“Ahi, mi fai male!” si lamentò Candy con voce profonda.

“Rispondi,” sibilò Daijiro, gelido.

Un piccoletto dalla faccia tutta butterata si avvicinò al gruppetto con aria strafottente.

“Che succede, ragazze?” biascicò ostentando una sicumera che non aveva ragion d’essere.

Daijiro lo squadrò appena con la coda dell’occhio. Era Little Joe, un piccolo cazzone di portoricano che si ostinava a fare da pappone alle ragazze: non disdegnava di farselo piantare nel culo anche lui, all’occorrenza, pur di racimolare una dose.

“Smamma, Lil’Joe, se non vuoi avere a che fare con il Segaossa.”

Little Joe sembrò accorgersi solo in quel momento con chi aveva a che fare: lanciò uno sguardo alla faccia smunta del Segaossa, una cicatrice che la tagliava da parte a parte, l’occhio destro semichiuso da qualche coltellata menata a caso anni addietro. Sbiancò. Fece due passi indietro e scomparve.

“Allora, Candy?” insisté Daijiro piegandole il braccio con più decisione.

“Ahi, cattivo!” piagnucolò Candy, cercando di rabbonire lo Yak. Gli dette una bottarella col pugno chiuso sulla spalla: una mosca avrebbe fatto più danno. “E’ laggiù, guarda.”

Candy indicò alle sue spalle e Daijiro vide un giovane alto che ancheggiava su un paio di trampoli all’angolo della strada. Sembrava Gloria Gaynor quando cantava “I will survive”.

I tre mollarono lì Candy e si affrettarono verso Shirley.

L’auto, alle loro spalle, si mosse discretamente nella stessa direzione.

Daijiro raggiunse il travestito per primo. L’afferrò per un braccio e tirò a sé.

“Vieni con noi, bellezza.”

“Ehi, che volete…?”

“Zitta e sali in macchina.”

Shirley si guardò intorno spaventata, accorgendosi di essere completamente circondata. Quando vide in faccia il Segaossa capì che era fregata.

La BMW raggiunse il gruppetto e Daijiro spinse Shirley in auto di malagrazia, seguito immediatamente da Tetsuya. Il Segaossa salì sul seggiolino davanti.

“Andiamo, Hidetoshi,” comandò Daijiro. La BMW ripartì sgommando.

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Lagos parte 4 2012-02-21 09:57:24 SirCredo
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SirCredo Opinione inserita da SirCredo    21 Febbraio, 2012
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Ecco il mio devoto supporto

Avevo deciso di non commentare finché la storia non fosse più accesa. Ma mi è venuta tristezza vedendo che nessuno commentava :D
Continuo, grazie...!

Cibo

Che cibo o piatto assoceresti a questo racconto?
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