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Martedì 6 Ottobre, pioveva.

 

La strada era poco illuminata, dei piccoli teppisti si dovevano essere divertiti a fare il tiro a segno con i lampioni, che il diavolo se li porti; ero zuppo fino al midollo, avevo dimenticato il mio campo di forza portatile a casa di mia zia; questo sembrava il degno finale di una disastrosa giornata. Il mio socio ed io avevamo iniziato a litigare di prima mattina, riguardo al nostro ultimo progetto, una città galleggiante. Non ero riuscito a mangiare qualcosa di decente a pranzo, anzi, la cameriera del ristorante cinese era riuscita a versarmi la zuppa di won-ton ed i gamberetti allo zenzero sulle gambe, lessandomi i pantaloni, la pistola, (da quando mi ero dimesso dalla riserva, visti i miei trascorsi, avevo preso l’abitudine di portare con me un’arma di difesa personale) e non solo quella; mi ero sentito male dopo cena, grazie al polpettone della zia, ed in più avevo fatto così tardi che avevo trovato la stazione del trasporto pneumatico chiusa e, visto che avevo la macchina in riparazione, me la sarei dovuta fare a piedi fino a casa: cinque km, sarei arrivato dopo l'una. Valutata la situazione, non mi restò che collegarmi con il mio terminale portatile al sistema domotico del mio appartamento per spostare il bagno rilassante che volevo farmi non appena rientrato e incamminarmi sotto la pioggia incessante.

Mi ero trasferito nelle colonie del sistema di Proxima dalla Terra, circa dieci anni prima, dopo la guerra, insieme ad un amico con il quale mi ero diplomato alla scuola tecnica. A casa non avevamo molte possibilità di reinserimento, l’economia era a pezzi e molti dei “civili” non vedevano di buon occhio gli ex militari. In più, il ritmo della vita sulla terra era troppo stressante per noi, così, un giorno, dopo aver letto un articolo sulle possibilità di lavoro e sulla vita delle colonie di Proxima, decidemmo di trasferirci qui e di intraprendere una piccola attività. Questa, nel giro di un paio d’anni, era decollata ed era diventata un piccolo impero economico con interessi in vari campi come, l'agricoltura, l'aerospazio, l'informatica e l'elettronica. Vista la nostra fortuna, dopo qualche tempo alcuni, molti tra amici e parenti ci raggiunsero per darci una mano nelle nostre attività.

Camminavo lungo la Bill Gates Strasse, c'era un freddo della miseria, non sentivo così freddo da quando ero al fronte, la pioggia mi aveva inzuppato fino alle ossa, ricordavo bene quella sensazione che davano i vestiti bagnati, in guerra l’avevo sentita fin troppo spesso ma adesso era diverso. Nonostante lo smog che permeava perennemente gli agglomerati urbani e che i temporali tentavano di lavare via, quella pioggia mi sembrava infinitamente più pulita di quelle che mi avevano bagnato quando ero al fronte. Ero quasi arrivato all'altezza del chiosco dei blinitz vicino all’incrocio con l’avenida Di Bella, quando sbattei contro un muro, o almeno credevo fosse un muro. Quando alzai gli occhi, mi ritrovai davanti il ghigno di un bestione alto quasi un metro e novanta dalla pelle brunastra. A giudicare dalle creste ossee che aveva sul volto e sulla pelata sul cranio incorniciata da una folta criniera bruna che terminava in una coda di cavallo, doveva essere un K'lingat, un alieno delle colonie dello spazio esterno. Mi avevano detto che questo tipo d’alieno era di dimensioni alquanto esagerate rispetto a quelle umane, ma non immaginavo così tanto.

- Che cosa vuoi, caro.

Chiesi con calma ed usando il tu, com’era costume degli alieni dello spazio esterno, non volevo che si infuriasse, viste le sue dimensioni, avrebbe fatto di me polpette in caso di un confronto fisico.

Lui non rispose, forse non aveva capito o forse faceva finta di non capire, continuava a fissarmi con un sorriso freddo che metteva in mostra i suoi incisivi più sviluppati. La pioggia iniziò ad aumentare, sentivo le gocce pesanti come macigni picchiarmi addosso e rimbombare sulle vetrine prospicienti la strada, diventavo sempre più zuppo. Iniziai a vagliare tutte le possibili opzioni per risolvere quella imbarazzante situazione. Ovviamente lui non aveva intenzioni amichevoli; avrei potuto sparargli, ma, ammesso e non concesso che fossi riuscito a raggiungere l’arma che avevo sotto l’impermeabile, non credo che una scarica di proiettili calibro 9 mm a carica cava, gli avrebbe fatto molto effetto; avrei potuto mettermi a correre, ma avrei dovuto sapere dove andare per sfuggirgli ed in più, avrei corso il rischio di farmi riprende, ed un K'lingat infuriato non è tanto tenero con i suoi prigionieri.

Sembrava che fosse passata un’eternità e non pochi secondi da quando il bestione mi si era parato davanti, iniziavo a sentire freddo. Mi chiedevo che cosa potesse volere il mio così poco loquace interlocutore. Forse voleva solo rapinarmi, ma a quest'ora mi avrebbe già ripulito. Oppure faceva parte di una banda di mercanti di schiavi che rapiva la gente, per rivenderla come coloni alle navi delle corporazioni colonizzatrici, si sentiva spesso di queste storie ma non ho mai capito se fossero leggende metropolitane o fatti di cronaca.

Mentre continuavamo a fissarci con il K'lingat sotto la pioggia, che ora andava diradandosi, ed io ero totalmente concentrato sul da farsi, non mi ero accorto che una grossa macchina bianca si stava lentamente accostando al marciapiede. Quando sentii lo sbuffo della portiera pneumatica fu troppo tardi, il K'lingat, che fino allora era stato immobile, mi afferrò per l'impermeabile e mi scaraventò dentro l'auto, dove delle mani nel buio m’immobilizzarono, tentai di reagire provando ad estrarre la mia pistola urlando:

- Che cazzo volete da me brutti stronzi, figli di puttana !!!

Ma fu inutile; nell'oscurità dell'abitacolo della macchina, dove riuscivo appena ad intravedere due gambe di donna che entravano dentro un raffinato tailleur bianco, sentii una voce, che mi sembrò familiare dirmi:

- Stai calmo, ingegnere, questa non ti servirà, sei tra amici qui.

L'ultima cosa che sentii prima di perdere i sensi furono lo sbuffo della portiera pneumatica che si chiudeva e un dolore pungente al collo, poi, il buio.

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